"Bugonia" di Lanthimos: e se dietro alle teorie del complotto ci fosse un briciolo di verità? - Lucy sulla cultura
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Nicola Lagioia

“Bugonia” di Lanthimos: e se dietro alle teorie del complotto ci fosse un briciolo di verità?

Il nuovo film di Lanthimos, in concorso a Venezia 82, è una satira avvincente e acuta, che si affida al paradosso per mettere in discussione quello che crediamo vero, tra complottismi e sperequazioni sociali ed economiche.

Ricordo un dibattito di una ventina di anni fa – quando ai guasti dell’economia del XXI secolo eravamo meno assuefatti – in cui si ragionava provocatoriamente sull’eventualità che le crescenti disuguaglianze economiche potessero portare a una divisione dei cittadini non più in classi (come era stato nel Novecento) ma in specie diverse. Gli stili di vita più dispendiosi avrebbero consentito ai ricchi di vivere più a lungo dei poveri, di essere più in salute, di diventarepiù intelligenti, più forti, persino più belli (Poveri ma belli, per riprendere il film di Dino Risi del 1957, sarebbe stata una massima sempre meno spendibile). Sul tema, il cinema degli ultimi anni ha riflettuto molto. Basta pensare a Parasite. Ma se il film di Bong Joon-ho portava la questione al suo estremo sociale, il possibile salto di specie è esplorato in modo divertito e dolente in Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos, appena presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. C’è anche qui una traccia di Corea del Sud, dal momento che Bugonia è il remake di un film del 2003 di Jang Joon-hwan.

I ricchi sono una specie aliena? Siamo ormai immersi nella paranoia più delirante (L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon è una profezia avverata) ma la realtà che ci circonda non è meno sfrenata, e in un’epoca di continua erosione democratica, con i cittadini sempre meno in grado di incidere sulla vita pubblica, la distanza tra i padroni del mondo e le persone comuni si è fatta siderale. C’è chi organizza convegni sui rettiliani. Ma Donald Trump, Joe Biden, Vladimir Putin, Elon Musk, Benjamin Netanyahu, Peter Thiel non fanno di tutto per alimentare i sospetti?

I protagonisti del film di Lanthimos sono Teddy e Don (Jesse Plemons e Aidan Delbis), due giovani balordi e poco svegli imbevuti delle peggiori teorie complottiste. Sono poveri, sofferenti, disturbati, uno dei due è obeso e il suo QI rasenta la subnormalità. Sono anche amici per la pelle. I due arrivano a convincersi che Michelle (Emma Stone), ceo di un’importante industria farmaceutica (l’azienda per cui lavora Teddy), appartiene a una specie aliena che sta cercando di distruggere il pianeta. Le api stanno scomparendo? Rientra nella macchinazione degli alieni. L’ecosistema sta collassando in modo irreparabile? Fa parte del piano alieno di cui Michelle è corresponsabile. La madre di Teddy è in coma? Inutile dire di chi è la colpa.

Teddy e Don architettano così a propria volta un piano. Decidono di rapire Michelle per costringerla a portarli nel quartier generale dove si nasconde l’imperatore alieno. La salvezza del pianeta dipende da loro.

Tra i classici del complottismo ne dimentichiamo spesso uno, Il pendolo di Foucault. Nel suo secondo romanzo, Umberto Eco immagina tre funzionari editoriali che per divertimento inventano un “Piano”, collegato ai templari e a strambe teorie esoteriche, per controllare una prodigiosa fonte d’energia che consentirebbe il dominio del mondo. Il problema è che qualcuno li prende sul serio, con conseguenze tragiche.

“I ricchi sono una specie aliena? Siamo ormai immersi nella paranoia più delirante (‘L’incanto del lotto 49’ di Thomas Pynchon è una profezia avverata) ma la realtà che ci circonda non è meno sfrenata”.

A quasi trent’anni di distanza il gioco si è molto complicato, sembra dirci Lanthimos. D’accordo, Teddy e Don sono due folli. Ma l’azienda farmaceutica che prendono di mira non è in fondo davvero responsabile della devastazione dell’ambiente? Non sta contribuendo a mettere a repentaglio la sopravvivenza della specie umana? La mamma di Teddy non ha forse in effetti fatto da cavia per la sperimentazione di un farmaco prodotto da quell’azienda e subito ritirato per la sua pericolosità? Teddy e Don non sono sfruttati dal sistema che consente alle persone come Michelle di prosperare? Non sono vittime di un piano messo a punto in stanze a cui non hanno accesso? E Michelle? Siamo proprio sicuri che sia umana? Umana come Teddy e Don?

“Bugonia” è un termine citato da Virgilio nel quarto libro delle Georgiche, dove si racconta di uno sciame di api nato dalla carcassa di un animale morto. Può la vita generarsi dal nulla? Con il suo ultimo film Lanthimos dà respiro a una storia avvincente e piena di black humour, in cui ( tra gli aspetti più interessanti, mi pare) si prova sdipanare in modo spiazzante la matassa emotiva in cui sembriamo tutti intrappolati. Da una parte Teddy e Don credono in teorie assurde. Dall’altra il loro delirio gli consente forse di vedere ciò che individui più “normali” – più intelligenti, più informati, più integrati, più colti, meno disperati, in una parola la classe media – non riescono a mettere a fuoco. Ma intravedere ciò che gli altri ignorano (altra interessante capriola concettuale) rende i due più crudeli e inumani. E se Michelle, anziché un alieno malvagio, volesse invece dalla sua posizione (che non occupa per caso) salvare il mondo? Questo crea un altro cortocircuito etico, in una spirale in fondo a cui lo spettatore è invitato a guardare senza pregiudizi.

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia è scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e direttore editoriale di Lucy. Il suo ultimo libro è La città dei vivi (Einaudi, 2020).

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