Follia, lacrime e cagnolini: "Dogman" di Luc Besson - Lucy
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Irene Graziosi

Follia, lacrime e cagnolini: “Dogman” di Luc Besson

01 Settembre 2023

"Dogman" di Luc Besson è la prima sorpresa di quest'ottantesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: un film dolce, esilarante, drammatico e, soprattutto, pieno di cani adorabili.

Ciò che mi colpì di più del Mago di Oz quando lo vidi da bambina era il fatto che Totò, il cagnetto di Dorothy, tornasse di corsa a casa da lei dopo essere stato requisito dalla perfida signora Gulch che lo voleva far abbattere. Già allora mi pareva di cogliere in quella fuga canina l’intuizione di ciò che l’amore puro e gioioso e disinteressato è in grado di conferire a chi lo prova: un nuovo tipo di ingegno, acuito dal desiderio.Questo ritorno a casa sfiorava poi le corde della solitudine infantile, quando si è da poco raggiunta la consapevolezza di essere un individuo separato dagli altri e quindi ontologicamente abitato dal vuoto, vuoto che si tenta di colmare anche con lunghe e profondissime conversazioni con gli animali che talvolta si ha la fortuna di avere attorno. 

È da questo periodo della vita e dalle fantasie di Luc Besson che mi pare sia zampillato Dogman. Douglas (Caleb Landry Jones) cresce in una famiglia abusante, dove l’unica speranza di affetto e compagnia è rappresentata da una manciata di cani con i quali si trova costretto a vivere in circostanze a dir poco drammatiche. Da adulto si trova poi con un passato costellato di persone e case che non sono riuscite a dargli la stabilità di cui aveva bisogno, al punto che il racconto che Douglas fa di sé stesso quando parla con la psichiatra (Jonica T. Gibbs) che lo visita in cella dopo che è stato arrestato è quello di un qualcuno la cui identità ha gli orli sfilacciati. Eppure è difficile per lo spettatore, una volta entrato nel film, credere alle sue parole: in parte perché Landry Jones indossa questo personaggio con tale affetto e dolcezza da renderlo vivo, tangibile, pieno di dignità; in parte perché la relazione tra Douglas e i suoi cani è il centro identitario che anima Douglas e lo àncora profondamente a sé stesso, anche e soprattutto quando quest’ultimo è in drag e canta Edith Piaf o ha il rossetto sbavato e l’abito di Marilyn in Diamonds are a girl’s best friend impiastricciato di sangue. 

Sebbene Dogman evochi i film melò, si fatica a inserirlo in questo genere, non gli si renderebbe giustizia, e Besson è troppo scafato per non giocare consapevolmente con tutto ciò che conosce e ama. Innanzitutto il dramma di Douglas è al passato. Se nella prima parte del film si ha la percezione di quanto il Douglas bambino abbia sofferto (ai limiti del surreale), dalla metà in poi Douglas cambia: da vittima ingenua degli eventi diventa finalmente agente e sguinzaglia la sua banda di irresistibili cagnetti, bassotti, pastori, levrieri, randagi, cani che sembrano rivestiti delle fettucce del mocio vileda, dobermann, corgie affinché si prendano cura di lui e di chi lo tratta con gentilezza.

E in questa lista canina risiede l’altra faccenda che rende il tono di questo film così peculiare; immaginatevi tutto quello che ho scritto punteggiato di inverosimili ed esilaranti performance canine: cani ladruncoli, cani fattorini, cani comandanti, cani cuscini, cani amanti della lettura. E la cosa più straordinaria è che nessuno di questi cani è destinato a morire – l’ho temuto per tutta la durata del film – e alla fine ci si trova a piangere e ridere allo stesso tempo per la meravigliosa e tenerissima follia che scorre lungo tutto il film. 

La storia di Douglas è quella di un ritorno dopo una vita trascorsa a sentirsi smarriti, e pare che Besson, che forse a sua volta pareva smarrito a coloro che avevano amato i suoi primi lavori e capito poco gli ultimi, abbia a sua volta deciso di fare ritorno in una terra finalmente cara facendo questo film assieme solenne e giocoso, esattamente come lo è il mondo quando si è bambini – e dopo essere uscita dalla Palabiennale, per un momento, prima di riabituarmi alla luce del sole, mi è sembrato ancora così. 

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e vicedirettrice di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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