Gesù. Il film di una vita - Lucy
articolo

Goffredo Fofi

Gesù. Il film di una vita

20 Febbraio 2023

Dreyer cominciò a vagheggiare di un film sulla vita di Gesù sin dagli anni ‘30, ma fu durante l’occupazione nazista che il progetto si delineò: i romani come i tedeschi e il popolo ebraico, un tempo come allora, vittima di persecuzioni. Del film, mai realizzato, rimane solo la sceneggiatura definitiva, edita ora da Iperborea. Su gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo la postfazione di Goffredo Fofi.

L’autore di alcuni capolavori della storia del cinema che lo furono contemporaneamente della riflessione religiosa del Novecento, il danese Carl Theodor Dreyer, non è riuscito a fare il film che più di ogni altro avrebbe voluto realizzare – e sarebbe interessante investigarne le ragioni produttive ed economiche, e se vi furono soltanto quelle – e alla cui preparazione ha dedicato più tempo che a qualsiasi altra impresa, in ragione del suo argomento, la vita di Gesù.

Per un “riformato” che è riuscito a dedicare dei film (dei grandissimi film) a episodi centrali della storia del cristianesimo, sulla Passione di Giovanna d’Arco, sull’Inquisizione (Dies irae) e più “marginalmente” e teoricamente sulla fede più profonda che sola può produrre miracoli e resuscitare i morti (Ordet, ovvero ‘La Parola’ – e Dreyer credeva profondamente nella possibilità dei miracoli), confrontarsi con la figura storica di Gesù di Nazareth, guardando, oltre alla fede, alla realtà di una vita, fu un’impresa di non poco conto, a cui dedicò tanto studio e tanta riflessione.

È noto che il nostro Pasolini si dedicò all’impresa del Vangelo secondo Matteo solo quando fu chiaro che Dreyer non sarebbe riuscito a realizzare il suo, di Vangelo, e anche perché considerò quel testo, suggeritogli da una permanenza alla Cittadella di Assisi, come una sorta di già compiuta, perfetta sceneggiatura pronta a venir sintetizzata in un film, a venir tradotta in “immagini in movimento.”

Grande fu il debito del nostro poeta e regista nei confronti di un altro grande regista, forse il più grande dei poeti del cinema. Sono convinto che il più grande dei debiti (e degli omaggi) pasoliniani verso Dreyer sarebbe stato il film che egli non riuscì a realizzare su san Paolo, di cui è possibile leggere la sceneggiatura in un libro einaudiano curato dallo stesso autore, per il suo intreccio di scrupolo storico e di ispirazione etica e radicalmente religiosa, per quell’ispirazione che parla del passato per affrontare tuttavia il presente, come fu dello stesso Dreyer.

Gesù. Il film di una vita -

Se Pasolini è stato qualcosa di più che un regista, qualcosa di più che un artista, è anche per l’ambizione, che era più nascosta in Dreyer e più spavalda invece in Pasolini, a essere un profeta – ma radicato pienamente nel proprio tempo, nella nostra società, più di quanto Dreyer non avesse in progetto – consci entrambi di affrontare un messaggio che attraversa la storia ma che andò e che va oltre la Storia.

Ad affascinare entrambi non fu solo il peso della predicazione di Gesù nella storia, in duemila anni di Storia con la maiuscola, La Storia, uno scandalo che dura da diecimila anni come lo chiamava nel sottotitolo del suo grande romanzo Elsa Morante, animo cristiano come pochi e collaboratrice diretta e indiretta di Pasolini per il suo Vangelo – tra l’altro suggerendo e scegliendo le musiche che ne accompagnarono le immagini accrescendone la forza, e l’impatto sullo spettatore. (E chissà che musiche avrebbe scelto Dreyer… ma, ovviamente, si pensa subito a Bach…).

La Storia è una preoccupazione costante di Dreyer, che ha saputo collocare in un tempo preciso e documentato le sue opere e in particolare il Gesù che non è riuscito a realizzare. La società del tempo di Gesù, egli la evoca nella centrale contraddizione di un paese sotto tutela, anzi decisamente “occupato” da un’armata straniera e dai suoi funzionari.

Più volte Dreyer ha ricordato le somiglianze tra l’occupazione romana di Israele e l’occupazione tedesca (nazista) della sua Danimarca nel corso della Seconda guerra mondiale. Come peraltro aveva fatto in Dies irae, girato proprio nel 1943, nel pieno dell’occupazione… Ma nel Gesù questo scrupolo diventa più grave e va oltre il confronto: egli rivendica al suo particolare Vangelo, sintesi dei quattro, una base storica precisa, sì che il suo Gesù potrebbe anche figurare come una sorta di pomiliano Quinto evangelio, da aggiungere ai canonici e a quelli apocrifi censurati dalla tradizione.

Due tensioni sembrano premervi: quella della precisione storica, per non prestare il fianco a critiche superficiali, e quella dell’affermazione dell’attualità o della perennità di un messaggio. Dreyer è un credente che ha scrupoli di storico, e l’unico campo in cui rivendica una libertà di opinione rispetto al laicismo del suo tempo sta nel considerare i miracoli, di Gesù e non solo, come possibili, come reali.

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E sono tanti i miracoli cui ci avrebbe fatto assistere nel Gesù, dando loro una base in qualche modo realistica, e cioè scientifica, anche se a volte con un minore scrupolo didascalico come quando dice, a proposito della resurrezione dalla morte, che Gesù si rivolge “al subcosciente” del morto o della morta recente, “liberandoli dall’influenza negativa dell’atmosfera luttuosa”.

Crede nei miracoli, Dreyer, e si è ostinato a ripeterlo al tempo di Ordet anche ad alcuni non geniali critici iperrealisti o, come certi italiani, iper-marxisti. Ma a interessare Dreyer (e il suo Gesù!) è soprattutto un altro aspetto della fede, legato strettamente (ovvio il rimando a Paolo) alla più forte delle tre massime virtù cristiane: quella Carità che per loro è più importante della Fede e della Speranza.

La “buona novella” della Carità è quella che già annunciarono i profeti, ed è quella che Dreyer esemplifica in uno dei “racconti nel racconto” che interrompono la sua narrazione così come interrompono i Vangeli (l’altro importantissimo è quello del Figliol prodigo, che offre una ragione di speranza, che dice la possibilità di venire ancora accolti nella casa del Padre quand’anche la Società e la Storia, con le loro superficiali promesse di successo e felicità, non ci avessero traviato).

Crede nei miracoli, Dreyer, e si è ostinato a ripeterlo al tempo di Ordet anche ad alcuni non geniali critici iperrealisti o, come certi italiani, iper-marxisti.

È il “racconto”, è la parabola del Buon samaritano.

Nel finale di Gertrud, l’ultimo capolavoro, il regista affida a una donna il suo messaggio e sceglie una donna non per caso, perché è alle donne che egli ha dato il compito di trarre dalle vicende narrate la loro “morale”, siano esse “intellettuali” come Maria o “pratiche” come Marta… o peccatrici come l’adultera che spinge Gesù a una delle sue affermazioni più chiare, più estreme: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. (Non sembri abusivo o irriverente ricordare che Chi è senza peccato fu il titolo di un film che, negli anni Cinquanta, ribadì in Italia la convinzione di un regista del cinema più popolare, che bensì credeva profondamente nella missione educativa sua e dei suoi film, Raffaello Matarazzo, nel pieno di una società ipermaschilista).

Giovanna sceglie la morte all’abiura, Anna, nel Dies irae, sceglie la morte all’impossibile vittoria dell’amore. L’ultimo grande personaggio femminile di Dreyer, quello di Gertrud, ha cercato inutilmente un amore assoluto e libero dai condizionamenti e dalle menzogne della Politica e dell’Arte, che entrambe affermano un dominio maschile, una logica di potere.

Nell’ultima scena di Gertrud, la più moderna delle sue eroine, dice, ormai vecchia, a un antico e fedele amico che vuole inciso sulla sua tomba il motto Amor Omnia. E chiede, e subito risponde e si risponde: “Guardami dunque: son bella? No, ma ho amato.” E: “Guardami dunque: son giovane? No, ma ho amato”. E: “Guardami dunque: son viva? No, ma ho amato.”.

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Già in uno dei suoi primi film, Mikael, il vecchio pittore che ne era al centro, abbandonato dal suo giovane amante, affermava di morire “felice, per aver vissuto un grande amore”. Amor Omnia è la conclusione dell’ultimo film di Dreyer, il messaggio essenziale che ci ha mandato per il tramite di Gertrud. Un messaggio essenzialmente evangelico.

Cosa rimane, nel mondo, per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire? Rimane “la buona novella dell’amore e della carità annunciata dai profeti”, dice e ripete Gesù, il Gesù dei Vangeli che è anche il Gesù di Dreyer. “Date e vi sarà dato” è il primo consiglio (o precetto). E “Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve. E chi cerca trova. E a chi bussa sarà aperto.”

Dreyer rispetta la Storia, ma anche e nel profondo la cultura e le componenti di una società come quella israeliana del tempo di Gesù. È sommamente attento e coerente, utilizza con il massimo di attenzione e di rispetto citazioni e rimandi, ricorda modi e tecniche del tempo inserendoli nella sua narrazione

Ma la Storia resta, ed è pur sempre imponente e terribile, resta lo “scandalo che dura da diecimila anni”…L’impiccio, l’ingombro della Storia non si abbattono facilmente, nessuno è davvero riuscito ad abbatterli. Resta il “mistero del male” che domina l’Uomo e la Storia, resta il dubbio che a governare il mondo sia piuttosto il Diavolo che non Dio…

Un giovane rivoluzionario replica ai seguaci di Gesù, nel testo dreyeriano: “Sì, parole, parole. Ma quello di cui noi abbiamo bisogno è l’azione.” È un vecchio sogno, un vecchio imperativo essenziale quello di unire il Pensiero e l’Azione: l’eterna speranza di poter tenere insieme, coerentemente, il dire e il fare, la realizzazione dei sogni, ha attraversato la Storia dalla parte di chi ha cercato di cambiarne i destini, di rovesciarne le leggi.

Gesù vede oltre e va oltre, dice Dreyer, pur con il massimo rispetto verso chi la Storia ha cercato e cerca di cambiarla, ha cercato di spezzare o quantomeno contrastare con qualche efficacia la sua essenza di menzogna e di violenza, le sue corse al potere, le sue feroci lotte per il potere… Dreyer rispetta “partigiani” israeliani, i rivoluzionari, e immette Giuda nel loro percorso, ne fa in definitiva un loro strumento.

Guardami dunque: son viva? No, ma ho amato.

Si tratta per loro – anche per i grandi sacerdoti, rispettosi di quanto dice il Libro, di mettere Gesù alla prova. Se è il figlio di Dio, se è Dio, dovrà pur scendere dalla croce, da quella croce di cui Dreyer ci informa con scrupolo scientifico e artigianale… Se potesse davvero essere il re dei Giudei? Ma la Storia delude, forse ha sempre deluso… anche se l’attesa della Liberazione l’attraversa da sempre.

Ha molto rispetto per i rivoluzionari, Dreyer, ma predilige “militanti” di tipo assai diverso, come dovettero essere i cristiani; e se un appunto si può fargli è di non aver preso in considerazione una terza strada, quella di cui pure ha saputo e di cui avrebbe ben potuto informarsi, quella dei tentativi suoi contemporanei che – pur se alla lunga anch’essi perdenti – furono portatori di novità e di speranza che erano (e sono) anche evangelici, cristiani.

Questa strada, su cui non è qui il caso di insistere, era – ed è – quella di una rivoluzione nonviolenta, come quella tentata soprattutto da Gandhi ma già teorizzata da Tolstoj, che ne aveva ripreso i capisaldi dalla lettura dei Vangeli… E che in Gesù – il “non accettante” l’ordine delle cose come stabilito nella Storia – ha trovato il punto di riferimento primario… come tuttavia Dreyer ha ben chiaro.

Questa fede non da tutti condivisa e condivisibile, parte radicalmente dal singolo, dal sé. “Quando ti ho sentito parlare ho capito che mi avresti aiutato a essere migliore”, dice Matteo, prima di rinascere a nuova storia nell’incontro con Gesù.

Si comincia sempre da sé, anche dove, come a Nazareth, non si crede possano nascere dei profeti… Si cambia, si cerca di cambiare – soli e insieme… Aspirando a rendere il nostro mondo migliore, e l’uomo più cosciente delle proprie possibilità, del proprio potere benefico. Il messaggio è più che chiaro e può riguardare tutti:

“Date e vi sarà dato, Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto. Perché
chiunque chiede riceve. E chi cerca trova. E a chi bussa sarà aperto.”

Oggi che tutti o quasi fingiamo che non sia più possibile cambiare le cose – la vita e il mondo: la storia di ognuno e quella di tutti… Oggi che, come ci avvertì per esempio Silone (“cristiano senza chiesa e socialista senza partito”) si è prigionieri di un nichilismo diffuso, di massa, di tutti – quello di chi non crede possibile cambiare la vita e cambiare il mondo – c’è ancora tantissimo da apprendere, da ragionare, da cercare, da fare, partendo da questi (e altri) principi essenziali, dagli insegnamenti dei “non accettanti”.

Dreyer avrebbe certamente voluto che, oltre l’accoglienza di un giudizio critico o l’adesione estetica, fosse più nel profondo che il suo film (il suo Gesù) incidesse nell’animo e nella mente dello spettatore. Qualcosa di più, di molto di più di quanto un film avrebbe potuto mai fare.

Gesù. Il film di una vita -

Gesù. Il film di una vita di Carl Theodor Dreyer sarà in libreria dal 22 febbraio. Si ringraziano Iperborea e Goffredo Fofi.

In copertina: Gesù interpretato da Halvard Hoff in Pagine dal libro di Satana (1920), diretto da Carl Theodor Dreyer.

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi è saggista, critico cinematografico e letterario. Il suo ultimo libro è Cari agli dèi (Edizioni E/O, 2022).

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