"Hollywoodgate": il documentario che senza moralismi racconta il dramma del popolo afghano - Lucy
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Elena Sbordoni

“Hollywoodgate”: il documentario che senza moralismi racconta il dramma del popolo afghano

08 Settembre 2023

Ricordate l’Afghanistan? Due anni fa non si parlava d’altro che delle donne, degli uomini e dei bambini condannati a vivere sotto i talebani. E poi cos’è successo? Questo documentario lo racconta.

Quando le luci della Sala Grande del Palazzo del Cinema di Venezia si spengono, una Canon con un microfono ricoperto da un windjammer si riflette sul finestrino di un’auto. A tenere la camera è Ibrahim Nash’at, giornalista nato al Cairo nel 1990 e residente a Berlino. Coraggio e curiosità lo hanno spinto a partire per l’Afghanistan il giorno in cui l’ultimo soldato americano ha lasciato il territorio. Da quella esperienza è nato Hollywoodgate, documentario presentato fuori concorso a Venezia 80.

Il 13 aprile 2021 il Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden dichiara la fine della guerra più lunga della storia del proprio Paese: entro l’11 settembre dello stesso anno tutti i soldati americani, assieme alle forze NATO, avrebbero lasciato l’Afghanistan.

L’esercito dei talebani prende rapidamente il controllo di ogni base abbandonata. Il documentario ci mostra come, da milizia fondamentalista armata di machete, una mitragliatrice e qualche pistola, i talebani siano diventati un regime militare spietato e con un fornitissimo arsenale bellico a propria disposizione.

La trasformazione organizzativa della milizia passa anche dalla comunicazione. E quindi Nash’at, approfittando del nuovo programma propagandistico talebano e dall’apertura nei confronti del resto del mondo, ottiene il permesso di girare all’interno delle zone militari.  

Infatti i talebani cercano qualcuno che racconti le cose dal loro punto di vista, così da poter amplificare il proprio messaggio nel resto del mondo. All’interno della base militare Hollywood Gate, che si suppone essere un ex base della CIA, Nash’at è accompagnato e controllato dal comandante dell’aeronautica Malawi Mansour e dal soldato Mukhtar. Mansour sogna la guerra, e grazie agli americani ora ha a disposizione i mezzi per farla.

Davanti alla camera di Nash’at, che non esprime alcun commento durante le riprese, un talebano ringrazia ironicamente gli americani per il meraviglioso tesoro che gli hanno lasciato: 7,2 miliardi di dollari tra armi, elicotteri, aerei e ogni genere di attrezzatura militare.

Insieme al regista e al comandante entriamo all’interno di un magazzino in cui Mansour mostra orgogliosamente una quantità impressionante di medicinali, una palestra e il deposito degli aerei in cui i meccanici effettuano le ultime riparazioni.

Nel saggio Sulla Fotografia del 1977, Susan Sontag paragona la macchina fotografica a una mitragliatrice, entrambi dispositivi programmati per sparare colpi in rapida successione. 

A Hollywood Gate tutti sono armati; chi con armi vere, chi con uno strumento che, registrando la realtà, fornisce una diversa forma di potere.

Il grande personaggio assente nel documentario sono i civili. Eppure, il loro dolore e le domande sul loro futuro sono presenti in ogni conversazione registrata.

Come l’anno scorso con the Matchmaker di Benedetta Argentieri, in cui l’ex jihadista britannica Tooba Gondal racconta il suo ruolo all’interno dello Stato Islamico, anche quest’anno la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia propone un documentario spiazzante su una realtà la cui rilevanza nel dibattito occidentale appare sporadicamente come una cometa.

L’esordio alla regia di Ibrahim Nash’at deriva dall’urgenza di un ragazzo e di una generazione di mettere in discussione l’operato di chi è venuto prima di loro. Nash’at ci offre un’opera priva di commenti morali il cui giudizio spetta unicamente allo spettatore e dove gli spari fanno più paura che nei film d’azione. 

 

Elena Sbordoni

Elena Sbordoni è content specialist, social media assistant e autrice di Lucy.

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