"La dipendenza è una malattia, non un fallimento morale". Intervista a Barbara Kingsolver - Lucy
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Irene Graziosi

“La dipendenza è una malattia, non un fallimento morale”. Intervista a Barbara Kingsolver

20 Novembre 2023

Demon Copperhead, Premio Pulitzer 2023, è un omaggio a David Copperfield, ma è anche il tentativo di un'autrice, che da sempre usa la letteratura come uno strumento politico, di accompagnare il lettore in un viaggio che attraversa l'epidemia di oppiodi che ha colpito gli Stati Uniti, l'indifferenza dei servizi sociali e l'impossibilità di riscatto per coloro che il sistema si rifiuta di vedere.

Barbara Kingsolver è una scrittrice particolare. Tra le sue occupazioni compare l’allevamento di pecore nel sud dell’Appalachia, un’area rurale degli Stati Uniti abitata da persone che sono guardate dall’alto in basso da chi vive in città. È una terra negletta dal governo americano, dove si concentra la povertà e si consumano ingiustizie frutto di un’indifferenza sistemica che non accenna a essere risolta. Da qualche tempo imperversa poi la dipendenza da farmaci oppiodi, che ha colpito duramente anche una fetta di popolazione non avvezza all’utilizzo di sostanze: anziani, persone infortunate che, sotto controllo medico, hanno sviluppato comportamenti di abuso da farmaci che credevano innocui.

Kingsolver, che da sempre porta avanti un tipo di letteratura politico, ha deciso di inserire il dramma di quella che dopo anni di pellegrinaggi in giro per il mondo (molti dei quali finiti nelle storie che animano i suoi romanzi) sente di poter chiamare casa. Demon Copperhead, il protagonista del suo omonimo romanzo, è figlio di una ragazza madre con problemi di dipendenza che si trova ad affrontare un mondo ostile, dove i bambini sfortunati non sono aiutati ma abbandonati a se stessi da un sistema di servizi sociali a dir poco indifferente, abitato da adulti il cui unico interesse sono i soldi.

È più che naturale, dunque, che l’ispirazione di questo romanzo sia David Copperfield, l’orfano più amato di sempre, il cui creatore, Charles Dickens, pare si sia manifestato a Kingsolver per guidarla nella stesura di questa opera che ha vinto il Premio Pulitzer di quest’anno ed è stata pubblicata da Neri Pozza con la traduzione di Laura Prandino, che ha tradotto anche le domande che ho posto a Kingsolver in occasione dell’uscita italiana di Demon Copperhead.

Il tuo romanzo è dichiaratamente ispirato a David Copperfield di Charles Dickens. Dialogare con un classico del passato è un atto di coraggio e devozione. La prima cosa che vorrei chiederti riguarda dunque questa decisione, che è stata trattata con grande precisione anche e soprattutto linguistica – in più momenti perfino la scelta dei giochi di parole richiama la lingua di Dickens con grande accuratezza. Com’è nata questa scelta e questo rapporto con Dickens, e come si è sviluppato nel corso della stesura del romanzo anche a livello di scrittura?

Per diversi anni ho cercato un modo per arrivare a questo romanzo. Volevo scrivere della splendida regione rurale in cui vivo – l’Appalachia – e delle innumerevoli devastazioni provocate dal suo insensato sfruttamento da parte di imprese venute da fuori. La diffusione incontrollata degli oppioidi è la più recente di queste devastazioni, e si è lasciata dietro una generazione di orfani. È una storia triste e difficile da raccontare, e avevo la sensazione che nessuno volesse ascoltarla davvero.

La soluzione mi è arrivata in maniera stranissima, visitando la “Casa Desolata” in cui Dickens aveva vissuto mentre scriveva David Copperfield. Adesso è diventata un albergo, così dopo un impegno a Londra ho prenotato una stanza per un weekend. Ad attirarmi è stato lo studiolo in cui Dickens lavorava, e proprio lì ho avvertito con molta forza la sua presenza che mi parlava, che mi chiedeva: “Orfani? Povertà? E credi che nessuno voglia leggere di queste cose? Io ci ho costruito una carriera!” Mi ha detto che dovevo farlo, ma dovevo anche lasciare che fosse il ragazzo a raccontare la sua storia. E allora ho pensato: “Va bene, lascerò che sia il tuo ragazzo a raccontarla. Scriverò il mio David Copperfield.” E ho cominciato a scrivere il mio romanzo proprio lì, sulla scrivania di Charles Dickens.

Tu sei una scrittrice di lunga esperienza e di grande talento, ma immagino che studiare un classico come Dickens ti insegni comunque qualcosa…Cosa ti ha insegnato Dickens?

Durante l’intera stesura del libro ho tenuto David Copperfield aperto accanto a me, in pratica una master class su Dickens. Ho sempre amato i suoi personaggi, il suo umorismo e la sua incredibile capacità di costruire gli intrecci, tutti elementi che rendono così accessibili le sue storie. Ma studiarle a fondo mi ha fornito nuovi spunti di riflessione. Le sue trame sono articolate in episodi, come in una miniserie televisiva.

“La dipendenza è una malattia, non un fallimento morale”. Intervista a Barbara Kingsolver -

Uno dei temi che attraversa questo romanzo è l’epidemia di oppioidi che ha colpito gli Stati Uniti. Qui in Italia, fortunatamente, questa situazione è inimmaginabile. Potresti raccontarmi il processo di ricerca che hai condotto per approfondire questa faccenda? Con chi hai parlato? Quali sono le storie che ti hanno colpita di più?

Se un incubo del genere non è immaginabile in Italia ne sono felice per voi, e anche un po’ stupita. (So che in altri paesi europei il problema dell’abuso di oppioidi è ben presente.) La parte più importante della mia ricerca si è basata sull’incontro con persone che hanno lottato contro la dipendenza. Ho trascorso molte ore ascoltando semplicemente le loro storie, senza alcun giudizio. Spesso l’assuefazione è cominciata con la ricetta di un medico in seguito a qualche infortunio. Certo antidolorifici sono talmente potenti che un solo flacone è sufficiente ad alterare la chimica del cervello e portare a una vita di lotta all’abuso di farmaci. Spero che il mio romanzo possa aiutare i lettori a comprendere che la dipendenza è una malattia, non un fallimento morale. La si può curare solo con farmaci e compassione, come qualsiasi altra malattia.

Damon Copperhead ha una voce molto peculiare: acida, acuminata, ironica, molto meno naif di quella di David Copperfield. È una voce che hai trovato subito o la sei dovuta andare a cercare? E in questo secondo caso, come l’hai trovata?

Appena ho capito che la storia da raccontare era quella di un ragazzo, ho subito avuto davanti quel ragazzo. La sua voce mi è estremamente familiare. La sua caratteristica parlata degli Appalachi è la mia lingua madre. Io stessa sono stata un’adolescente irrequieta e rabbiosa che si sentiva perennemente fuori posto. So bene cosa si prova a essere Demon.

Un tema collaterale a quello delle sostanze è quello della dipendenza, che non è solo chimica ma anche affettiva, una dimensione degli esseri umani che abbraccia tantissimi elementi diversi, dal cibo all’amore alle droghe, e che non può essere completamente eliminata ma bisogna impegnarsi a trovare un equilibrio…Hai ragionato sul tema della dipendenza durante la stesura del romanzo? E cosa hai scoperto che ti ha colpita particolarmente?

Certo che ci ho riflettuto. Demon dice di se stesso: “Ero nato per desiderare più di quello che avevo”. Non parlava tanto del denaro quanto di molte altre cose: sicurezza, benessere, cibo a sufficienza, ma soprattutto amore. È questo il cuore della storia. E a giudicare dalle reazioni al libro, sembra che molte persone possano comprendere questo desiderio.

Il tuo romanzo parla degli Stati Uniti, di una specifica parte rurale degli Stati Uniti che abbraccia gli Appalachi del Sud e verso cui ci sono molti pregiudizi e una forma di povertà indotta dal sistema economico… Potresti raccontarci di questa area, che in Italia è molto poco conosciuta, e del tuo rapporto con essa?

Questa regione è casa mia. Ci sono cresciuta, poi ho viaggiato provando a vivere in molti altri posti, da Parigi, in Francia, a Tucson, in Arizona. Ma nessun altro posto mi faceva sentire a casa e allora sono tornata qui. Amo il paesaggio rurale, le montagne coperte di boschi, i ruscelli e i fiumi, i fiori in primavera e le foglie che si colorano in autunno: è di una bellezza incomparabile. Ma amo anche la cultura di questi luoghi. Siamo profondamente legati alle nostre famiglie e comunità, siamo bravi a raccontare storie, pieni di risorse. Coltiviamo giardini e facciamo musica. Credo che la nostra cultura sia stata plasmata da una storia di oppressione: quando i forestieri ti deridono, tendi a stabilire un forte legame con i tuoi vicini. E quando ti spogliano delle ricchezza materiali, diventi autosufficiente.

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Ora mi piacerebbe parlare del tuo laboratorio di scrittura e di com’è cambiato nel corso del tempo. Come lavori sulle frasi? Quante stesure scrivi? Come studi i personaggi? Sei una scrittrice che organizza tutto il lavoro prima per poi lasciare un po’ di spazio all’improvvisazione, oppure scrivi di getto e poi ti fermi per tirare le fila?

Sono una persona organizzata e una scrittrice organizzata. Prima di mettermi a scrivere progetto nei minimi dettagli l’architettura della mia storia. Preparo pagine e pagine di informazioni su tutti i personaggi principali, anche piccole cose come “il colore preferito, il peggior litigio con un genitore, il primo bacio”. Tutti particolari che forse non entreranno nel romanzo, però mi aiutano a conoscere il personaggio come una persona in carne e ossa. Rivedo all’infinito, non saprei dire quante stesure. Diverse decine. Ogni frase che leggete è stata riscritta dalle 5 alle 50 volte, finché non mi è sembrata perfetta. Mi piace sentire di avere già in mano l’intera trama, sapere come va a finire e spargere a ritroso i semi di quel finale fino all’inizio. Comporre un arazzo, inclinare gli specchi affinché riflettano la luce nel modo giusto. Per quanto mi riguarda, la prima stesura è solo manovalanza; è nel momento della revisione che si realizza davvero l’arte.

Tu conduci una vita ritirata a contattato con la terra che ti circonda. Credi che questa condizione ti aiuti a scrivere?

Sì, certamente. Sono un’introversa e ho bisogno di solitudine per lavorare. Attorno a me ho amici e famiglia: marito, figlie, due nipotini. Chi ha bisogno d’altro? Mi piace vivere in una fattoria perché mi dà equilibrio. Scrivere è un’attività completamente cerebrale e trascorro molte ore al giorno persa nella mia mente, ma ci sono altri giorni in cui ho bisogno di raccogliere patate o correre nella stalla per far nascere un agnello podalico. La vita della fattoria mi aiuta a equilibrare mente e corpo.

Gli Stati Uniti stanno passando un periodo complicato: mi ricordo che da bambine tutte noi sognavamo di andare a studiare e a vivere in America, mentre oggi la percezione che abbiamo degli Stati Uniti è molto diversa. Tra debiti universitari, stati che si svuotano, persone un tempo benestanti che si ritrovano sotto la soglia di povertà e senza assicurazione sanitaria, crisi degli oppiodi, pare che ci sia molto lavoro da fare per creare una società più equa. Tu scrivi anche con l’intento di far emergere questi problemi politici… Secondo te cosa devono fare gli Stati Uniti per tornare a essere un luogo desiderabile?

È una domanda sterminata e non basterebbe una giornata intera per rispondere. Diciamo solo che voto per chiunque e qualsiasi cosa possa ridurre l’orrendo divario tra i nostri ricchi e i nostri poveri.

“La dipendenza è una malattia, non un fallimento morale”. Intervista a Barbara Kingsolver -

Da sempre porti avanti un’idea di letteratura politica, e quindi necessariamente morale. Scrivendo sei mai entrata in conflitto con il ruolo che credi la letteratura debba avere rispetto alla libertà che il romanzo finisce per prendersi, nel bene e nel male?

No.

Una cosa che noto guardando anche alle mie letture nord americane, è che i libri più interessanti nascono dai margini. Penso a Marylin Robinson, a te, ad Alice Munro…Non so se è una cosa che noti anche tu, io ho la sensazione che chi scrive da posti più isolati sia in qualche modo più a contatto con l’universalità dell’essere umano e meno distratto da cose sembrano solo apparentemente importanti…Tu cosa ne pensi?

 Come ho già detto, sono un’introversa, e credo che questo contribuisca alla vocazione del romanziere. Non ho mai voluto essere la persona che balla sul tavolo, che prende spazio, che sta al centro dell’attenzione. Sono sempre stata quella che rimane silenziosa in un angolo a guardare, a pensare: “Chissà cos’è che arde nel cuore di quella persona, cosa la spinge a comportarsi in quel modo?”.

Questo è un romanzo pieno di colpi di scena e suspense…Il cliffhanger dickensiano dei feuilleton si ritrova tantissimo in Damon Copperhead. Era un meccanismo con cui già avevi familiarità o è qualcosa di cui hai imparato i segreti con questo romanzo?

Per due anni ho studiato Dickens un giorno dopo l’altro, mentre tracciavo la mia trama sulla falsariga della sua. Questo mi ha insegnato moltissimo sul modo in cui faceva funzionare il meccanismo di un romanzo.

Tu sei anche poeta, una rarità per i romanzieri, perché la poesia mette in gioco talenti e abilità diverse dal romanzo. Che rapporto hai con la poesia? Si parlano i tuoi romanzi e le tue poesie?

Credo che talenti e capacità di un romanziere e di un poeta siano fondamentalmente gli stessi. Tutto si riduce alle parole. La tua intera vita lavorativa è dedicata a tenerle in bocca, assaporarle; e poi a tenerle tra le mani, soppesarle, divinare la loro storia e il loro futuro. Bisogna amarle alla follia. Il romanzo migliore, a mio parere, è una lunga, lunga, lunga poesia.

“La dipendenza è una malattia, non un fallimento morale”. Intervista a Barbara Kingsolver -

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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