Le carceri minorili raccontate da chi le ha frequentate - Lucy
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Luigi Mastrodonato

Le carceri minorili raccontate da chi le ha frequentate

31 Maggio 2024

In Italia ci illudiamo troppo spesso che possano esistere carceri minorili modello. Ma, come ha dimostrato il caso del Beccaria, sono immancabilmente luoghi di sopraffazione e disumanizzazione. È ora di liberarsene.

C’è una parola che troppo spesso viene abusata quando si parla di carcere: modello. La si usa come fosse la targa della stella Michelin da affiggere sulle fredde cancellate penitenziarie.

E il modello per eccellenza, il tre stelle Michelin delle carceri italiane, pare essere l’istituto di Bollate, nell’hinterland milanese. Qui il tasso di recidiva, cioè il numero di detenuti che commettono nuovi reati dopo aver scontato la pena, è del 17% , contro una media nazionale che sfiora il 70. A Bollate i detenuti perlopiù lavorano, studiano, svolgono attività culturali e passano lungo tempo fuori dalle celle. Ma Bollate più che un modello è un luogo dove una buona parte delle disposizioni legislative italiane sul carcere vengono rispettate. Dove quel dettame costituzionale secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non consistere in trattamenti inumani e degradanti trova più applicazione che altrove. 

Anche Bollate però ha i suoi limiti: sovraffollamento, atti di autolesionismo, suicidi, aggressioni, problemi strutturali. Bollate è considerato un modello solo perché si distingue positivamente in quell’inferno che è il sistema penitenziario italiano. Basta davvero così poco?

D’altra parte il termine modello viene scomodato anche per molto meno. Apre un cineforum per i detenuti? Modello. C’è un nuovo corso di sartoria? Modello. Non sono mai arrivate denunce di abusi in divisa? Modello. Fino a poco tempo fa il termine modello veniva usato anche per l’Istituto Penale per i Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano. Chi finiva lì dentro veniva seguito abbastanza bene, si diceva, c’erano educatori preparati e in numero adeguato, la struttura stava in piedi, i numeri sembravano mostrare che, un po’ come a Bollate, le cose funzionavano meglio che negli altri istituti. Oggi del carcere Beccaria si parla invece per l’inchiesta che ha portato all’arresto di tredici agenti penitenziari e alla sospensione di altri otto con l’accusa di violenze, maltrattamenti e molto altro. La fine del modello Beccaria, hanno titolato i giornali, puntando i riflettori sulla deriva in cui è precipitato il carcere da tempo: un cantiere che va ormai avanti da sedici anni, e una giravolta di direttori che ha restituito un costante senso di abbandono; l’impennata nell’uso di psicofarmaci tra i giovani detenuti; le violenze anche di natura sessuale all’interno delle celle; l’evasione di diversi ragazzi a riprova dell’aria pesante che si respira lì dentro. Mancavano solo gli abusi in divisa, presunti. Sono arrivati anche quelli.

Il carcere minorile Beccaria ha smesso di essere un modello. Oggi è facile capirne il perché, ma il punto è un altro. Davvero un luogo dove vengono rinchiusi minorenni che arrivano da contesti di marginalità, accusati di piccoli reati, nella maggior parte dei casi senza nemmeno aver ricevuto una condanna, può vantarsi della targa di “modello” in una democrazia del Ventunesimo secolo? Già solo l’espressione “detenzione minorile” dovrebbe fare a cazzotti con un’espressione di questo tipo.

In realtà c’è stato davvero un momento della storia in cui il sistema della giustizia penale minorile italiano poteva sembrare esemplare. Nel 1988 il decreto legislativo n. 272 introdusse il codice di procedura penale minorile che diede rilevanza al principio della “residualità della detenzione” per i minorenni – ovvero limitare la carcerazione cautelare ed esecutiva solo ai casi in cui si rende necessaria una “difesa sociale non tutelabile in altro modo”. Il carcere venne messo ai margini del sistema penale minorile e sembrava l’inizio della fine di questa forma di detenzione. Con la nuova normativa le presenze crollarono a circa 500 persone: negli anni Cinquanta erano state 7.100, negli anni Sessanta 2.600, negli anni Settanta 1.400. E come per ogni progresso in termini di civiltà, ci si aspettava che il trend potesse continuare nel corso dei decenni. Ma non è stato così.

Come sottolinea l’associazione Antigone, ad aprile 2024 nelle diciassette carceri minorili italiane c’erano ancora 571 persone, una cifra che non si toccava da oltre un decennio e superiore del 30 per cento a un anno prima. Sono aumentati anche gli ingressi negli istituti: se erano stati 835 nel 2021, nel 2023 hanno raggiunto quota 1.143, la cifra più alta negli ultimi quindici anni. Tutto questo non è successo perché è nata una nuova generazione di giovani delinquenti, ma perché le redini del governo le ha chi ha deciso di rimettere il carcere al centro della giustizia penale minorile. Il numero di reati commessi da ragazzi e ragazze minorenni è rimasto stabile nel tempo, ma misure come il decreto Caivano, introdotto dal governo Meloni nel 2023 e che prevede misure urgenti per contrastare la criminalità minorile, hanno rivoluzionato il modo in cui lo Stato ha risposto a questi reati, o presunti tali. È aumentato in particolare il ricorso alla misura cautelare in carcere, al punto che nel 2023 l’80% degli ingressi ha riguardato persone ancora non passate in giudicato. Oggi solo 30 ragazzi, il 5,7% del totale, sono in carcere per espiare una pena.

“Davvero un luogo dove vengono rinchiusi minorenni che arrivano da contesti di marginalità, accusati di piccoli reati, nella maggior parte dei casi senza nemmeno aver ricevuto una condanna, può vantarsi della targa di ‘modello’ in una democrazia del Ventunesimo secolo?”

“Il carcere minorile potrebbe funzionare meglio chiudendolo. Nel 2024 non è un luogo degno di una società civile, è un’istituzione totalmente anacronistica. Penso che tra 50 anni riprenderemo in mano il mio libro, lo sfoglieremo e diremo: ma davvero nel 2024 tenevamo dei ragazzini di 14 anni dietro le sbarre?”. Kento, pseudonimo di Francesco Carlo, le carceri minorili le conosce come pochi in Italia. Qui da oltre un decennio tiene laboratori di rap e poesia, un’esperienza che ha raccontato nel libro Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile, uscito nel 2021 per Minimum Fax. Kento cerca di dare un senso all’esistenza dei ragazzi lì imprigionati. Alcuni proprio nel rap trovano la propria strada. I suoi laboratori sono una boccata di ossigeno per i giovani detenuti, e un quotidiano percorso a ostacoli per Kento: in carcere non può entrare niente o quasi, le lezioni possono saltare all’ultimo secondo se anche solo uno dei partecipanti subisce un provvedimento disciplinare, e il laboratorio resta una roba per maschi perché le detenute sono troppo poche e le lezioni miste non sono ammesse dall’amministrazione penitenziaria.

“All’interno delle carceri minorili ci sono situazioni tremende e inaccettabili, ma spesso i ragazzi non le denunciano perché ritengono che la sofferenza faccia parte della pena. Il sistema li abitua a questo pensiero che però è totalmente sbagliato”, chiosa Kento. “In altri casi ci sono ottime persone, grandi professionisti e bei progetti ma questo non toglie che oggi è impossibile difendere il carcere minorile come istituzione. I dati dicono che a delinquere meno sono quelli che non vanno in carcere. Chi ha accesso alle misure alternative alla detenzione inoltre è meno recidivo. Più questi ragazzi stanno in carcere più torneranno a fare reati, serve altro per comprendere la necessità di andare oltre le carceri minorili?”.

Gli istituti per minorenni negli ultimi mesi sono stati risucchiati dalla dialettica securitaria, troppo ghiotta l’occasione di estendere anche ai giovani provenienti da contesti di fragilità e marginalità quell’odio riversato solitamente sui più grandi. Oggi le carceri minorili, dove si resta fino a 25 anni se il reato è stato commesso in età minore, sono abitate perlopiù da stranieri e giovani del Mezzogiorno, da persone con tossicodipendenze e disturbi psichici, da piccoli spacciatori rimasti intrappolati nelle maglie del proibizionismo più spicciolo. Adolescenti e piccoli adulti che non interessano a chi detiene il potere politico, se non per costruirci sopra nuova propaganda.

“Con misure come il decreto Caivano per ogni minima cazzata ti arrestano e questo è un grande problema. Per me per i piccoli reati non dovresti neanche finire in comunità, figurati in carcere. Spesso sono luoghi che ti peggiorano invece che migliorarti”. Daniel Zaccaro oggi ha 32 anni e tra il 2010 e il 2012 ha girato diverse carceri minorili. È stato al Beccaria di Milano quando ancora veniva considerato un modello, “c’erano educatori bravi che ci sapevano fare, c’era un comandante che sapeva come muoversi, c’era un rapporto armonioso con gli agenti penitenziari”. Ma ha visto anche l’altro lato della medaglia. “Sono passato dagli istituti di Catania e Bari e lì era diverso”, continua, “a Catania i detenuti avevano il terrore degli agenti, una risposta sbagliata poteva essere motivo per prenderti a schiaffi. Gli agenti arrivavano a legare i detenuti a un palo per prenderli a calci, per punirli”. A Bari alcuni agenti hanno riempito di botte Zaccaro perché aveva urlato a un ragazzo dalla finestra. Non è riuscito a camminare per due settimane.

Per lui il carcere comunque non va eliminato, dice che l’esperienza al Beccaria gli ha cambiato la vita: “È stato il luogo dove è iniziata la mia salvezza, lì ho conosciuto persone che poi sono state decisive per me, per il mio cambiamento”. Ma il Beccaria, quel Beccaria, oggi non sembra esistere più. Il 22 aprile scorso l’Italia del G8 e della macelleria messicana della caserma di Bolzaneto, l’Italia dell’uccisione di Stefano Cucchi e di quella di Federico Aldrovandi, l’Italia delle plurime condanne per tortura per le violenze in carcere e delle immagini raccapriccianti di Santa Maria Capua Vetere, l’Italia dei tredici morti nel 2020 in circostanze mai del tutto chiarite tra le carceri di Modena, Rieti e Bologna e delle stragi di stato nei Centri per il rimpatrio (Cpr), quell’Italia ha dovuto fare i conti con un’altra, ennesima presunta stortura democratica: l’arresto di tredici agenti penitenziari e la sospensione di altri otto per violenze e maltrattamenti sui detenuti del carcere minorile Beccaria. Un terzo del totale degli agenti impiegati nell’istituto, ma l’indagine potrebbe allargarsi ulteriormente.

Le carceri minorili raccontate da chi le ha frequentate -

Scorrendo le carte dell’inchiesta emergono dettagli raccapriccianti. Ragazzini, anche solo di 15 anni, presi a calci e pugni. Sbattuti al muro, ricoperti di insulti di matrice razzista. Una violenza sessuale. Un sistema esteso di presunte violenze, dove la parola presunte va garantita perché si è innocenti fino a prova contraria, ma la fatica a doverla aggiungere è tanta anche per il più inamovibile dei garantisti, dal momento che le immagini uscite dai circuiti di videosorveglianza e le intercettazioni degli agenti penitenziari lasciano poco spazio di interpretazione.

Quello che colpisce non è solo la brutalità degli episodi, che si sono consumati tra il 2022 e il 2024 e che senza gli arresti e le sospensione starebbero evidentemente andando avanti (l’ultimo citato è di marzo scorso), ma il fatto che l’indagine del Beccaria, la prima maxi-indagine in Italia per violenze e maltrattamenti in un carcere minorile, sembra il fac simile di altre decine di indagini, molte delle quali già concluse con condanne, che hanno caratterizzato gli istituti penitenziari per adulti  in questi anni. Sintomo di un metodo, di un sistema, di una malattia in stato avanzato. Una metastasi, un frutteto marcio, e non solo poche mele.

L’indagine che lo scorso aprile ha definitivamente affossato il modello Beccaria non è stato un fulmine a ciel sereno, insomma. Né per il mondo del carcere, perché di storie simili ce ne sono tantissime. Né per il Beccaria in sé.  “Quello che è venuto fuori nelle ultime settimane per noi non è una novità. I ragazzi ce lo raccontano da sempre che al Beccaria vengono picchiati dalle forze dell’ordine”, confida Michela, una persona che da anni lavora a Milano nell’ambito dell’accoglienza. L’ultimo episodio è di aprile, quando le autorità volevano trasferire in uno dei centri meneghini tre ragazzi di origine maghrebina pieni di sangue, tumefatti. Alla fine gli operatori si sono imposti perché venissero portati in pronto soccorso. “Noi abbiamo denunciato la cosa già in passato in Procura ma non sappiamo come sia finita”, continua Michela. “La cruda realtà è che di fronte a queste cose siamo tutti impotenti. Adesso è uscita questa notizia delle violenze al Beccaria e sono tutti un po’ più all’erta però davvero l’abuso di potere che avviene in quei contesti, anche nei confronti di noi operatori, è la regola. È una lotta continua”.

Il carcere in Italia non è solo questo, ma è anche questo. Tornano in mente le parole di Gustavo Zagrebelsky in Abolire il carcere, saggio pubblicato da Chiarelettere nel 2022. “Non ci appare stupefacente che in tanti secoli l’umanità che ha fatto tanti progressi in tanti campi delle relazioni sociali non sia riuscita a immaginare nulla di diverso da gabbie, sbarre, celle dietro le quali rinchiudere i propri simili come animali feroci?”, scrive Zagrebelsky. “Non ci appare ancora più stupefacente che tutto questo valga non solo per gli adulti, ma anche per i minorenni?”, viene da aggiungere. E che le storture dei primi, quel metodo fatto di sopraffazione, violenze e disumanizzazione dei detenuti, valgano anche per i secondi?

Nel 1764 Cesare Beccaria metteva in discussione la pena di morte. Nel 1978 Franco Basaglia faceva chiudere i manicomi in Italia. Queste conquiste civili oggi sembrano ovvie, ma un tempo non lo erano. Per il carcere, e ancora di più per quello minorile, potrebbe essere lo stesso, un giorno. Perché ciò avvenga serve però una presa di coscienza della società civile prima ancora che della politica. E in questo senso, cinicamente, i fatti del Beccaria sono quantomeno una presa di coscienza non più rinviabile. La brutalità di quegli episodi è qualcosa che non vorremmo mai sentire, ma chi si occupa di carcere sa che la loro pubblicazione è un bene.

Chi si occupa di carcere non prova rabbia davanti a una notizia di questo tipo, tira semmai un sospiro di sollievo perché finalmente è venuta allo scoperto. In un mondo come quello penitenziario dove è difficile denunciare per il rischio di subire ripercussioni, un mondo dove l’omertà regna anche una volta fuori dalla cella perché il sapore della libertà fa dimenticare tutto il resto, qualcuno ha trovato il coraggio e la forza di aprire la bocca. Eccola la buona notizia, di quelle che possono far crollare un sistema. Di quelle che possono innescare una rivoluzione culturale, un cambio di paradigma.

“Tutte le volte che un minorenne finisce in un carcere si materializza una sconfitta per la comunità intera, per ognuna delle istituzioni sociali che ai minori dovrebbero dedicarsi, per qualunque società che si ritiene o si definisce avanzata. È l’esistenza stessa di questi istituti di pena a convalidare questa sconfitta, giacché essi provocano e riproducono solo disagio e sofferenza”, scrive Paolo Bellati in L’ipocrisia del carcere. Dal Minorile agli Istituti per adulti, in uscita per la casa editrice Sensibili alle Foglie. “Le carceri minorili dovrebbero chiudere perché non risolvono nessun problema, perché non hanno soluzioni. Perché questi luoghi non guariscono il male, ma anzi lo riproducono e lo amplificano. Perché accade? La risposta è semplice, e non sembri ideologica perché è quella più azzeccata nella sua semplicità: perché il carcere fa schifo e fa ancora più schifo se è un carcere per minori”.

“Nel 1764 Cesare Beccaria metteva in discussione la pena di morte. Nel 1978 Franco Basaglia faceva chiudere i manicomi in Italia. Queste conquiste civili oggi sembrano ovvie, ma un tempo non lo erano. Per il carcere, e ancora di più per quello minorile, potrebbe essere lo stesso, un giorno”.

Per liberarsi delle carceri minorili è necessario che esse vengano sbattute in faccia alla società civile senza filtri, in tutta la loro crudezza. È a partire da qui, dalla presa di coscienza di quel contesto di sopraffazione e disumanizzazione, che si arriverà a interrogarsi sul senso di tenere lì dentro dei minori. 

La serie di successo Mare fuori, racconta  l’istituto per minorenni come un riformatorio in cui si consumano amori, litigi, amicizie, un luogo dove rampolli milanesi e tossicodipendenti di etnia rom sono trattati allo stesso modo, uno spazio dove si entra e si esce con le porte girevoli, un ambiente dove l’empatia dei controllori verso i controllati la fa da padrone.

Di questo racconto patinato ce ne facciamo molto poco. Le carceri minorili non sono così, neanche lontanamente: sono in tutto e per tutto delle gabbie di Stato dove non esiste neanche il diritto all’affettività. Rappresentare gli istituti minorili come un miraggio, in questo modo stereotipato, è parte del problema. Tanto quanto l’abuso del termine modello per gli istituti considerati “virtuosi”. L’unico carcere minorile modello  è quello che non esiste.

Luigi Mastrodonato

Luigi Mastrodonato è un giornalista freelance. Collabora con testate come Internazionale, Domani, LifeGate e si occupa di temi sociali e marginalità, con un focus particolare su carceri e abusi di potere. È autore e voce del podcast “TREDICI”, uscito nel 2023 per «Il Post».

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