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Irene Graziosi

Mansplaining al Lido: i film più brutti di Venezia 80 finora

04 Settembre 2023

Wes Anderson, Bertrand Bonello e William Friedkin tra i più deludenti di Venezia 80, sebbene c'è chi vorrebbe far credere altrimenti.

Le donne a Venezia 80 hanno una cosa in comune: accanto a loro c’è un uomo che gli sta spiegando un film che le disgraziate hanno avuto la spericolatezza di definire deludente. A osservare queste coppie di colleghi, amici o amanti, persino il più esangue degli spiriti femministi – come quello della sottoscritta – si rinvigorisce: ora basta

E non può essere un caso che questo fenomeno si concretizzi per lo più con film che sono palesemente brutti, pretenziosi. 

Uscita dalla irritante proiezione del mediometraggio di Wes Anderson, The Wonderful Story of Henry Sugar, tratto da un racconto splendido di Roald Dahl, un giovanotto stava spiegando a una delusa fidanzata che in realtà il film era riuscitissimo. In caso la poverina non se ne fosse accorta, infatti, si trattava di un ottimo esempio di tell-don’t-show la cui regia è pensata come una quinta teatrale in cui gli oggetti di scena compaiono e scompaiono come se si stesse assistendo a uno spettacolo sul palcoscenico.

La ragazza, dopo aver provato a dire che era lo stesso identico stratagemma che Anderson aveva usato per lo spot di una banca che gli era stato commissionato, aveva smesso di lottare, limitandosi a tacere. Il film in effetti ha l’unico pregio di durare quaranta minuti, tempo in cui sulla scena compaiono attori bravi e famosi che leggono una sceneggiatura adattata dall’opera originale mentre attorno a loro lo sfondo cambia. Il tutto è condito dal solito e stucchevole gusto andersoniano fatto di colori pastello, cavallucci a dondolo, bastoni da passeggio, bombette, casine, recinti, finestre e porte simmetriche, abiti dai colori eccentrici, pipe. Guardandolo si ha la sensazione che il regista sia uno di quegli amici geniali di quando si era al liceo, uno di quelli che però poi non si è mai dato la pena di cambiare, non ne ha avuto il coraggio o la voglia, e oggi, quando lo si incontra, si ha solo per un secondo la sensazione di avere davanti lo straordinario essere umano da cui si era affascinati, prima di sentire in gola la goccia amara del potenziale mai realizzato. 

Ma il film di Wes Anderson è niente in confronto a La Bête di Bertrand Bonello che, oltre a durare due ore e mezza, non ha neanche la scusa di essere un divertissement fuori concorso. In un futuro distopico in cui le emozioni sono d’intralcio al lavoro, gli esseri umani chiedono che gli vengano rimosse. Come? Eliminando dalla memoria le proprie vite precedenti, ragion per cui il film si svolge sia a inizio Novecento sia nel presente sia nel sopracitato futuro. Lea Seydoux e George MacKay si sono amati in tutte queste vite precedenti e sono dunque destinati a stare insieme, ma la loro unione è minacciata dalla rimozione mnemonica ed emotiva. Non vi preoccupate se leggendo queste righe non capite la trama, vi rimarrebbe oscura anche guardando il film.

Le parti ambientate nel passato sono a dir poco azzardate, con abiti di scena che ricordano più una festa in maschera degli sfarzi dorati d’inizio secolo francese, ed è difficile credere alla passione tra i due protagonisti, che sono diretti in modo da sembrare pacificamente indifferenti l’uno all’altra. Non resta che pisolare, azione che viene purtroppo osteggiata da situazioni drammatiche prive di senso dove il sonoro si fa particolarmente molesto. Dopo essere scappata dalla sala a tre quarti della proiezione tra gli sguardi ammirati delle mie compagne di fila mi sono rifugiata in sala stampa. Qualche ora dopo, in coda per il bagno, ecco dietro di me un signore che spiegava la “metafora del piccione” a una sua collega che aveva avuto l’infausta idea di far notare come il film, pur mettendo in scena un futuro distopico dove l’AI svolge lavori un tempo umani incrementando il tasso di disoccupazione, sembra essere proprio il prodotto di un’intelligenza artificiale. E infatti nessuna metafora del piccione una volta spiegata potrà mettere in salvo dalla frammentazione estetica ed etica che questo polpettone melò-fantascientifico-distopico porta con sé. Perfino Lea Seydoux, brava e di una bellezza straordinaria, viene usata in un modo talmente maldestro da rinfocolare ancora di più quel sopito femminismo di cui sopra, facendo quasi venire voglia di vedere brandita l’espressione male gaze da qualcuna più avvertita di me. 

Infine, solo due righe sull’ultimo film di William Friedkin, The Caine Mutiny Court-Martial. Friedkin è stato e sarà sempre amatissimo: brillante, burbero, outsider, ottimo intervistato, uno dei migliori. Ma questo film è indistinguibile da uno sceneggiato televisivo – del quale, oltre alle inspiegabili luci sparate ha anche gli attori, tutti detective o comparse in legal drama di seconda categoria – la cui sceneggiatura pare semplicemente non essere stata immaginata da un organismo senziente e il cui finale è un coltello piantato nel cuore. È per questo che mi ha colpita sentire un uomo intessere le lodi del film alla propria fidanzata, tanto che quasi avrei voluto interromperlo mentre diceva che sì, all’inizio magari non aveva capito bene dove Friedkin volesse arrivare, ma poi invece… Ma mi sono fermata: ho visto negli occhi di lei la tenera compassione che si concede a chi soffre più di noi, e ho sperato che il giovane fosse andato a rivedere l’Esorcista, in sala tra i classici nei giorni precedenti. 

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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