Nessuno vuole prendersi la responsabilità del razzismo negli stadi - Lucy

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Nadeesha Uyangoda

Nessuno vuole prendersi la responsabilità del razzismo negli stadi

23 Gennaio 2024

Sabato sera il portiere del Milan, Maignan, è stato oggetto di insulti razzisti da parte dei tifosi dell’Udinese. Inizialmente, la società di calcio ha reagito maldestramente, parlando di un caso isolato, che non ha nulla a che fare con la tifoseria e con la città. Ma allora di chi è la colpa?

Fino a qualche anno fa mi domandavo perché ci fossero così pochi portieri neri nelle maggiori divisioni di calcio europeo. Ce ne sono stati, naturalmente, ma se confrontiamo i loro numeri con quelli degli attaccanti, il problema si pone. Tanto che nel 2020 un articolo del  «New York Times»  riportava che in quella stagione settantasette portieri hanno giocato almeno per un minuto nelle competizioni della Bundesliga, della Serie A e de La Liga. Nessuno di loro era nero. David James è stato il primo – e finora unico – per la nazionale inglese: era il 1997 quando ha debuttato, non il 1978 quando invece Viv Anderson ha rotto la barriera del colore tra i giocatori inglesi. Questa premessa per dire che Mike Maignan è una visione rara — sempre meno, per fortuna, ma non ancora nell’ambito dell’ordinario.

Quando lo vedo muoversi tra i pali del Milan non mi sorprende che quello che viene considerato uno dei migliori portieri al mondo sia francese: la Ligue 1 è stata la prima, vuoi per casualità, vuoi per il rapporto peculiare con le minoranze, a porsi in controtendenza. 

Sto preparando la cena guardando  Quattro ristoranti di Borghese, quando al bip della notifica di Live Score il mio compagno dall’altra stanza urla che “Udinese-Milan interrotta, sicuramente è razzismo”. Non mi stupisce la velocità con cui legge la situazione: è uno dei pochi motivi per cui una partita di calcio viene sospesa, nonostante sia anche un’eventualità che accade più raramente di quanto dovrebbe.

Da tifosa del Napoli, so che la probabilità di cori discriminatori è esponenzialmente più alta negli scontri con alcune squadre – Lazio, Verona, Udinese. Il razzismo travalica il colore della tifoseria, dirà qualcuno, e sono d’accordo. Eppure, la Lazio prima compariva già un decennio fa in un report di FARE che nella stagione 2013-2014 aveva analizzato quarantatre partite definite “a rischio” – forse, per composizione e orientamento ideologico della tifoseria o perché storicamente tendente a certi comportamenti. Non a caso il 75% delle segnalazioni riguardava gesti, cori e simboli dell’estrema destra, il 3% invece avevano una natura mista, di razzismo ed estremismo di destra.

Provo un moto di soddisfazione nel vedere alcune di queste squadre in fondo alla classifica, perché dietro una probabilità c’è una tendenza, e dietro una tendenza c’è la responsabilità non soltanto del singolo tifoso, della curva, ma anche della dirigenza, della società. Ha ragione Maignan quando dice che tutti sono colpevoli, ma se alla fine nessuno lo è davvero, almeno posso gioire del loro destino sportivo, condannato a far notizia più per essere un vespaio di razzismo che per vincere una partita. 

Quello che è successo sabato in casa dell’Udinese è che nel primo tempo Mike Maignan, già dal primo rinvio, sente dagli spalti della squadra avversaria tifosi che fanno versi da scimmia nella sua direzione. Decide quindi di avvertire l’arbitro (questi — permettetemi una nota polemica — sembrava non aver sentito gli ululati fino a quel momento), che a sua volta informa il procuratore federale. Viene trasmesso il consueto appello degli speaker a tutto lo stadio e, alla reiterazione del coro razzista, il numero sedici rossonero si toglie i guantoni e si avvia verso gli spogliatoi. Il cronometro è entrato nel trentottesimo di gioco, e l’arbitro è costretto a sospendere la partita per alcuni minuti.

Un episodio simile è avvenuto non molto tempo fa in Spagna all’ala brasiliana del Real Madrid, Vinícius Júnior, nel corso di una partita contro il Valencia: il giocatore ha indicato una sezione del tifo avversario da cui provenivano insulti razzisti, e l’arbitro ha informato la curva che se avesse continuato, la partita sarebbe stata sospesa, attivando il protocollo specifico per queste discriminazioni.

“Provo un moto di soddisfazione nel vedere alcune di queste squadre in fondo alla classifica, perché dietro una probabilità c’è una tendenza, e dietro una tendenza c’è la responsabilità non soltanto del singolo tifoso, della curva, ma anche della dirigenza, della società”.

L’arbitro Maresca segue alla lettera le linee guida della Figc. Le regole del gioco sono cambiate nel 2009, dopo un Juventus-Inter che è valsa alla prima la sanzione di una partita a porte chiuse. Allora i cori dei bianconeri erano diretti a un giocatore bresciano, un certo Mario Balotelli, ma se in quell’occasione il regolamento prevedeva la sospensione solo in caso di striscioni razzisti, la casistica da quel momento si amplia anche ai cori. Poco male, perché nei successivi quattordici anni il protocollo viene preso in considerazione una manciata di volte.

Cosa è cambiato allora? Un dissenso più diffuso, un riconoscimento unanime (l’uno e l’altro sono solitamente corredati dall’incipit “Non è possibile che, ancora, nel 2024” eccetera, eccetera), dall’appoggio dei propri compagni, dalla solidarietà degli avversari. Tutte reazioni apprezzate, e che personalmente considero il minimo sindacale per dirsi delle persone decenti, ma che di fatto non arginano un fenomeno che nel calcio continua a essere piuttosto diffuso, e non soltanto in Italia.

Maignan ha giustamente fatto notare che “Abbiamo fatto comunicati stampa, campagne pubblicitarie, protocolli e non è cambiato nulla”. D’altro canto non va trattato neanche come un fenomeno squisitamente settoriale, come “il problema del razzismo nel calcio”. Molto spesso la reazione delle istituzioni è che non si possa colpevolizzare un gruppo per il comportamento di pochi (“idioti”, come ha specificato il vicepremier Matteo Salvini): mi sembra una posizione molto comoda, di quanti considerano il razzismo un fenomeno episodico, da imputare all’ignoranza di alcuni, piuttosto che come un problema trasversale, che negli stadi è espressione e sintesi di quanto avviene fuori, nella società. Secondo il primo rapporto, pubblicato sulla base di  osservazioni raccolte tra il giugno del 2021 e lo stesso mese dell’anno successivo,  dell’Osservatorio Nazionale contro le discriminazioni nello sport, promosso dall’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, Uisp e Lunaria, “gli espliciti insulti razzisti scagliati ed esibiti contro Mario Balotelli, Kalidou Koulibaly, Victor Osimhen o le offese antizigane lanciate contro Edin Dzeko, Zlatan Ibrahimovic, Dusan Vlahovic e Ivan Perisic, che raccolgono l’attenzione dei grandi media, sono infatti purtroppo accompagnati da molti altri episodi di discriminazione quotidiana che tendono a restare invisibili”. 

La lista degli episodi di matrice razziale nel calcio è ben lunga, quello su cui raramente ci si sofferma è l’impatto emotivo, sulla salute mentale, sulle carriere sportive dei calciatori. La mia reazione agli insulti razzisti è una profonda rabbia, un senso di frustrazione, l’incapacità di concentrarmi su qualsiasi altra cosa, le mani che mi tremano, il mondo intorno che vacilla. Essere in uno stadio, circondato da decine di migliaia di persone, dai tuoi compagni, dai colleghi della squadra avversaria, e provare questa scarica emotiva così intensa deve essere tremendo.

Un portiere non dovrebbe mai trovarsi sotto il ricatto di mani tremanti. Sarà per questo che ho visto il momentaneo gol del pareggio dell’Udinese appena dopo la ripresa della partita, anche prima che la palla entrasse in rete. È arrivato al quarantaduesimo per piede di Lazar Samardžić, e scommetto che sotto i guantoni le mani di Magic Mike Maignan tremavano ancora. 

Nadeesha Uyangoda

Nadeesha Uyangoda è giornalista e scrittrice. Collabora con «Repubblica» e altre testate. Il suo ultimo libro è L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd, 2021).

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