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Lorenzo Gramatica

Romanzo di formazione, fiaba, road movie: “Io Capitano” di Matteo Garrone

07 Settembre 2023

Si possono raccontare i migranti senza pietismi, prediche e moralismi? Sì, se si assume il punto di vista dei protagonisti e si ha l’ambizione di raccontare una storia.

Nota di Redazione

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Le magliette e le tute da calcio che si vedono nell’ultimo film di Matteo Garrone, Io Capitano, in concorso a Venezia, sono perlopiù lise, scolorite, senza numero e nome sulla schiena. Roma Juventus, Benfica, Borussia Dortmund, non importa; sono intercambiabili – perché chi un giorno indossa la maglia del Real, quello dopo può sfoggiare senza sensi di colpa quella dei rivali del Barcellona –  e raccontano con immediatezza il desiderio di raggiungere l’Europa dei giovani africani che le indossano. In Europa giocano i calciatori più forti e la vita sembra più attraente; si guadagna abbastanza da mantenere la famiglia e si realizzano i propri sogni. Quello dei due protagonisti, i sedicenni senegalesi Seydou (interpretato dal bravissimo Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall, bravo anche lui), è fare hip hop e finire un giorno a firmare autografi ai bianchi. 

Per arrivare in Europa però ci vogliono molti soldi e parecchia avventatezza; se Seydou e Moussa i primi li mettono da parte per mesi, nascondendoli con cura e contandoli con impazienza, la seconda è naturale conseguenza dell’età. A sedici anni due amici bastano a se stessi e pensano che, finché stanno assieme, non possa succedergli nulla di brutto. Quello che in altre fasi della vita è solo un pericolo da cui guardarsi, a quell’età può essere un’avventura. 

Si può essere portati a pensare che chi migra dall’Africa – ma per estensione anche chi arriva dal mondo arabo e dal Medio Oriente – lo faccia per disperazione: altrimenti perché sobbarcarsi un viaggio tanto pericoloso ed estenuante?

Questo racconto, che è forse sbrigativo e tendente alla semplificazione, può essere però funzionale a convincere l’opinione pubblica – gli indecisi, i pigri, i disinteressati, gli ignavi, se non proprio i detrattori – della necessità dell’accoglienza. 

Non pare però essere l’obiettivo di Garrone. 

Seydou non sembra passarsela male: a Dakar ha una famiglia numerosa, con sorelline, cugine e una madre apprensiva e molto amata, e poi ha Moussa, cugino e migliore amico. Si va a scuola, si gioca a calcio, si suona, si balla, si scherza, si è solidali gli uni con gli altri.

“Sto bene in Senegal, non ci penso proprio ad andarmene in Europa!” mente Moussa per rassicurare la madre di Seydou. Ma la decisione è presa: si deve andare e si andrà assieme, lui e il cugino, senza dirlo a nessuno – e come la prenderà la madre amatissima e molto protettiva?

C’è una certa dose di ingenuità e di irragionevole speranza nel desiderare intensamente qualcosa; è facile quindi che qualcuno, di quella ingenuità, se ne possa approfittare. Piccoli e grandi truffatori, ladri, criminali violenti, torturatori e mafiosi sono solo alcuni degli ostacoli che si frappongono tra chi parte e la destinazione finale; nel mezzo il deserto, il mare, le prigioni libiche. 

Come Pinocchio ha il Gatto e la Volpe, Mangiafoco e il Grillo Parlante, così Seydou trova sulla sua strada profittatori, schiavisti e consiglieri. 

E poi la paura di non farcela e il rimorso di essere partiti, abbandonando una vita degna di questo nome per inseguirne una che potrebbe non iniziare mai. 

Nelle mani di Garrone, questo viaggio pericoloso, traumatico e per molti fatale, diventa il romanzo di formazione di Seydou. Da ragazzo timoroso, dallo sguardo e dai modi sin troppo miti e remissivi, dovrà farsi uomo – siamo soprattutto dalle parti di Conrad, tra La linea d’ombra e Cuore di tenebra, ma le carte geografiche finemente disegnate che accompagnano i titoli di testa sembrano mappe che portano a un tesoro.

E dunque romanzo di formazione, fiaba, road movie, bromance, film d’impegno e di avventura. Io Capitano è realista, nel senso di attento alla verosimiglianza del racconto (è tra le altre cose recitato in wolof, lingua parlata da quasi la metà dei senegalesi), ma pure surreale, perché la realtà può essere anche l’adesione al punto di vista che il protagonista assume.

C’è una vena fiabesca che innerva la produzione di Garrone – ne Il racconto dei racconti, in Pinocchio e anche in Reality la tendenza è solo più evidente – e che gli permette di bilanciare lo sguardo secco e rigoroso che ha sui personaggi. Qui il bilanciamento non sembra riuscire fino in fondo – funziona in Atlantique, film del 2019 premiato a Cannes della regista francese di origini senegalesi Mati Diop, che racconta una storia di migranti, fantasmi, spiriti, amore e vendetta a Dakar. 

Un angelo dell’annunciazione, un po’ Lorenzo Lotto (ma ne L’Annunciazione di Recanati c’è un gatto che scappa, terrorizzato dall’angelo, che riporta tutto a una dimensione quotidiana, terrena, un po’ buffa), e una levitazione: alcune scene, che pure hanno una loro grazia compositiva, virano sul magico e lambiscono il territorio del sogno, ma paiono inserti che cercano una sintesi col resto senza trovarla fino in fondo.  

Forse questi inserti stonano un po’, perché è già incredibile la storia di un ragazzino che si sobbarca un viaggio infernale come questo e con successo: cambia, cresce, si appropria della sua individualità, si assume le proprie  responsabilità e si fa responsabile degli altri, impara l’assertività e il comando. Rimane altruista.

Eppure: incredibile sì, ma la storia di Seydou è tratta da un caso di cronaca ed è ispirata, tristemente, a quello che accade ogni settimana tra l’Africa e le coste siciliane. 

Gli occhi di Seydou esprimono una vastità di sfumature che si fatica quasi a elencare: che cos’è un ragazzo che cresce se non un casino inconsapevole anche a se stesso? La camera nel finale si sofferma lì: il suo sguardo non è più così mite, si immagina che non sarà mai più remissivo. 

Anche l’ultimo film di Shinya Tsukamoto presentato fuori concorso, Hokage, che porta avanti la riflessione sulla guerra cominciata proprio a Venezia 2014 con Nobi, ha come protagonista un bambino alle prese con la violenza. 

Come Seydou, dovrà suo malgrado diventare grande molto in fretta e nei suoi occhi, inquadrati nell’ultima scena dal regista, si leggono spaesamento e forza.

A differenza di Antoine Doinel, il protagonista de I 400 colpi di Truffaut, col suo celebre sguardo dritto in macchina, i protagonisti di Garrone e Tsukamoto guardano obliqui all’interno dell’inquadratura. Cercano la vita dentro lo schermo, non il consenso o la reazione dello spettatore fuori da esso. 

E infatti Garrone sceglie di non mostrare la morte, le torture, i drammi in modo troppo insistito. La camera registra e racconta. Non è lì per far riflettere lo spettatore, ma per stare sui personaggi. 

Finita la proiezione, uscendo dalla sala si ascolta, nel brusio generale, un commento che credo destinato a successo: qualcuno critica l’eccessiva “estetizzazione” del film. Una storia come questa avrebbe meritato uno stile più asciutto, dice. 

L’accusa di estetizzazione a chi fa cinema mi pare a volte non troppo dissimile da quella di spionaggio o tradimento durante le Grandi Purghe: vaga, diffamatoria, ricorrente e indimostrabile. 

Non è la bellezza delle immagini a disturbare, ma è vero che da Seydou, da Moussa e dagli altri personaggi si resta un po’ distanti. Li si osserva, si fa il tifo per loro, si spera nel meglio ma non ci si strazia, ci si sente anche per un attimo in colpa: non dovrei piangere almeno un po’?

Qualcosa non convince. Poi ci si chiede, smettendo di appellarsi alla propria cattiva coscienza, se forse non era proprio questo l’obiettivo del regista, raccontare senza pietismi e tranelli emotivi la storia di due ragazzi.

A quel punto, si può dire che il film è bello e di Garrone che rimane uno dei più bravi.

Lorenzo Gramatica

Lorenzo Gramatica è Editor-in-Chief e autore di Lucy.

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