Si può morire per una recensione? - Lucy

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Irene Graziosi

Si può morire per una recensione?

15 Gennaio 2024

Giovanna Pedretti, la ristoratrice finita in TV e sui giornali per aver risposto virtuosamente a una recensione omofoba, è stata trovata morta, probabilmente suicida. In pochi giorni era passata dallo status di eroina a quello di farabutta, accusata di essersi inventata tutto. La sua vicenda racconta del rapporto morboso, utilitaristico e scorretto che molti intrattengono con il concetto di verità.

Un amico anni fa mi disse che la ragione per cui non seguiva persone particolarmente attive sui social – influencer, ma anche gente che cercava di emularli senza ricevere niente di materiale in cambio – risiedeva nella sensazione di disagio che provava di fronte alla loro solitudine. Il tono del mio amico non era né patetico né retorico: semplicemente, l’idea di affrontare quella compassione ogni giorno gli pesava. Me lo disse quattro anni fa, subito prima della pandemia che avrebbe poi esasperato e accresciuto il fenomeno degli influencer e del mercato ad esso legato e, sebbene al tempo serpeggiasse meno l’odio per la fama virtuale che oggi affiora negli stessi luoghi che la rendono possibile, un’ombra di biasimo – e di moralismo e di rancore – già si annidava nella mente di molti quando parlavano di coloro che tentavano di essere famosi, o che già lo erano diventati, grazie a Instagram. L’amico mi stupì: il suo mi parve un commento umano. 

Domenica è stata trovata morta Giovanna Pedretti, pare per suicidio, titolare della piccola pizzeria “Le Vignole” nel lodigiano. Nei giorni scorsi era stata al centro di una tempesta mediatica: aveva pubblicato sui social una sua risposta virtuosa a un commento omofobo di un cliente del suo ristorante e, dallo status di paladina per i diritti civili, è passata rapidamente a truffatrice quando, sempre sui social, è stato insinuato il dubbio che avesse architettato tutto, dal commento omofobo alla propria risposta, per ottenere celebrità e forse qualche cliente in più. 

Naturalmente nessuno sa perché le persone si ammazzano, le ragioni del suicidio sono per loro natura insondabili, ciò che può sortire un certo effetto su qualcuno può non farlo su qualcun altro (le persone sono più o meno resilienti, termine tecnico che si riferiva in psicologia alla capacità di certi individui che provenivano da ambienti davvero duri o che avevano attraversato traumi complessi di reagire elasticamente alle proprie esperienze e che, nel lessico comune, è stato logorato da usi melensi), ma è altrettanto sensato tenere a mente che, nella maggior parte dei casi, soprattutto online, uno non sa chi ci sia dall’altra parte. Non solo: forse come struttura di pensiero e sentimento, sarebbe auspicabile che tutti noi, rivolgendoci a chicchessia, lo facessimo assumendo che questo sia vulnerabile, anche qualora le nostre ricerche future ci dovessero portare a conclusioni opposte.

Certo, quando dall’altra parte c’è qualcuno di indiscutibilmente potente, che ha commesso una truffa di natura economica grazie alla propria influenza, una truffa legalmente perseguibile, pur essendo grata di non sentirmi in dovere di indagare, denunciare e punire presunte azioni illegali altrui, ovviamente non solo ha senso farlo, ma è anche previsto che lo si faccia: abbiamo designato ruoli professionali e civili affinché certe storie vengano fuori e, altrettanti, perché vengano giudicate e riabilitate. 

Ma se dall’altra parte non c’è reato, al limite un gesto maldestro per avere due clienti in più in una pizzeria di provincia o per sentirsi amati per ventiquattro ore, ha ancora senso cercare la verità? La verità basta a se stessa a prescindere dalle conseguenze che la sua ricerca può sortire? E se anche la risposta dovesse essere affermativa, ha senso che questa verità sia strillata sui social, dove ci comportiamo come una marea, le cui onde violente si abbattono e si ritirano nell’arco di ventiquattro-settantadue ore sul malcapitato di turno?

La verità, certo, è un valore assoluto, come la giustizia e la bellezza, valori non-umani nella loro purezza e che, come raccontava Simone Weil, trascendono il potere degli uomini e si stagliano oltre l’orizzonte di ciò che ci è possibile comprendere davvero. La verità in questo senso ha una sua forza sovrumana, che in certi casi anima chi la cerca e chi per essa lotta, come nel caso di Ilaria Cucchi e tanti altri. È una verità morale e non moralistica, una verità che non ha nulla della patina estetica e un po’ meschina di cui si ammanta chi, sempre più spesso, cerca di spacciare per ricerca di verità la propria recita sociale.

Inoltre, chi di mestiere cerca la verità, dovrebbe, nel migliore dei casi, aver ragionato sull’etica che il proprio mestiere gli impone. Invece, in questa storia e in molte altre, è la chiostra del ruolo a non esistere più: chi cerca la verità sui social, spesso di mestiere fa tutt’altro: cucina, giardinaggio, occupazioni impiegatizie di varia natura; impieghi dignitosissimi, ma che non hanno richiesto il percorso etico e deontologico che altri tipi di lavori comportano. Così si scagliano parole false volte a svelare un’altrettanta falsa verità a un pubblico, e poi a dei media, che non si curano di capire se ciò che hanno di fronte sia vero o sia falso, e se, soprattutto, oltre a una verità superficiale, come lo può essere l’autenticità di uno screenshot di una recensione su google, non ne esista un’altra, molto più semplice, molto più umana: una signora che gestiva una pizzeria di provincia si è, forse, inventata uno scambio in cui apparire buona, per sentirsi più amata o far venire due clienti in più nella pizzeria del lodigiano.

Qual è la differenza tra noi e la signora nel caso quello screenshot sia falso? La signora ha attraversato un confine che noi il più delle volte non attraversiamo, che è quello della menzogna, ma l’impulso che spinge qualcuno a pavoneggiarsi è sempre lo stesso: c’è chi è più bravo a sparigliare le carte, e chi per soddisfare lo stesso bisogno talvolta mente. Non è l’azione stessa del postare un oggetto che fa apparire virtuosi, vero o falso che sia, a rivelare la verità innegabile dell’impulso che ci accomuna tutti? Non è, pur senza superare quel confine, ciò che facciamo tutti i giorni quando qualcuno ci complimenta e vogliamo farlo sapere agli altri? Non esprime il bisogno di essere amati, di essere comprati, di essere frequentati? Non è poi quello che fanno, tutti i giorni, sui loro canali, le persone che questa donna l’hanno condannata? Non è quello che facciamo tutti? E se mentissimo su questi complimenti, questa menzogna non esprimerebbe con ancora più vigore il nostro bisogno? 

A me pare, qualche volta, che sia questa “ricerca di verità” a svelare più di ogni altra cosa ciò che le persone che la interpretano sono realmente e, visto che la verità tende a non farsi vedere da chi la brandisce come scusa per soffocare le proprie responsabilità, forse queste persone neanche lo sanno.

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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