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Priscilla De Pace

“Una mamma per amica” è il perfetto rifugio per millennial in burnout

"Una mamma per amica" è una serie tv che non si è limitata a fare epoca: ne ha condensato lo spirito in un universo controllabile e rassicurante. È per questo, forse, che col trascorrere degli anni, i fan non hanno mai smesso di seguirla, rivederla, celebrarla: per trattenere il tempo che passa.

Ogni anno migliaia di persone provenienti da tutto il mondo si danno appuntamento in New England per celebrare il Gilmore Girls Fan Festival, l’evento dedicato alla serie televisiva anni Duemila Una mamma per amica, scritta e ideata dalla sceneggiatrice tv Amy Sherman-Palladino.

La manifestazione, organizzata da un gruppo di fan dello show, si svolge ogni volta in una cittadina diversa e, per tre giorni, invade le strade ricreando le atmosfere della serie tv e offrendo ai partecipanti – ma forse sarebbe più corretto dire alle partecipanti – la possibilità di vivere come veri abitanti di Stars Hollow, la località immaginaria del Connecticut in cui prende vita la storia: le attività cambiano insegne e ospitano eventi speciali, le tavole calde offrono caffè americano a volontà, gli attori e le attrici del cast svelano i segreti dietro le quinte e coinvolgono il pubblico in esperienze a tema.

Sul sito che promuove il Festival le organizzatrici condividono il motivo che le ha spinte a costruire l’evento: “Cosa c’è di più ironico del fatto che sia una serie tv a cambiarti la vita?” – scrivono – “La nostalgia incantata per un programma tv ha cambiato la nostra vita e quella di centinaia di persone che ci circondano”.

Una mamma per amica ha avuto un grande impatto anche sulla mia vita. Quando lo show ha debuttato in Italia nel 2002 io avevo appena dodici anni e mi sentivo molto sola. Le mie giornate erano scandite dall’attesa dell’estate e delle vacanze nel paese di montagna dove vivevano i miei nonni, un villaggetto di poche anime che nei mesi caldi si riempiva di vita e dove potevo assaporare, per un breve lasso di tempo, il senso di appartenenza a una comunità. Lontana da quel luogo e dall’unica forma di collettività che avevo imparato a conoscere, l’universo di Una mamma per amica è diventato il mio antidoto alla malinconia, un posto sicuro in cui rifugiarmi e ritrovare un calore familiare identificandomi nelle vicende delle due protagoniste: Lorelai Gilmore (Lauren Graham), madre single di trentadue anni, e sua figlia Rory (Alexis Bledel), di sedici anni.

Lorelai e Rory vivono da sole – il padre di Rory è assente, mentre la relazione con i facoltosi genitori materni verrà faticosamente ricostruita nel corso degli episodi – ma la loro vita è tutt’altro che triste e monotona: i personaggi eccentrici e affettuosi che abitano la cittadina di Stars Hollow animano le loro giornate, facendole sentire parte di una famiglia allargata. 

“‘Una mamma per amica’ conduce lo spettatore alla scoperta di un ecosistema abitato da un prisma di personaggi vastissimo, ognuno con le sue idiosincrasie e i suoi inside joke, con le sue amicizie e le sue faide”.

Se ogni show televisivo finisce sempre per rivelare un universo di protagonisti molto più ampio di quello contenuto nelle brevi righe che descrivono il suo plot, Una mamma per amica conduce lo spettatore alla scoperta di un ecosistema abitato da un prisma di personaggi vastissimo, ognuno con le sue idiosincrasie e i suoi inside joke, con le sue amicizie e le sue faide, ma soprattutto con un ruolo ritagliato su misura per contribuire al paesaggio umano e folkloristico di quel piccolo villaggio inventato da Amy Sherman-Palladino.

Si può dire che la città stessa sia una delle principali protagoniste della serie tv: ispirata a Washington Depot, un comune americano di appena 4.000 abitanti nella Contea di Litchfield, di cui Palladino si è innamorata durante una vacanza con suo marito (co-sceneggiatore della serie), Stars Hollow è il centro propulsore della storia, un organismo vivente che partecipa alle vicende delle protagoniste restituendo l’affresco di una collettività sempre attiva e cordiale. È come finire in una versione alternativa di Twin Peaks (uno dei telefilm più amati da Palladino) reinventata da Richard Scarry: invece degli orrori nascosti nelle pieghe di una vita tranquilla in un piccolo paesino americano, scopriamo un mondo fatto di tradizioni bizzarre, conflitti stravaganti, una florida economia locale.

C’è la tavola calda di Luke, gestore burbero dal cuore tenero, avverso alle tecnologie e ai sentimentalismi, da cui Lorelai e Rory si recano quotidianamente per rifocillarsi con preoccupanti dosi di caffè americano, hamburger e patatine fritte (con le sue camicie a quadri e l’insegna del locale che mantiene il titolo originale del ferramenta di suo padre, Luke è un hipster ante-litteram); c’è il supermercato di Taylor Doose, scorbutico sindaco della città e severo commerciante con una spiccata tendenza alla sovraregolamentazione e il clientelismo; c’è lo studio di danza della maliziosa ex-soubrette Miss Patty, l’officina di Gypsy, il negozio di antiquariato della signora Kim, e tanto altro. 

Ogni abitante rappresenta il frammento caricaturale di un mondo ideale, una fantasia di retreat in un paesaggio che, mentre conserva gli aspetti positivi della vita di provincia, ne elimina le caratteristiche più arretrate sostituendole con piccole manifestazioni di utopia progressista. Un esempio è il sorprendente numero di donne al potere che abitano Stars Hollow, un dato inverosimile se pensiamo che dovrebbe rappresentare un luogo antiquato e anacronistico.

Eppure, quasi tutte le attività commerciali sono gestite da donne forti e sicure di se stesse, dal negozio di dischi al meccanico. Persino Luke era stato originariamente concepito da Palladino per essere un personaggio femminile (chissà a quel punto come sarebbe andata la vita sentimentale di Lorelai). Da questo punto di vista, Stars Hollow è una città che sembra vivere in una dimensione parallela, filtrata da uno sguardo che tradisce una concezione riduttiva e pittoresca delle piccole comunità: le tensioni sociali sono sempre macchiettistiche e irreali, mentre i conflitti sembrano riassorbirsi autonomamente in virtù di un meccanismo autopoietico che tende a preservare la città e le sue stesse dinamiche.

“Una mamma per amica” è il perfetto rifugio per millennial in burnout -

Non stupisce che le organizzatrici del Gilmore Girls Fan Fest parlino di “nostalgia incantata” quando descrivono i loro sentimenti per Una mamma per amica. Stars Hollow ci proietta nell’illusione di una società immaginaria in cui gli opposti convivono in perfetto equilibrio, sullo sfondo di una scenografia studiata per elicitare la solitudine del pubblico delle grandi città innescare un desiderio viscerale di fuga in un luogo ameno fatto di vita lenta, tazze di caffè caldo, maglioni lavorati ai ferri, torte appena sfornate.

La rappresentazione delle stagioni in Una mamma per amica contribuisce a questo incanto: l’atmosfera di Stars Hollow è costantemente immersa tra l’autunno e l’inverno, il periodo che più di tutti invita a perdersi nella nostalgia e a cercare conforto nella dimensione intima della propria cerchia di affetti. “È il mio periodo preferito dell’anno, il mondo intero cambia colore” spiega Lorelai a Luke durante una celebre scena in cui lo invita ad annusare l’aria per cogliere il profumo della neve in arrivo.

Il legame del telefilm con la stagione fredda è talmente importante che ogni anno migliaia di fan iniziano il rewatch di Una mamma per amica allo scoccare dell’autunno, una sorta di rituale da celebrare collettivamente al primo accenno di foglie secche sugli alberi. Su Reddit un utente chiede il motivo di tanta attenzione al periodo dell’anno in cui rivedere la serie tv e un altro risponde: “Vibes”.

Attanagliati dalla crisi climatica, isolati nelle nostre città e nei nostri computer, inseguiamo le vibrazioni stagionali di Una mamma per amica riempiendoci di malinconia e tenerezza di fronte all’idea di una quotidianità priva di complessità e incertezze, che Stars Hollow promette di farci rivivere nell’immutabile ciclicità del suo paesaggio naturale.

È esattamente così che mi sono sempre sentita guardando e riguardando le puntate di Una mamma per amica ed è il motivo per cui oggi sono molti i fan (ma soprattutto le fan) che cercano di rivivere le atmosfere di Stars Hollow, non solo attraverso festival ed eventi, ma anche organizzando pellegrinaggi verso gli studi della Warner Bros, in cui si trovano le ambientazioni della serie, o visitando i luoghi a cui lo show è ispirato

“L’atmosfera di Stars Hollow è costantemente immersa tra l’autunno e l’inverno, il periodo che più di tutti invita a perdersi nella nostalgia e a cercare conforto nella dimensione intima della propria cerchia di affetti”.

Quest’anno, in particolar modo, una nuova ondata di contenuti dedicati a Una mamma per amica ha sommerso i feed di TikTok e Instagram, trasformando Gilmore Girls in una delle vibe più ricercate del web: online, la serie tv diventa un espediente per celebrare l’arrivo dell’autunno cucinando le stesse ricette presenti nel telefilm, imitando gli outfit delle protagoniste o adottando lo stile di vita di Stars Hollow come routine quotidiana. Guardando i reel, però, è quasi impossibile percepire le stesse sensazioni evocate dalla serie: una ragazza che prova a vestire gli abiti di Lorelai resta una ragazza qualunque con abiti qualunque, così come una colazione a base di pancakes e caffè americano fuori dalla tavola calda di Luke non è altro che una banale colazione all’americana e lo stesso vale per i viali autunnali di un comune centro abitato ripresi nel tentativo di ricreare il calore di Stars Hollow. 

L’aura di Una mamma per amica è irreplicabile perché non risiede nella semplice bellezza delle sue ambientazioni o nello stile Y2K delle sue protagoniste, ma nella sua capacità di rendere la normalità un posto interessante, combinando elementi profondamente diversi tra loro per ottenere un altrove talmente artefatto da trasformarsi, negli occhi degli spettatori, in un sogno impossibile e doloroso, una meta da agognare e da ricercare nella perfetta intersezione tra vecchio e nuovo mondo, tra globalizzazione e dimensione locale, tra l’affetto di una grande famiglia e la sicurezza di un club esclusivo.

Quest’ultima dualità è spiegata bene da un articolo di Megan Garber per «The Atlantic», in cui la scrittrice mette in luce come una delle caratteristiche principali di Una mamma per amica sia la sua capacità di mettere insieme una scrittura anticonformista dei personaggi e il carattere intimamente insulare rappresentato dall’ambiente concentrico di Stars Hollow, un universo ripiegato su se stesso che mentre offre affetto e fraternità, finisce per rivelarsi in ultima istanza escludente e selettivo. Solo gli insider della città, infatti, godono del privilegio di essere riconosciuti nelle proprie irriducibili stranezze, mentre chi viene etichettato come esterno finisce per essere frainteso, tagliato fuori e, infine, allontanato: basti pensare al trattamento riservato a Jess e allo stesso padre di Rory, Chris, o infine allo sfortunato Paul. 

Gli effetti di questa ambiguità operata da Una mamma per amica vengono messi in luce anche dalla scrittrice Karen Tongson nel suo saggio Normporn: Queer Viewers and the TV That Soothes Us che, in un estratto su «Literary Hub» racconta come l’esaltazione della normalità in Stars Hollow rischi di dar vita a una pericolosa fantasia conservatrice. 

Nella rappresentazione fiabesca della vita di provincia, infatti, sono tante le porzioni di realtà che vengono scartate, dalle dinamiche di classe alla sessualità di molti personaggi, destinata a dissolversi in un sistema di segnali ambigui che ancora oggi le fan cercano di decifrare.

Secondo alcune indiscrezioni, però, starebbe stato il network a impedire a Palladino di inserire una trama gay nella serie: così come Luke avrebbe dovuto essere una donna, Sookie non doveva essere etero. Inoltre, durante la prima edizione del Gilmore Girls Fan Festival, l’attrice che interpreta la meccanica Gipsy (Rose Abdoo) ha rivelato che il suo personaggio sarebbe stato segretamente innamorato di Lorelai.

Se è vero che la scrittura ha una responsabilità inequivocabile nella costruzione di storie inclusive, è altrettanto innegabile l’esistenza di un sottobosco di indizi nascosti ed easter egg che gli spettatori sono invitati a scoprire e a interpretare e in questo Una mamma per amica rivela tutta la sua maestria.

“Una mamma per amica” è il perfetto rifugio per millennial in burnout -

È proprio in questa zona grigia, infatti, che risiede uno degli aspetti più affascinanti della serie tv, una caratteristica che rappresenta il motivo di inesauribile attrazione che il telefilm esercita ancora oggi sulle sue fan: il mondo di Una mamma per amica è molto più grande dei confini della piccola città in cui è situato, anzi, la modesta quotidianità delle sue protagoniste è costantemente arricchita da un sistema di riferimenti culturali che diventa un parco giochi linguistico per lo scambio di messaggi in codice tra personaggi e fan.

Dice bene il giornalista Ken Tucker quando afferma che la serie tv è l’equivalente dell’Ulisse di Joyce per la cultura pop: secondo i dati di «Vulture», nel corso del telefilm appaiono 339 libri, vengono citati 284 film e 168 show televisivi, si parla di 359 artisti musicali e si ascoltano 396 canzoni.

La vita lenta di Stars Hollow si anima attraverso i dialoghi al fulmicotone delle protagoniste, che costringono i propri interlocutori (audience inclusa) a stare al passo con la loro parlantina energica e ricca di citazioni: per rendere questi scambi accattivanti Palladino, che scriveva o editava maniacalmente ogni copione, chiedeva agli attori di recitare con precisione ogni battuta, senza improvvisazioni o sbavature, in riprese continuative prive di interruzioni e montaggi.

Per girare un solo episodio servivano otto giorni consecutivi, seguendo script di almeno 80 pagine per una puntata di 40 minuti contro una media televisiva di 55-60 pagine per serie tv composta da episodi di un’ora. Alexis Bledel ha ricordato che una volta sono servite 38 take differenti per portare a conclusione una singola scena.

E i riferimenti culturali non si limitano ai dialoghi: la stessa sigla della serie tv, tratta dal singolo Where you Lead di Caroline King, è una versione esclusiva che la cantautrice ha registrato in duetto con sua figlia, Louise Goffin, come tributo al tema centrale dello show, ovvero il rapporto madre-figlia. King appare anche come personaggio secondario di Stars Hollow, insieme a un folto parterre di personalità più o meno famose che arricchiscono la serie di cameo: Jon Hamm prima del suo ruolo in Mad Men, Paul Anka, Christiane Amanpour, Norman Mailer, i Sonic Youth, le Bangles, gli Shins.

Appare anche la cantautrice Sam Philipp, responsabile della colonna sonora della serie tv e compositrice dei famigerati “la-la’s” che accompagnano le vicende della protagoniste e che Philipp e Palladino hanno pensato come estensioni dei pensieri dei personaggi. Sono solfeggi simili a sospiri, residui di emozioni fugaci che restano appiccicati nell’atmosfera, riecheggiando nelle menti degli spettatori. Oggi le fan si divertono a classificare i diversi “la-la’s”, a farne delle cover o a usarli come mood per i propri video. Tra i commenti di un video su Youtube che propone un loop di mezz’ora di uno dei motivetti più famosi, un utente scrive: “questo [la la’s] mi colpisce proprio dove fa male”. Ancora una volta, attraverso Una mamma per amica un effetto generico come un “la” canticchiato finisce per tradursi in un messaggio intimo e profondo per chi sa navigare tra i linguaggi stratificati e micorrizici della cultura pop.

Da questo punto di vista, Una mamma per amica è la serie perfetta per la generazione di internet prima che diventasse tale: un ricettacolo di meme, vibrazioni, reference culturali, food porn ed escapismo il tutto sullo sfondo di un paesaggio artefatto e idealizzato, impermeabile agli avventori esterni e comprensibile solo a chi padroneggia il codice ermetico delle comunità più ristrette. È uno stile di vita, una religione, parafrasando le parole che le stesse protagoniste della serie usano per descrivere un altro programma televisivo, ma soprattutto è il perfetto rifugio per millennial predestinati alla solitudine e al burnout.

“Una mamma per amica” è il perfetto rifugio per millennial in burnout -

Una mamma per amica è un viaggio in una dimensione lontana, a cavallo tra un passato idealizzato e l’utopia di una comunità impossibile da realizzare, tra il piacere delle piccole cose e il sogno di un’eterna ribellione adolescenziale attraverso il junk food e la musica rock, il linguaggio dei telefilm e le battute sarcastiche.

Oggi il Gilmore Girls Fan Festival si è trasformato in una vera e propria organizzazione per costruire momenti di incontro tra fan oltre l’evento, nel tentativo di realizzare quell’idea di collettività che Stars Hollow ci ha permesso di sognare. In un passaggio contenuto nell’annuncio del loro nuovo progetto, le organizzatrici scrivono: “Un personaggio immaginario del nostro show preferito una volta ha tenuto un lungo discorso durante la sua cerimonia di diploma che ci ha fatto dono di una dato saggezza propria di un età ben più avanzata della sua”. Si riferiscono a uno dei monologhi più famosi della serie, recitato dalla giovane protagonista, Rory, nell’ultimo episodio della terza stagione.

“Io abito in due mondi”, racconta durante la sua arringa di commiato dalla scuola in cui ha studiato. “Uno è quello dei libri. Sono vissuta nella Contenta Yoknapatawpha di Faulkner, ho dato la caccia alla balena bianca sul Pequod, ho combattuto con Napoleone, ho navigato in zattera con Huck e Jim, ho commesso cose assurde con Ignatius J. Reilly, ho viaggiato in treno con Anna Karenina, sono stata nella strada di Swann. È un mondo gratificante, ma il mio secondo mondo è più gratificante”. Si riferisce a quello di Stars Hollow, di sua madre e dei suoi abitanti.

“La vita lenta di Stars Hollow si anima attraverso i dialoghi al fulmicotone delle protagoniste, che costringono i propri interlocutori (audience inclusa) a stare al passo con la loro parlantina energica e ricca di citazioni”.

È un posto che conosciamo bene perché anche noi viviamo divisi tra due mondi: abbiamo varcato la soglia della tavola calda di Luke centinaia di volte, supplicandolo di riempirci l’ennesima tazza di caffè americano, abbiamo assaporato le delizie di Sookie cercando di impedirle di appiccare inavvertitamente fuoco alla cucina, abbiamo dormito nell’orto di Jackson per proteggere le sue zucchine dal gelo. Abbiamo suonato in una rock band insieme a Lane, abbiamo vegliato con Babette durante il funerale di Cinnamon e sorpreso ripetutamente Kirk a dormire nel nostro garage. Ci siamo sedute al tavolo con Emily e Richard ogni venerdì sera e sul divano tra Lorelai e Rory ogni sabato. Abbiamo partecipato a tutte le assemblee cittadine e ci siamo fermate ad ammirare la città e i suoi abitanti sedute sui gradini del gazebo centrale. 

Una mamma per amica è il nostro grande classico, un prodotto culturale che, negli anni, non ha mai smesso di parlarci e di raccontare tutte quelle contraddizioni e quelle (false) promesse che hanno caratterizzato un pezzetto della nostra epoca, quella in cui siamo cresciute.

Forse Una mamma per amica è davvero il nostro Ulisse, il nostro Emma, o forse il nostro Piccole Donne. Quello che sappiamo è che, nel bene e nel male, Stars Hollow è anche casa nostra, un luogo a cui continueremo a tornare ogni volta che ne avremo bisogno, magari in preda al desiderio di rifugiarci dalla realtà, anche solo per pochi minuti, oppure ogni volta che, inaspettatamente, un leggero profumo di neve tornerà a solleticarci il naso.

Priscilla De Pace

Priscilla De Pace scrive di cultura digitale e società. È autrice della newsletter “Una goccia” e del saggio Al centro dei desideri. Nostalgia, consumo ed estetiche digitali pubblicato per la collana Quanti (Einaudi, 2023). 

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