Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - Lucy
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Cecilia Monina

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri

Sul rapporto tra lo scrittore e il fotografo, uno dei sodalizi più influenti del nostro Novecento, si è detto e scritto molto. Eppure sono tutto sommato poche le tracce che l’uno e l’altro hanno lasciato nelle rispettive opere. Un taccuino inedito di Celati e alcuni negativi del fotografo ci raccontano di un viaggio invernale nella provincia di Modena prima d’oggi sconosciuto.

”Quando andavano in giro, […] si sentivano Bouvard e Pécuchet”, scriveva Paola Borgonzoni parlando di Gianni Celati e Luigi Ghirri. 

Dell’amicizia tra i due, sodalizio artistico per antonomasia e rappresentazione di come scrittura e fotografia siano capaci d’entrare in dialogo, si è scritto e detto molto. 

Quando per esempio, nel 1989, Feltrinelli pubblica Il profilo delle nuvole, che Gianni Celati e Luigi Ghirri avevano progettato insieme – e questo è, a ben vedere, l’unico lavoro che i due abbiano mai licenziato a quattro mani – il volume trova ampi consensi su quotidiani e riviste (l’Unità, l’Espresso, Panorama, per citarne alcuni). 

È però la prematura scomparsa di Luigi Ghirri, nel 1992, a segnare un prima e un dopo all’interno di questo rapporto. 

Ghirri era stato, sì, un amico e anche una “guida” per il Celati scrittore degli anni Ottanta, ma il modo in cui Celati ne racconta l’amicizia e l’influenza cambia profondamente dopo la sua morte. Nel 1999 dedica al fotografo il documentario Il mondo di Luigi Ghirri e da quel momento, come investito del ruolo di custode della memoria dell’amico, sembra costruire attorno al fotografo un racconto che va oltre il ricordo. 

Nel suo Un cineasta delle riserve. Gianni Celati e il cinema (Quodlibet, 2021), Gabriele Gimmelli sottolinea come, per esempio, nel Discorso di Fontanellato, «nato per accompagnare a mo’ di recitativo le immagini del film», il fotografo avesse assunto i tratti di «un personaggio celatiano, una specie di Baratto armato di macchina fotografica», una sorta di eroe slapstick  i cui caratteri denotavano la parzialità del profilo dell’artista. 

E se già nella Notizia che dà avvio a Verso la foce Gianni Celati faceva il nome di Luigi Ghirri, ringraziandolo solo tra le righe per averlo coinvolto, anni prima, in quel progetto di «descrizione del nuovo paesaggio italiano» che era poi diventato Viaggio in Italia, è invece dopo la sua scomparsa che il debito nei confronti dell’amico fotografo diventa manifesto, esplicito, sempre palese. 

Nel 2004 Marco Sironi ha poi dedicato al sodalizio tra i due una monografia divenuta imprescindibile per gli studiosi, Geografie del narrare. Insistenze sui luoghi di Luigi Ghirri e Gianni Celati (Diabasis). 

Non è insomma facile trovare ancora qualcosa da dire, e nell’oggettiva difficoltà d’aggiungere ho pensato di limitarmi a ricostruire un tassello della loro amicizia e collaborazione, servendomi d’uno strumento utile e ormai a me molto caro: il Fondo Gianni Celati conservato presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, qui in dialogo con l’Archivio Luigi Ghirri. 

Andiamo per gradi, e torniamo al principio. 

Il primo lavoro che li aveva visti assieme era stato Viaggio in Italia, volume fotografico curato da Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati, pubblicato nel gennaio del 1984 dalla casa editrice Il Quadrante di Alessandria (nel 2024, in occasione dei suoi quarant’anni, Quodlibet lo ha riportato nelle librerie in un’edizione che è la riproduzione facsimile della prima). 

“Ghirri era stato, sì, un amico e anche una “guida” per il Celati scrittore degli anni Ottanta, ma il modo in cui Celati ne racconta l’amicizia e l’influenza cambia profondamente dopo la sua morte”.

In un’intervista a Corrado Benigni, Arturo Carlo Quintavalle ha raccontato che Ghirri aveva iniziato a raccogliere idee sul progetto già attorno alla fine degli anni Settanta, con l’idea di ”fare qualcosa che tenesse uniti tutti i giovani fotografi d’Italia, ma anche fuori, tutti quelli che volevano proporre un nuovo sguardo sul mondo”.

Viaggio in Italia è stato quindi l’esito d’un serrato confronto tra ricerche essenzialmente individuali che avevano però un denominatore comune: la possibilità di introdurre, per mezzo della fotografia, un nuovo sistema di racconto sull’esterno. 

Restituire un’immagine veritiera del paese, questa volta lontano dal luogo comune dei “monumenti”, o senza ricorrere a inquadrature raffinate, il paesaggio era cioè da intendersi, scrive Quintavalle nell’introduzione, come ”luogo ignorato e quindi emarginato, escluso, una ricerca dell’Italia ai margini, dell’ambiguità, del finto, del doppio, dell’Italia sostanzialmente esclusa, dell’Italia che è però anche la sola che noi conosciamo, comprendiamo, viviamo, perché è la sola che possiamo considerare in diretto rapporto con la nostra dissociata esistenza”. 

Celati era stato reclutato nel 1981, con una telefonata di Ghirri, almeno stando alla ricostruzione che lo stesso Celati farà della vicenda un ventennio dopo. Il suo compito era quello d’affiancare i venti fotografi con descrizioni di paesaggi che entrassero in risonanza con la loro ricerca. Racconta Celati in Viaggio in Italia con 20 fotografi, 20 anni dopo

“Le foto di questo libro mi colpivano molto, ma io non sapevo come cavarmela e avevo bisogno di aiuto. Volevo imparare come lavoravano i fotografi. Come pensano alle immagini? Cos’è il loro assorbimento nel vedere? Ghirri abitava in provincia di Modena, a Formigine, e quando andavo a trovarlo era sempre alle prese con la composizione del libro, con la scelta delle foto e la loro organizzazione secondo i vari capitoli. […] Tutto questo faceva parte della sua idea di creare repertori di tracce, di alfabeti del vedere, di usi di spazi. Osservandolo lavorare ho cominciato a capire la sua idea secondo cui le foto vanno viste in serie, come narrazioni, accostandole per passaggi analogici o tematici”. 

Quando è uscito, il volume ospitava, oltre all’introduzione di Arturo Carlo Quintavalle, anche il racconto celatiano Verso la foce (reportage per un amico fotografo). Si tratta di una lunga cronaca di viaggio, che verrà rimaneggiata dall’autore in due fasi successive, fino alla raccolta Feltrinelli del 1989. Quando si legge questa prima redazione del racconto, due elementi saltano all’occhio: per essere un reportage, Celati non è stato granché attento a riportare le date del viaggio; inoltre, nelle esplorazioni lungo le valli padane di cui racconta, le due persone che lo accompagnano e che scattano fotografie, mentre lui è invece intento a scrivere, sono soltanto due: il primo è Luciano Capelli, storica voce di Radio Alice, nonché “l’amico fotografo” a cui si fa riferimento nel titolo (Capelli non prenderà tuttavia parte al progetto di Ghirri, Leone, Velati), l’altro è invece Reinhard Dellit, nel racconto chiamato “Lo Svizzero” oppure “ Reinhart”, che di professione faceva il documentarista. 

Due grandi assenti, quindi: da un lato un tempo certo e scandito, che diventa quindi solo deducibile a cose fatte, ma soprattutto Luigi Ghirri, che avremmo invece forse immaginato di trovare al fianco di Celati, compagno di viaggio delle sue esplorazioni lungo le valli del Po.

Nella ricostruzione a posteriori degli eventi, Celati ha cambiato spesso la propria versione dei fatti, ma in una conversazione con Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa intitolata Letteratura come accumulo di roba sparsa (ora ne Il transito mite delle parole. Conversazioni e interviste 1974-2014, Quodlibet 2022) mi sembra si possa trovare una risposta capace di fugare ogni dubbio al riguardo; afferma qui lo scrittore: 

“Andando in giro con Ghirri ho imparato a prendere appunti su quello che vedevo, sulle voci, sulle case, sui posti. Poi andavo in giro da solo, un po’ a piedi, un po’ con corriere, scrivendo su un quaderno spesso inzuppato di pioggia. Questo studio di paesaggi mi interessava perché lo consideravo un reportage sulla visione che abbiamo dei posti. […] Ci ho messo più di un anno a far quagliare gli appunti, finché ho trovato un buon titolo: Verso la foce. Di lì in poi è andato tutto a posto: 30 cartelle dedicate all’idea del guardare, osservare i luoghi, è stato il mio contributo al libro composto dai fotografi…Viaggio in Italia…Dopo però non riuscivo più a smettere questo lavoro. Nell’81-82-83 ho girato lungo il Po e sul Delta del Po, annotando racconti e voci che sentivo. Poi ho finito il lavoro per il libro dei fotografi e mi sono accorto che il materiale raccolto era molto in eccedenza. Di lì è venuto fuori un nuovo libro”[si riferisce a Narratori delle pianure, Feltrinelli 1985]

Anche rivolgendo uno sguardo al Verso la foce del 1989, però, di Ghirri non c’è traccia. Ci sono delle date, questa volta, è vero: i racconti d’osservazione si estendono dal 1983 al 1986, ma i compagni di viaggio restano ancora Capelli e Dellit. 

Un grande abbaglio collettivo che trova però una spiegazione: Verso la foce, uscito nelle librerie nel gennaio del 1989, era stato inizialmente pensato e annunciato con un corredo fotografico a firma di Luigi Ghirri. In questa prospettiva, dunque, Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano, che viene dato alle stampe nel novembre dello stesso anno, può essere letto come il mancato corredo fotografico della raccolta, dunque in maniera complementare ai racconti d’osservazione celatiani. 

Le fotografie, scattate da Ghirri in tempi diversi e certamente senza alcuna propedeuticità alla raccolta di Celati, percorrono, pur senza mai mostrarlo, il lungo tragitto verso il fiume che tiene assieme anche le cronache dello scrittore. Un fiume assente, ancora una volta, eppure sempre sottinteso. 

Il profilo delle nuvole si apre con uno scritto di Celati intitolato Commenti su un teatro naturale delle immagini. Il testo in questione nasce da un’intervista, un lungo dialogo tra Luigi Ghirri e Gianni Celati che quest’ultimo ha avuto la premura di appuntare, scrupolosamente, sulle pagine di alcuni suoi taccuini. Cercando di unire i tasselli, e comparando i primi appunti e le successive riscritture a opera di Celati prima che il testo fosse edito, è possibile ipotizzare una situazione di questo genere: i due devono essere seduti a un tavolo, con tutta probabilità nello studio del fotografo, e insieme stanno guardando le fotografie da includere nel volume. Nonostante Celati decida poi di organizzare il testo come fosse un diario, mettendo una serie di date fittizie, dal 10 maggio al 6 ottobre, è invece realistico ipotizzare che il colloquio tra i due abbia avuto luogo nel corso di un’unica giornata, quella del 7 giugno, salvo poi essere rielaborato dallo scrittore in più fasi successive. 

Nell’intervista emergono alcuni dei temi che stavano guidando le ricerche dei due artisti in quegli anni. Ghirri, in particolare, parla d’un possibile “apprendimento del vedere”. Il fotografo tornerà sul tema anche qualche mese dopo, durante una lezione dedicata alle inquadrature naturali tenuta il 16 gennaio 1990 all’Università del Progetto di Reggio Emilia, e oggi raccolta tra le sue Lezioni di fotografia. Qui Ghirri spiega che le chiavi d’accesso alla visione del mondo esterno sono fondamentalmente due, almeno per chi intenda fare fotografia: la scelta dei luoghi e quella delle inquadrature. La rappresentazione fotografica è quindi la conseguenza, il risultato, di un più ampio processo di attivazione di un nuovo campo d’attenzione. Celati appunta le parole del fotografo in un taccuino (il 12/151): 

“Un apprendimento del vedere: vedere le cose indistintamente, ma già uno sguardo metà naturale metà preordinato. Ferrara mi dà l’ossessione perché lo spazio è preordinato più che in ogni altra, gli spigoli sono messi in modo che tu devi sempre guardare in due diverse direzioni, e tu devi sempre spaccare lo sguardo. L’architetto ha preordinato lo sguardo di chi sarebbe venuto dopo. 

Nel fotografare: tener conto di tutti questi codici che preesistono, grande ragnatela italiana del vedere il mondo.  […] Fotografa la percezione – risolvere per te il tuo sguardo, dare un punto di vista obbligato al tuo modo di orientarti nel mondo. Cose che prima non sapevo fare (come lo yoga), il cinema senza sapere chi è il regista, l’attore.

Nella fotografia sto cercando di liberarmi dal peso dell’osservatore, tutto l’armamentario del sapere dei gerghi, delle ideologie nell’analogo della realtà – liberarsi dalla fotografia d’autore, che sia solo foto. Cambia cosa? Una maggiore libertà di scelta, meno presupposizioni, più gioco: giocare di più, idea di fare un gioco e non un modo di presupporre, pratica di maggiore felicità. Come un giocatore di tennis che usasse la mano invece della racchetta. 

Allargamento di sguardo sul paesaggio: uscire dal muro dell’arte. Mi preoccupavo della carta da parati, mentre il problema era che sbattevo la testa contro un muro”.

Un’estensione dello sguardo che stava portando la ricerca di entrambi gli autori ad allargarsi dal paesaggio all’ambiente. In Verso la foce, infatti, Celati si era più volte detto sorpreso dall’aria di “solitudine urbana” che si respirava in quel nuovo genere di campagne che andava esplorando. Parla di “deperibilità svelta del cosiddetto ‘mondo reale'”, d’uno stato d’”abbandono generale del mondo esterno”, di un «potenziale depressivo là fuori». Negli stessi mesi Luigi Ghirri stava lavorando a questi temi, riflettendo attorno alla rappresentazione ambientale e al mettersi in relazione con l’ambiente, sempre nelle sue Lezioni di fotografia (siamo nel gennaio e febbraio del 1989). Il dialogo tra i due doveva essere fitto: nel maggio del 1989, per la rubrica Narratori delle riserve che curava per il manifesto, Celati aveva ospitato sotto il titolo Racconti di fotografi. Prima del paesaggio, due testi di Luigi Ghirri, Contarina-Prince, e di Jean-Paul Curnier, fotografo francese e autore della copertina di Verso la foce, intitolato Arles catastrofe lenta. In Contarina-Prince, ambientato nel settembre del 1988, il pensiero dell’autore si sofferma a lungo sull’incapacità di trovare le parole adeguate per parlare del luogo che sta attraversando in automobile: 

“Quello che ho sotto gli occhi è un paesaggio che mi provoca un po’ di ansia, da una parte, ma anche dall’altra mi rassicura. Forse dipende dal fatto che, qui, il sentimento che ci resta è solo quello di sentirsi esistere, ma accompagnato da una specie di indifferenza, senza tensioni, senza nessuna aspettativa. […] Nell’insieme, non trovo nessun aggettivo per descrivere questo luogo che la gente chiama posto“.

Le riflessioni che Ghirri e Celati hanno avanzato sul mettersi in rapporto con il paesaggio e con l’ambiente sono molte, spesso condivise, e talvolta godono della reciproca influenza. 

Il fatto che in Verso la foce non ci fosse traccia di Luigi Ghirri mi è sempre parso un fatto singolare. 

E quando ho iniziato le mie ricerche sul Fondo Celati mi è sembrato altrettanto singolare trovare pochissime tracce della presenza di Luigi Ghirri nei taccuini dello scrittore. 

Il Fondo Gianni Celati si trova alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia ed è un nucleo archivistico che conserva materiali di diversa tipologia documentaria (manoscritti, dattiloscritti, taccuini, agende, quaderni, ecc.) che attestano il lavoro svolto dall’autore, particolarmente negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo. La professoressa Nunzia Palmieri si è occupata di inventariarlo nel 2016. 

Un giorno sono incappata in un quaderno a righe con copertina marrone a motivo floreale (il taccuino 11/109). Le prime carte contengono il racconto di una gita che Celati e Ghirri avevano fatto insieme tra la periferia industriale di Sassuolo e il frantoio di Magreta (località di Formigine, in provincia di Modena, dove il fotografo abitava all’epoca dei fatti), in prossimità del fiume Secchia, il 22 gennaio 1984. All’epoca, Viaggio in Italia era appena stato pubblicato. Il reportage reca quello che somiglia a un titolo: Esplorazione d’una rete viaria in un giorno d’inverno. Si può ipotizzare che Ghirri avesse necessità di esplorare le zone in questione per motivi di lavoro. Prima di condividerne alcuni passaggi, è bene dare indicazioni sul racconto. Il testo si trova in un taccuino che, per larga parte, contiene appunti preparatori a Verso la foce (estratti da un diario di viaggio) e a Verso la foce. Il racconto della gita fa dunque parte del pur nutrito materiale “di scarto”, e va dunque pensato come ciò che è rimasto fuori, il residuo cioè d’un lungo e ragionato lavoro di editing e cesura. 

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Fondo Gianni Celati, taccuino 11/109.

Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Fondo Gianni Celati, taccuino 11/109.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Fondo Gianni Celati, taccuino 11/109.

Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Fondo Gianni Celati, taccuino 11/109.

Si tratta di una delle pochissime testimonianze scritte dell’effettiva compresenza di Luigi Ghirri e Gianni Celati sui luoghi narrati dallo scrittore. Sorprende ancora di più, nel caso specifico, osservare come fosse in effetti proprio Celati ad accompagnare Ghirri in questa trasferta a pochi passi da casa, e non viceversa.

L’aspetto più sorprendente è però un altro. Quando, sfogliando il taccuino, mi sono resa conto che il nome di Ghirri compariva per la prima volta in una cronaca di viaggio celatiana, ho voluto vederci chiaro, capire meglio, e ho quindi deciso di consultare l’Archivio Ghirri conservato presso la Biblioteca Panizzi, nella speranza di trovare una corrispondenza tra testo e fotografie, e non sono rimasta delusa: dopo una lunga ricerca tra i negativi conservati, infatti, non è stato difficile riconoscere il racconto per immagini della cronaca di viaggio appuntata da Celati.

Tra i negativi degli scatti prodotti da Luigi Ghirri in quell’occasione c’è anche una fotografia su cui tutti i lettori di Celati hanno posato gli occhi almeno una volta nella vita: sullo sfondo ci sono la pianura imbiancata, un cielo latteo che non permette distinzioni e poi la strada, col nevischio ormai solcato dai segni delle automobili; in primo piano c’è invece un uomo di spalle, stretto nella sua giacca marrone e con la sciarpa al collo, la testa china e la mani probabilmente congiunte: è Gianni Celati, e un’elaborazione di questa fotografia è diventata la celebre copertina di Narratori delle pianure. Anche se lì non si vede, altri scatti ci mostrano che sta stringendo in mano un taccuino beige con la costa marrone: esattamente quello su cui ho trovato questi appunti. 

Ne riporto allora qualche passo, e rimando al recente volume curato da Isabella Pellegrini e Luca Stefanelli, Visione e scrittura. Attraversamenti e prospettive di ricerca per Gianni Celati, appena uscito per Mimesis, che ha ospitato integralmente un mio contributo da questo diverso, una trascrizione più estesa di questo racconto, altre foto inedite di Luigi Ghirri. 

Esplorazione d’una rete viaria in un giorno d’inverno

22.1.84

ore 9.45 Neve caduta nella notte e bianco fino che lo sfumato della nebbiolina non copre la visuale. Filari di viti, e attraverso la nebbiolina sta uscendo il sole. Seguiamo una pista nella neve. […] 

Ore 10. Sul fiume Secchia, cani che abbaiano lontano. Cave di ghiaia su entrambe le rive: vicino a noi due montagne di ghiaia coperte di neve coprono tutto. Dall’altra parte rottami: i pezzi d’un traliccio dell’alta tensione appoggiati al suolo. Dei container arrugginiti dei copertoni da camion. Altri rottami di ferro e per terra la neve che copre qualsiasi devastazione. 

Il profilo dell’altra riva. Si vedono dei faggi e frassini e l’incastellatura d’una frantumatrice di ghiaia, con i tappeti mobili che vanno dal mucchio di ghiaia in salita verso il punto di frantumazione e poi il tappeto mobile che porta giù dall’altra parte il materiale ottenuto e sotto un tettuccio di latta i vari carrelli. 

Adesso siamo tra queste montagne di ghiaia coperte di neve e da un’alta cabina con l’aria di bicocca diroccata si dipartono un’infinità di tappeti mobili che corrono sulle incastellature sopra i mucchi di ghiaia. 

[…] Appena ci si muove si è nel pantano. Il fiume grigio ferro e le sue rive vuote sventrate dalle draghe sono nello spaccato sotto la neve, dove si vede una vegetazione spontanea che copre le zone devastate dalle draghe, ed è come essere in uno spazio di tundra infinito. All’interno, tranne Ghirri che fotografa, non c’è nessuno. […]

__

Un campo sportivo coperto di neve. Delle transenne fatte da nastri bianchi e rossi. 

Un uomo in adidas con scarpe da neve e altoparlante dà le istruzioni alle bambine colorate in fila: “fuori tutti dalla pista, dovreste gentilmente uscire dal percorso”. 

Il gruppo colorato delle bambine seguendo i nastri bianchi e rossi è arrivato in fondo, costeggiando il campo sportivo e laggiù è come se si perdessero, ognuna andasse per conto suo, senza orientamento.

Ora i bambini in attesa del loro turno stanno costruendo statue di neve. Le bambine riemergono sul fondo di olmi e faggi e adesso le prime stanno facendo il primo giro (colorate maglie scritte Atletica Edilcuoghi). […]

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Fiorano, santuario, 3 tre cupole barocche. 

C’è un matrimonio. Davanti alla chiesa una macchina metallizzata con sul cofano la ghirlanda di rose e sull’antenna dell’autoradio un fiocco rosa. Altre macchine piene di fiori. […] Santuario della BV del castello: giovanissimi sposi, Brunella e Stefano. Lei in vestito lungo di seta bianca.

‘Sorelle e fratelli carissimi preghiamo per la felicità di questa nuova famiglia e di tutte le famiglie del mondo’.

Partecipa all’avvenimento la donna col cappello a larga tesa e pelliccia di leopardo. 

Un’icona argentata dietro l’altare, Ave Maria di Schubert con accompagnatore dalla mano destra un po’ rock (giro di do), gigli dovunque, i fotografi e qui Ghirri è assieme agli altri che lo guardano storto. […]

Non si riesce ad avere nostalgia di niente perché è così diverso che non c’è niente di quello che era”.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - ©Eredi di Luigi Ghirri.

©Eredi di Luigi Ghirri.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - ©Eredi di Luigi Ghirri.

©Eredi di Luigi Ghirri.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - ©Eredi di Luigi Ghirri.

©Eredi di Luigi Ghirri.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri - ©Eredi di Luigi Ghirri.

©Eredi di Luigi Ghirri.

Ringraziamo l’editore Mimesis per la consueta collaborazione, gli eredi di Luigi Ghirri per la gentile concessione delle foto e la Biblioteca Panizzi per quella delle riproduzioni dei taccuini del Fondo Celati.

Amici di sguardo: l’arte di Gianni Celati e Luigi Ghirri -

Cecilia Monina

Cecilia Monina è ricercatrice in letteratura italiana a Sorbonne Université.

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