Apocalisse infinita: il ritorno dello Stato islamico - Lucy
articolo

Bruna Soravia

Apocalisse infinita: il ritorno dello Stato islamico

29 Marzo 2024

L’attentato che ha colpito Mosca ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che l’IS è ancora tra noi.

Cosa sappiamo dell’organizzazione terroristica che si è attribuita gli attentati del 22 marzo a Mosca? Cominciamo col dire che non si sa davvero come chiamarla. In inglese, lingua che veicola il suo messaggio globale, Is- è la parte comune a tutte le sigle e sta per “Islamic State”, a cui si sono aggiunti (è un elenco incompleto) -I o -IL (Iraq e Levante), -IS (Iraq e Siria), da cui IsIS, la sua sigla forse più popolare che in arabo diventa DaISH (Daesh). Poi ancora -GS (Greater Sahara), -SP (Somali Province), -M (Mali), fino a -K o -KP (Khorasan o Khorasan Province), -M (Myanmar) e così via. 

Se questa sembra la struttura di una corporation transnazionale è perché, seguendo il modello di al-Qaeda, l’Is si è organizzato nel tempo come una franchise, dove la Is- rappresenta il brand, completo di logo*.  La sua vision di brand – per rimanere nel gergo del marketing  –  è la promessa di restaurazione dello stato islamico, il modello di gestione è il terrorismo jihadista e le principali obbligazioni per chi ne fa parte sono l’adesione al riformismo sunnita nella sua versione salafita e wahhabita più radicale; versione che esclude anche i Fratelli musulmani e riconosce come nemici da annientare sciiti e non-musulmani, senza distinzione.

Per uno storico, la geografia fantastica descritta dall’insieme di queste sigle sembra invece riprodurre, nel suo nucleo arabo iniziale, l’estensione del califfato arabo-islamico al suo apice, fra l’ottavo e il decimo secolo, ed è da qui che vorrei partire, tenendo presente gli altri possibili livelli di analisi. Devo fare una premessa: il lessico politico arabo non ha un termine moderno per “stato” e usa quello antico, dawla, che indica una nozione antitetica alla nostra. Dawla proviene da una radice che significa “ciclo, avvicendamento”, perché il potere politico, quello antico come quello moderno, non può essere stabile ma è destinato a essere sostituito ed eventualmente a ritornare. È in questa prospettiva che l’Is, in arabo dawla islamiyya, ha segnato il ritorno del califfato, con un vero califfo alla sua testa. 

Califfato

Il califfo dell’Is fu proclamato nel 2014, il primo di una moderna linea che ne conta finora cinque. A designarlo era stata un’autorità religiosa salafita con un atto di nomina che imitava quello tradizionale e sanciva la legittimità del nuovo califfo attribuendogli le caratteristiche richieste dalla tradizione (discendenza dal Profeta, appartenenza alla sua tribù eletta, i qurayshiti). Ecco dunque “il discendente dalla famiglia del Profeta, il servo di Dio, Ibrahim ibn Awwad ibn Ibrahim ibn Ali ibn Muhammad al-Badri al-Hashimi al-Husayni, qurayshita per lignaggio, di Samarra per nascita ed educazione, di Baghdad per residenza e cultura.” La sua leadership aveva pretesa universale (“egli è dunque l’imam e il califfo per i musulmani dovunque essi siano”) e si poneva su una linea di continuità metastorica con il profeta Muhammad. Nella realtà, si chiamava Ibrahim Awad al-Badry, studente iracheno di dottrina islamica, pingue, miope e non particolarmente brillante che era stato prigioniero degli americani ad Abu Ghraib. 

Nella tradizione islamica, il califfo, prima di essere il capo politico della comunità, è il successore spirituale (che è il significato proprio di “califfo”) del Profeta, lungo una linea genealogica che ne discende. È per questo che al-Badry si faceva chiamare Abu Bakr al-Baghdadi, dato che Abu Bakr è stato il primo califfo eletto dalla comunità dei credenti, il suocero e il diretto successore di Muhammad. Che fra i due Abu Bakr vi fossero quasi 1400 anni di distanza (1435 per il calendario islamico) non contava per l’ideologia del nascente Stato islamico, che stabilì la sua capitale a Raqqah, in Siria e, fra guerriglia, attentati, massacri di oppositori, prese di ostaggi occidentali e decapitazioni, andò avanti fino al 2019, appena cinque anni fa, quando al-Badry si fece esplodere per evitare la cattura da parte degli americani, in quello che viene considerato un successo militare della presidenza Trump. 

Comunicazione

Il breve califfato di Abu Bakr al-Baghdadi si rappresentò effettivamente come la dawla islamica immaginata dagli ulema, i dotti salafiti, una teocrazia che univa la fedeltà assoluta al califfato e alla shari’a, la legge religiosa nel suo significato più restrittivo, con il jihad contro i nemici occidentali e gli eretici sciiti. Al-Baghdadi dimostrò subito di saper sfruttare la tecnologia per comunicare il suo messaggio politico, accuratamente ricalcato sugli esempi antichi. Il primo canale di marketing è stato un magazine, «Dabiq», che dal dark web diffondeva la strategia del brand con titoli e immagini adeguati, nel segno dell’apocalisse. Dabiq è una città siriana ma anche, secondo l’escatologia musulmana, il luogo dell’Armageddon, la battaglia finale fra i potenti della Terra prima della fine dei tempi. Lo ricordava una frase ripetuta nell’indice dei primi due numeri e attribuita ad Abu Musab al-Zarqawi, uomo-ponte fra l’IsIS e al-Qaeda, di cui è stato il principale rappresentante in Iraq: “La scintilla è scoccata qui in Iraq e la sua fiamma continuerà a intensificarsi, se Dio vuole, fino a bruciare gli eserciti crociati a Dabiq”. Nella storia, Dabiq è stato anche il luogo della battaglia finale con cui gli Ottomani hanno sconfitto i Mamelucchi e istituito il califfato ottomano, una coincidenza che certo non è andata persa. 

“Cosa sappiamo dell’organizzazione terroristica che si è attribuita gli attentati del 22 marzo a Mosca? Cominciamo col dire che non si sa davvero come chiamarla”.

Quando, nel 2016, le forze militari filo-turche riconquistarono Dabiq, la staffetta apocalittica passò a un nuovo organo di comunicazione, «Rumiyah», che prende il nome da un’altra profezia secondo cui i musulmani avrebbero conquistato “Roma” – che anticamente significava Bisanzio ma che il lessico jihadista, da Bin Laden in poi, interpreta come Roma e, per sineddoche, l’Occidente. «Rumiyah», così come «Dabiq», era stata creata da Abu Muhammad al-Adnani (nom de guerre anche questo), pupillo di Abu Musab al-Zarqawi. Considerato il principale ideologo e stratega dell’Is (sua la direzione dell’attacco al Bataclan di Parigi nel 2015 e di vari altri attentati in Occidente), Adnani era anche, a modo suo, un genio della comunicazione aziendale. Sarebbe sua, fra l’altro, l’idea di far circolare i video delle decapitazioni ai danni degli ostaggi occidentali e, dalle colonne di «Rumiyah», incitava i suoi lettori, che considerava “cellule dormienti”, a colpire in ogni modo gli infedeli. Ecco un esempio: “Molti fanno gli schizzinosi al pensiero di ficcare un oggetto tagliente nella carne di altri.

Si tratta di un disagio causato dall’insopprimibile e innata avversione per il dolore e la morte, specialmente da quando, a causa della cosiddetta modernizzazione, gli uomini hanno smesso di uccidere le bestie per cibarsene, e di colpire il nemico in guerra.” Adnani morì nel 2016 e, poco dopo, anche «Rumiyah», cessò di esistere. Nel 2019, mentre lo Stato islamico di Iraq e Siria andava in pezzi, combattuto parallelamente dai russi alleati di Assad e dagli americani alleati dei curdi, prendeva il posto delle altre due una vera e propria agenzia di stampa, «Amaq», ancora oggi il principale organo d’informazione sulle attività dell’Is transnazionale, ivi compresa la strage del Crocus City Hall di Mosca.

Apocalisse

La valle di Amaq (oggi Amik, in Turchia) era gemellata a Dabiq nella tradizione profetica già citata, che annunziava la fine dei tempi dopo l’arrivo dell’esercito dei “Romani”. Dopo una guerra sanguinosa, segnata da molte vili defezioni nel campo musulmano e dall’uccisione in massa dei “martiri”, l’inevitabile vittoria dell’esercito islamico sarebbe stata in un primo momento vanificata dall’avvento dell’Anticristo, in arabo “Dajjal”, “l’impostore”, descritto come ebreo o eretico. Tuttavia, la seconda venuta di Gesù, che l’islam riconosce come profeta, avrebbe scacciato l’impostore e garantito un’era di prosperità per i credenti, prima della fine della storia e della resurrezione dei morti. Questo schema escatologico che, con variazioni, forma la base dell’ideologia dell’Is, nega la storia, nel senso di un processo aperto formato dall’insieme degli eventi e dalle loro conseguenze, e vi sostituisce un tempo circolare, per il quale può esserci un secondo Abu Bakr 1400 anni dopo il primo e il califfato dell’Is può riprendere le terre che erano appartenute all’islam. Allo stesso tempo, esso permette d’interpretare sconfitte schiaccianti come quella del 2019 come una semplice battuta d’arresto sulla via della vittoria e un incentivo a continuare la guerra, mentre la morte, anche quella del califfo, è il martirio che prova la verità della profezia.

Apocalisse infinita: il ritorno dello Stato islamico -

Abu Bakr al-Baghdadi è stato il più duraturo e autorevole dei califfi dell’Is e, se torniamo alla metafora iniziale, il solo franchisor riconosciuto del marchio. Il secondo, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi (nome fittizio anche questo), è stato definito “il califfo senza califfato” perché avrebbe per due anni governato in clandestinità, gettando tuttavia le basi per l’espansione delle operazioni dell’Is in Africa; come lui, i suoi successori, dei quali non esistono immagini, sono stati uccisi in attentati condotti da americani e russi. 

Mentre la possibilità di realizzare la dawla islamica sembra per ora allontanarsi, l’organizzazione dell’Is ha preso, in assenza di un capo riconosciuto, l’aspetto di una partnership, allargando enormemente le sue operazioni in Africa e nel Sudest asiatico, fino a ricalcare la progressione dell’espansione coloniale europea nel mondo islamico. È così che la Russia, erede del colonialismo zarista e di quello sovietico, è diventata bersaglio del jihad dell’Is nella sua branca centroasiatica e caucasica, il Khurasan spesso evocato dalle tradizioni profetiche: “Il Dajjal emergerà da una terra ad oriente chiamata Khurasan e sarà seguito da gente con la faccia come scudi martellati”. 

Bruna Soravia

Bruna Soravia è storica dell’Islam. Specialista di Islam medievale, si è interessata, in ambito contemporaneo, di storia dell’orientalismo europeo e del conflitto arabo-israeliano. Ha insegnato in Francia, negli Stati Uniti e presso l’Univesità Luiss  Guido Carli di Roma.

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