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La redazione di Lucy

Felicità

Cover Giugno
Felicità

Con il nuovo mese inauguriamo anche un nuovo tema: ve lo presentiamo qui.

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. È ancora così? Se Lev Tolstoj dovesse riscrivere nel 2026 l’incipit di Anna Karenina, valuterebbe forse di invertire i fattori. Perché a somigliarsi tutte, oggi, sono semmai le nostre solitudini, mentre la felicità è diventata un sinonimo di dissidenza: abbiamo deciso che non riguarda più – e forse non ha mai riguardato – l’adesione a uno standard, la rassicurante uniformità del “così fan tutti”, e la cerchiamo nell’irregolarità, nella divergenza, nella possibilità di sentirsi unici.

Ma cosa succede quando la ricerca della felicità smette di seguire la traiettoria tracciata dagli altri e diventa una responsabilità interamente nostra?

La sensazione è che la modernità – che ingloba le tecnologie, la decostruzione dei vecchi modelli, la psicanalisi, le rivoluzioni dei costumi… – ci abbia reso più consapevoli dell’importanza della felicità, ma non più leggeri, non più vicini a raggiungerla. Anzi, forse meno, e sarebbe un paradosso. Funziona così, la felicità? Più la conosci e più te ne allontani?

Secondo Theodor W. Adorno, la felicità è una condizione dell’esistenza e, come tale, non possiamo sperare di possederla, ma al massimo di esserne attraversati. Eppure la nostra cultura ci ha insegnato che la felicità va ottenuta e cercata sopra ogni cosa: quanti film e manuali hanno provato, nel tempo, a insegnarci qual è il percorso per diventare un giorno felici?

Se n’era accorto Federico Fellini, che in mette le proprie inquietudini in bocca al suo alter ego, Guido, che confidandosi con un cardinale – “Eminenza, io non sono felice” – riceve una risposta sentenziosa:
“Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?”.

A giugno, su Lucy sulla cultura, proveremo a trovare il colpevole, da dove arriva l’illusione, e se sia o no un’illusione. Metteremo in discussione i presupposti su cui poggia la nostra idea di benessere, a partire dai legami affettivi: analizzeremo le nostre relazioni per capire se l’amore possa ancora essere un territorio felice o se sia diventato un eterno negoziato tra egoismi. Interrogheremo i nostri dispositivi digitali, per comprendere se la tecnologia – nata per connetterci e facilitarci la vita – stia espandendo le nostre possibilità o se stia solo monetizzando la nostra distrazione. Ricostruiremo la storia del “lieto fine” in letteratura per vedere quando (e se) abbiamo smesso di crederci, e ci domanderemo perché la politica abbia espunto la felicità dal proprio vocabolario, lasciandola smagrire sugli scaffali delle librerie dedicati al self-help.

Esplorare questa mappa significa considerare la felicità per quello che è: un fatto eminentemente culturale. Qualcosa che ha a che fare con il modo in cui scegliamo di relazionarci agli altri, di affrontare lo scorrere del tempo, di immaginare il futuro. Ed è qui che la provocazione del cardinale di rivela il suo rovescio: se anche non fossimo venuti al mondo per essere felici, siamo davvero disposti a rassegnarci all’idea che la felicità sia solo un’impresa privata, un lusso identitario da pagare a prezzo della solitudine?

“Felicità” è il nuovo numero di Lucy.

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