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Irene Graziosi

Il piacere di veder morire un uomo. L’esecuzione pubblica di Nidal Malik Hasan

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Negli Stati Uniti si prepara un'esecuzione che potrebbe essere trasmessa in streaming. La vendetta promette un sollievo che non può dare, perché spesso maschera sentimenti più difficili da affrontare, come l'impotenza e la tristezza. Ma se la vendetta individuale è comprensibile, quella promossa e spettacolarizzata dallo Stato solleva una domanda inquietante: quando abbiamo cominciato a confondere il piacere di veder morire qualcuno con la giustizia?

Il 6 ottobre Christa Pike, cinquant’anni, si è svegliata ammanettata a una brandina in un ospedale di Nashville confusa, intubata, con la polmonite e gravi lesioni alle braccia. Sei giorni prima lo stato del Tennessee aveva tentato di eseguire la sua condanna a morte con il pentobarbital, un barbiturico che ad alte dosi provoca la morte. Prima della somministrazione della droga, Christa Pike pare fosse serena. Aveva espresso rimorso per le sue azioni e aveva aiutato il personale a individuare le sue vene per l’iniezione, compito reso arduo a causa delle sue condizioni vascolari. Ad assistere all’esecuzione c’era la famiglia della sua vittima, una compagna di classe che Christa Pike aveva ammazzato nel 1995. Si chiamava Colleen Slemmer. Pike credeva stesse insidiando il suo ragazzo, e con altri due amici l’aveva attirata in un bosco, torturata con un taglierino e infine le aveva spaccato il cranio con un pezzo di asfalto. Se ne era tenuto un frammento, e nei giorni successivi lo aveva mostrato ai compagni di scuola. È stata l’unica dei tre a essere condannata a morte. La madre di Colleen Slemmer ha espresso frustrazione per l’esecuzione mancata. 

Il prossimo 3 dicembre potremmo assistere all’esecuzione di Nidal Malik Hasan, psichiatra militare dell’esercito americano che nel 2009 entrò nella base di Fort Hood, in Texas, e aprì il fuoco, uccidendo 13 persone e ferendone 32. Fu poi colpito da un proiettile che lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù. Hasan è un cittadino americano di origine palestinese. I suoi genitori erano emigrati dalla Cisgiordania in Virginia, dove gestivano alcune attività commerciali. Il padre morì nel 1998 e la madre nel 2001. Prima di spegnersi, pare che quest’ultima avesse raccomandato al figlio di avvicinarsi a Dio. Da allora Hasan aveva iniziato a frequentare con più zelo la moschea, fino a che, nel 2008, non iniziò a intrattenere rapporti epistolari con Anwar al-Awlaki, un predicatore americano di origine yemenita, diventato un importante propagandista jihadista legato ad Al-Qaeda nella Penisola Arabica. Il lavoro di Hasan consisteva nel valutare e seguire i militari americani traumatizzati dalla guerra. Nel 2009, gli comunicarono che sarebbe dovuto partire per l’Afghanistan. Hasan già da tempo sospettava che quella fosse una guerra contro i musulmani, cioè contro la sua gente. 

È stato condannato a morte nel 2013, e nei giorni scorsi Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha dichiarato che la sua esecuzione, eseguita da un plotone militare, avverrà alla stessa ora, nello stesso luogo della sua strage. Ma, soprattutto, potrebbe essere trasmessa in diretta streaming, di modo che tutti possano goderne. 

Non uso questo termine casualmente. Nel momento in cui si decide che l’uccisione di qualcuno debba diventare uno spettacolo, che sia per pochi intimi o per un popolo intero, viene suggerita implicitamente l’idea che guardare un essere umano morire scateni piacere. Nel caso di Christa Pike a godere della sua morte sarebbero dovuti essere i familiari della sua vittima, e infatti la madre di Colleen Slemmer si è stizzita per la mancata esecuzione. Nel caso di Hasan, che ha attaccato simbolicamente gli Stati Uniti, a trarne piacere devono essere tutti. Del resto, per millenni le esecuzioni sono state pubbliche, in piazza, davanti a un pubblico in febbrile attesa. Il sottotesto, notato anche da Luca Diotallevi sul «Il Messaggero», è che la morte di chi ha ucciso debba procurare a chi assiste un piacere equivalente al dolore che il colpevole ha inflitto alle sue vittime – forse godendone a sua volta. Stiamo dicendo, in fondo, che uccidere può essere una fonte di soddisfazione, purché a morire sia la persona giusta.

Ora, è probabile che, leggendo uno dei due casi riportati, ci si immedesimi con le vittime e, soprattutto, con i familiari delle vittime. Pensateci: quando ci immedesimiamo con queste persone veniamo travolti da un sentimento di rabbia che porta già con sé una componente di piacere. Nel secondo libro della Retorica, Aristotele dice: “Ogni collera implica un certo piacere, derivante dalla speranza di vendicarsi”. Se qualunque collera implica un potenziale godimento, quando l’offesa è particolarmente grave, il sentimento di piacere derivante dalla fantasia di vendetta è galvanizzante, perché del tutto legittimo. E infatti il sentimento collettivo davanti a certi casi di cronaca è spesso accecato dalla passione della vendetta: è successo con il gioielliere che ha ammazzato i ladri che avevano terrorizzato lui e la sua famiglia, è successo con i familiari di Giulia Cecchettin, al cui assassino è stata augurata una morte penosa da più parti. È successo perfino quando a Viareggio una donna rapinata ha investito il ladro con la sua auto più volte: molti hanno commentato sostenendo che l’uomo se lo fosse meritato. 

Le storie di vendetta ci affascinano da sempre, come potrebbe essere altrimenti? La fantasia di poter porre fine alla vita di chi ci ha fatto davvero del male è un tema ricorrente della letteratura e del cinema. Uno dei più bei film degli ultimi decenni sulla vendetta, Kill Bill, mostra Beatrix Kiddo, una donna a cui è stato tolto tutto, che dedica la sua vita alla ricerca e all’omicidio dei suoi aguzzini. Nella nostra cultura, spesso colui che si vendica diventa un eroe e la vendetta è una faccenda privata. Non servono giustificazioni morali di alcun genere, perché l’identificazione è concessa solo con colui che ha subito il torto e che dunque ha diritto di vendicarsi. A dirla tutta, la vendetta è sempre stata un’azione individualista, anche quando commessa a titolo collettivo, anche quando prevista da leggi più antiche delle nostre. Lo è perché non segue un principio universale ma individuale, cioè tutela solo l’offeso, e potenzialmente può condurre all’annientamento di intere comunità. Eppure oggi chiediamo di nuovo che siano gli stati a vendicarsi, come se non riuscissimo più a vedere le criticità insite nell’atto.

Nella mitologia greca, il tema della vendetta è ricorrente, ma non è mai semplice, cioè non si esaurisce con il piacere di chi la persegue, che anzi, di solito, è funestato dalla sua stessa sete di vendetta. Nell’Orestea di Eschilo, Clitemnestra ammazza il marito Agamennone per aver sacrificato la figlia prima della partenza per Troia. Il figlio della coppia, Oreste, si vendica della madre, uccidendola. A sua volta viene poi perseguitato dalle Erinni, divinità della vendetta, per il matricidio. È Atena a dover porre fine alla maledizione della vendetta, e nelle Eumenidi dice al coro delle Erinni: “Tu vuoi essere chiamata giusta, piuttosto che agire secondo giustizia”. Cioè Atena accusa le Erinni di voler essere chiamate giuste, senza davvero riflettere su cosa la giustizia sia. E infatti il desiderio di vendetta viene spesso mascherato da un principio più alto, quello della giustizia. Ma il fatto è che la giustizia, a differenza della vendetta, non è mai privata. La giustizia deve tenere insieme non il singolo individuo, ma la comunità. L’Orestea di Eschilo è strabiliante perché mostra il passaggio dalla legge arcaica, cioè dall’occhio per occhio, allo stato di diritto, che tiene conto della collettività proteggendo di conseguenza i singoli cittadini. 

Ora la domanda è: perché stiamo via via andando in una direzione in cui lo stato – che sarebbe auspicabile fosse un’entità superiore, capace di astrarsi dai sentimenti e dalle passioni dei singoli, proprio perché, per quanto legittime, non possono per loro natura essere “giuste” – si immedesima con l’individuo? Perché è lo stato a esigere una vendetta, come fosse una madre a cui è stato tolto un figlio? È giusto che lo stato punisca, difendendo in questo modo le vittime dei crimini, ma che in questa punizione sia inclusa, almeno astrattamente, la possibilità per il colpevole di cambiare. A turbare dunque non è tanto il fatto che il popolo voglia la testa di qualcuno, è sempre stato così. È la tentazione dello stato a dargliela a essere inquietante. Anche perché non serve a niente. Ve la ricordate la novella Libertà di Verga? Non credo che alcun testo mi sia rimasto più impresso da ragazzina. È ispirata ai fatti di Bronte del 1860, quando i contadini, vessati dai padroni, vi si ribellarono, incitati dalle promesse di terra e libertà di Garibaldi. Verga racconta della mattanza dei nobili, di notai, dei figli di ricchi, ottenuta al grido di “libertà” (un’altra parola che, al pari di “giustizia”, viene indossata per occultare istinti meno nobili). Una volta terminata la strage, i contadini si ritrovano in piazza e scoprono di non sapere come spartirsi le terre, come amministrarle. Alla fine arriva un emissario di Garibaldi (Nino Bixio, che Verga non nomina) che pone fine a tutto con ulteriore violenza, e i rapporti di forza vengono ristabiliti come se nulla fosse. 

Ma non è solo la vendetta collettiva a non concedere sollievo. Anche quella privata non lenisce alcuna pena. Il fatto è che la vendetta crede di rispondere al dolore, all’ingiustizia, quando in realtà risponde solo all’umiliazione e alla rabbia. Nell’Iliade, quando Ettore ammazza Patroclo, Achille viene posseduto dall’ira e si vendica su Ettore umiliandone il corpo ben oltre il “necessario”. L’ira ha preso il posto di un altro sentimento, quello della tristezza, della mancanza, che è assai più difficile da maneggiare, perché incolmabile. Chiunque desideri vendicarsi persegue una parabola tragica, perché ciò che si vuole è fuori dalla portata umana: che i propri cari tornino in vita, che il torto subito non sia mai avvenuto. Talvolta la storia degli uomini mi appare come una storia di tristezza scambiata per rabbia. E infatti cosa succede nell’Iliade? Che l’unico che riesce a penetrare l’ira di Achille è il padre di Ettore, Priamo, che si inginocchia in lacrime chiedendo che ciò che resta di suo figlio gli venga restituito. Il suo dolore comunica con quello di Achille, che si tramuta in compassione. Il dolore, più di tutti gli altri sentimenti, dà la possibilità agli uomini di riconoscersi l’uno con l’altro.

Negli Stati Uniti la pena di morte è ancora prevista dall’ordinamento federale e da quello di numerosi stati. Del resto, è un Paese giovane che, come tutti i giovani, non è mai riuscito né ha mai dovuto fare i conti con altro che non fosse la forza. Con Trump, questo è ancora più evidente. Ed essendo il mondo in balia di forze invisibili che ci trascinano tutti, anche qui in Italia si avverte questo desiderio di forza, di vendetta. Il desiderio che lo stato si trasformi in un individuo onnipotente, dominato dalle sue passioni che non conoscono limiti. 

Infine: la parola vendetta non coincide e non si sovrappone con la parola punizione. Aristotele diceva che la punizione è nell’interesse di chi la subisce, mentre la vendetta è nell’interesse di chi la infligge, affinché ne ricavi soddisfazione. Se lo stato dovesse proprio identificarsi con una delle due parti di una contesa, sarebbe bene che lo facesse con il colpevole che deve essere punito, più che con l’innocente che ne desidera la morte. 

Irene Graziosi

Irene Graziosi è scrittrice. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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