Un glossario per orientarsi all'interno de "Il punto esatto".
Cosa sono gli insediamenti:
Gli insediamenti israeliani sono città, paesi e quartieri residenziali costruiti da Israele nei territori palestinesi che occupa dalla guerra del giugno 1967, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Sorgono oltre la Linea Verde, la linea dell’armistizio del 1949 che fino a quella guerra separava Israele dalla Cisgiordania sotto controllo giordano, e dunque fuori dal territorio che la comunità internazionale riconosce allo Stato di Israele. In Cisgiordania, senza contare Gerusalemme Est, vivono oltre tre milioni di persone, l’85 per cento delle quali palestinesi.
La parola stessa, però, può trarre in inganno. In italiano insediamento suggerisce qualcosa di provvisorio, un accampamento, poche case prefabbricate su una collina. In realtà, gran parte degli insediamenti è costituita da centri abitati stabili, con case, scuole, strade e amministrazioni locali. Alcuni, come Ma’ale Adumim, Ariel, Beitar Illit e Modi’in Illit, hanno lo status giuridico di città. Modi’in Illit, il più popoloso, supera gli ottantamila abitanti; Beitar Illit ne conta oltre sessantamila. Gli israeliani che vivono negli insediamenti della Cisgiordania sono più di mezzo milione, e altri duecentomila e oltre vivono a Gerusalemme Est. Sono periferie, cittadine, quartieri residenziali costruiti in un territorio occupato.
Per il diritto internazionale non dovrebbero esistere. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta a una potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa. Nel 2016 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2334, ha stabilito che gli insediamenti non hanno alcuna validità giuridica e costituiscono una violazione flagrante del diritto internazionale. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, in un parere consultivo, ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei territori occupati, indicando a Israele l’obbligo di fermare immediatamente ogni nuova attività di insediamento e di evacuare tutti i coloni. Israele respinge questa lettura.
Sono costruiti su terra palestinese in due sensi. Il primo è politico: la Cisgiordania e Gerusalemme Est sono il territorio dove vive la popolazione palestinese e dove i palestinesi rivendicano il proprio Stato, con Gerusalemme Est come capitale. Il secondo è materiale: le autorità israeliane dichiarano alcuni terreni «terra di Stato» e li destinano agli insediamenti; decine di avamposti sorgono inoltre, in tutto o in parte, su terre di proprietà privata palestinese.
Il fenomeno attraversa quasi sessant’anni di politica israeliana. Il primo insediamento, Kfar Etzion, nacque nel settembre del 1967 con l’assenso del governo di Levi Eshkol. Nel decennio successivo i governi laburisti ne fondarono una trentina, soprattutto nella Valle del Giordano e attorno a Gerusalemme. Con la vittoria del Likud nel 1977 il progetto si estese all’intera Cisgiordania.
Israele distingue fra due categorie. Gli insediamenti sono quelli istituiti da una decisione di governo e passati per l’iter di pianificazione: al 1° agosto 2026 Peace Now ne conta 146, esclusa Gerusalemme Est. Gli avamposti sono invece nati senza autorizzazione e sono illegali anche per la legge israeliana: secondo il censimento di agosto sono 390, di cui 227 fattorie. La distinzione vale soltanto all’interno dell’ordinamento israeliano, perché per il diritto internazionale sono illegali entrambi. E il confine fra le due categorie si sposta. Con il tempo lo Stato protegge gli avamposti, li finanzia e infine li riconosce: 33 sono già stati regolarizzati, dodici come insediamenti autonomi, e almeno altri 48 sono in via di regolarizzazione. Nel solo 2025 il governo ha approvato 54 nuovi insediamenti, il numero più alto mai registrato in un anno, compresi avamposti poi regolarizzati.
Evyatar, su Jabal Sabih, sulle terre del villaggio palestinese di Beita, mostra questo passaggio quasi per intero. Nato come avamposto nel 2013, nel giugno 2024 è stato riconosciuto dal governo israeliano come insediamento.
Una storia che comincia molto prima dell’attuale governo
La parola insediamento, in italiano, porta con sé anche un’altra storia: le colonie agricole del primo sionismo, nate in Palestina sotto gli ottomani e poi sotto il mandato britannico, quasi tutte dentro quello che dal 1948 sarebbe diventato Israele. L’ebraico tiene separate le due cose. Quelle comunità erano lo yishuv. Gli insediamenti costruiti oltre la Linea Verde, nei territori occupati con la guerra del giugno 1967, sono le hitnakhluyot. È di questi che parliamo. La loro storia comincia quasi sessant’anni fa, molto prima di Benjamin Netanyahu e della destra religiosa che oggi li governa.
Comincia nel settembre del 1967, tre mesi dopo la fine della guerra, su una collina fra Betlemme e Hebron. Un gruppo di religiosi, fra cui i figli di chi vi aveva vissuto prima del 1948, chiede al governo di Levi Eshkol di tornare dove sorgeva Kfar Etzion, il kibbutz distrutto nel maggio di quell’anno. Il governo acconsente. È il primo insediamento in Cisgiordania, ed è già il punto in cui le due storie si toccano. Nei dieci anni successivi i governi laburisti ne fondano una trentina. Sono cooperative agricole e avamposti di soldati che diventano villaggi, quasi tutti nella Valle del Giordano e attorno a Gerusalemme, nelle terre giudicate strategiche e dove i palestinesi erano pochi. Li muovono la sicurezza, il controllo del territorio e, in qualche caso, la memoria di ciò che c’era prima del 1948.
Nel 1977 vince Menachem Begin e gli insediamenti salgono sulla dorsale montuosa, accanto alle grandi città palestinesi, per ragioni militari e ideologiche insieme. Quando il Likud arriva al governo, i coloni in Cisgiordania sono poche migliaia. Quindici anni dopo sono più di centomila.
Nel 1992 torna al governo il Partito laburista. Yitzhak Rabin promette di fermare la costruzione di nuovi insediamenti e ad agosto annuncia un congelamento che lascia però crescere quelli esistenti, in nome della crescita naturale. L’anno dopo stringe la mano ad Arafat. Gli accordi di Oslo e le case nuove procedono insieme: alla fine del 1993 i coloni in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, sono circa 112 mila; nel 2000 quasi 193 mila.
Il movimento continua attraverso ogni governo. Nel 2005 Ariel Sharon ritira i coloni dalla Striscia di Gaza e da quattro piccoli insediamenti nel nord della Cisgiordania, mentre il resto della Cisgiordania continua a riempirsi. Negli anni in cui Israele si è impegnato con la Road Map a congelare ogni costruzione, i coloni passano da 211 mila a 289 mila. Sotto Netanyahu gli avamposti diventano un metodo: nascono dopo la sua prima vittoria nel 1996, si fermano nel 2005, ricominciano nel 2012, e lo Stato impara a regolarizzarli in un secondo momento. Nel 2021 arriva il governo Bennett-Lapid, che giura di mantenere lo status quo e in un anno promuove piani per 7.292 nuove case negli insediamenti, più di quanto facessero in media i governi Netanyahu.
Nel 2002 l’organizzazione israeliana B’Tselem lo aveva già scritto: il processo di pace degli anni Novanta non aveva fermato nulla; l’espansione era proseguita sotto Rabin e sotto tutti quelli venuti dopo. Ci sono stati governi che hanno congelato, evacuato, rallentato. La linea, vista per intero, sale. Quello che accade oggi è l’ultimo tratto, il più ripido, di una salita cominciata nel 1967.
Che cosa cambia dopo il 7 ottobre
L’accelerazione comincia prima della guerra. Nel governo formato da Benjamin Netanyahu alla fine del 2022, i partiti legati al movimento dei coloni hanno in mano leve decisive sulla Cisgiordania. Bezalel Smotrich, leader del Sionismo religioso, diventa ministro aggiunto alla Difesa con ampi poteri sugli affari civili del territorio. Nel febbraio 2023 il gabinetto approva la regolarizzazione di nove avamposti, diventati poi dieci, e crea la categoria dei “siti in via di regolarizzazione”, che consente allo Stato di investire in luoghi ancora illegali per la legge israeliana. A giugno il governo abolisce l’obbligo di ottenere l’approvazione del ministro della Difesa per ogni fase dei piani edilizi negli insediamenti. Nel primo semestre del 2023 vengono promosse 12.349 abitazioni in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, un record dall’epoca degli accordi di Oslo, raggiunto prima del 7 ottobre.
Dopo il massacro compiuto da Hamas, cambia la cornice politica. Nel luglio 2024 la Knesset approva con 68 voti contro 9 una risoluzione che respinge la nascita di uno Stato palestinese a ovest del Giordano, anche come esito di un negoziato. La risoluzione lo definisce un pericolo esistenziale per Israele, sostenendo che finirebbe sotto il controllo di Hamas. In questo quadro l’espansione degli insediamenti viene rivendicata apertamente come lo strumento per impedirlo. Nell’agosto 2025 Smotrich annuncia l’approvazione del piano E1, che separa Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Lo presenta come la sepoltura dell’idea di uno Stato palestinese e come una risposta ai Paesi occidentali che si preparano a riconoscerlo.
Cambia anche la presenza armata sul territorio. L’esercito richiama circa 5.500 coloni riservisti e li assegna ai battaglioni di difesa regionale in Cisgiordania, mentre il ministero della Sicurezza nazionale guidato da Itamar Ben Gvir distribuisce migliaia di armi, anche ai civili degli insediamenti. Il confine fra coloni e soldati si fa incerto: fra l’ottobre 2023 e l’aprile 2024 l’ONU registra più di settecento attacchi di coloni, e in quasi la metà dei casi sono presenti militari in uniforme. Il governo sceglie intanto metodi meno visibili. Dalla fine del 2024 il consiglio di pianificazione si riunisce ogni settimana e approva poche centinaia di abitazioni per volta, un sistema che secondo Peace Now serve ad attirare meno attenzione internazionale. Nel gennaio 2025, appena insediatosi, Donald Trump revoca le sanzioni che l’amministrazione Biden aveva imposto ai coloni violenti.
I numeri registrano il salto. Nel febbraio 2024 Smotrich ordina di collegare alle reti idriche ed elettriche settanta avamposti illegali, di dotarli di edifici pubblici e di sospendere le demolizioni. Nello stesso anno Israele dichiara terra di Stato 24.258 dunam, circa 24 chilometri quadrati: secondo l’Unione europea, circa la metà di tutta la terra dichiarata tale dagli accordi di Oslo in poi. Nel 2025 il governo approva 54 nuovi insediamenti, il numero più alto mai registrato in un anno. Ventisei sono avamposti regolarizzati, quattordici quartieri trasformati in insediamenti autonomi, quattordici insediamenti nuovi. Nello stesso anno i coloni fondano 86 avamposti, sessanta dei quali sono fattorie, e vengono approvati piani per 27.941 abitazioni in Cisgiordania, più di 63 mila includendo Gerusalemme Est.
Il 2026 è un anno elettorale e il ritmo non rallenta. Il 25 marzo, durante la guerra con l’Iran, il gabinetto di sicurezza approva altri 34 insediamenti: dieci sono avamposti da regolarizzare, ventiquattro insediamenti nuovi, tutti in Area C. La decisione non viene resa pubblica per due settimane, secondo Peace Now probabilmente per non irritare gli Stati Uniti. Il capo di stato maggiore si era opposto per il peso che ogni nuovo insediamento impone all’esercito. A luglio il gabinetto stanzia 1,3 miliardi di shekel per realizzarli, e Smotrich annuncia oltre un miliardo per le strade. Quando questo governo è entrato in carica, gli insediamenti ufficiali erano 127; secondo Peace Now, quelli che ha deciso di creare sono 104. Comprese le sedute previste fino al 9 settembre, il consiglio di pianificazione ha esaminato nel 2026 piani per 9.972 abitazioni. L’istituto ARIJ di Betlemme, che usa una metodologia propria, conta per il primo semestre dell’anno oltre 22 mila dunam di terra presi di mira e più di 19 mila unità abitative. In vista delle elezioni del 27 ottobre, Peace Now accusa il governo di voler lasciare sul terreno quanti più fatti compiuti possibile.
Sul terreno la forma più efficace di espansione sono le fattorie. Pochi coloni con un gregge possono rendere inaccessibile ai palestinesi un territorio molto più ampio di quello costruito. L’ufficio ONU per i diritti umani descrive uno schema ricorrente: l’avamposto sorge accanto a una comunità di pastori, i coloni bloccano l’accesso all’acqua e ai pascoli, poi seguono attacchi, distruzioni, feriti e morti. Gli attacchi dei coloni con vittime o danni, registrati dall’ONU, sono passati da 1.189 nel 2023 a 1.420 nel 2024 e a 1.828 nel 2025, il livello più alto dal 2006, quando è cominciato il monitoraggio. Secondo OCHA, fra il gennaio 2023 e il luglio 2026 sono state sfollate in tutto o in parte 121 comunità palestinesi, in gran parte beduine e di pastori, e 46 si sono svuotate completamente. B’Tselem, che parla di pulizia etnica, ad aprile 2026 contava 62 comunità e famiglie isolate espulse