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La casa è sempre stata un problema

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Già 150 anni fa Engels parlava del “problema della casa”. Oggi che le nostre società sono progredite sotto molti punti di vista, quello della casa è ancora un tema angoscioso, fonte di incertezza e di ingiustizie, come la cronaca drammaticamente ci ricorda quasi ogni giorno. Come mai? Forse perché il “problema della casa “ è quello del mondo in cui viviamo.

Voler risolvere la questione delle abitazioni e voler nello stesso tempo le grandi città moderne, è un controsenso.
K.F. Engels , La questione delle abitazioni, p.46.

 Del “problema della casa” parlava già Engels 150 anni fa. Colpisce parecchio che, nel frattempo, soprattutto nei paesi occidentali, si sia riusciti a risolvere problemi che parevano irrisolvibili: la fame di massa (producendo paradossi come la sovralimentazione e i disturbi alimentari), buona parte delle malattie endemiche, la mortalità infantile, aumentando durata e qualità della vita eppure… eppure, la casa è ancora un argomento doloroso, fonte di ansie e di instabilità. Siamo ancora qui a sperare che ai nostri padroni non venga voglia di aumentarci l’affitto, che i banchieri centrali non alzino i tassi di interesse, che i datori di lavoro non ci sostituiscano con un bot, per non parlare poi di chi spera di subentrare nei 70mq al Pigneto di una lontana parente, oppure prega di riuscire a tenersi l’alloggio popolare. Oltre la scarsità di alloggi a buon mercato nelle grandi città e ai problemi più urgenti, di case parliamo tutto il giorno perché tutto il giorno ci capitano sotto agli occhi sui social; sono una fonte di intrattenimento, un oggetto di desiderio costante, non riusciamo più a leggere nemmeno un romanzo senza che il tema dello stesso sia (ancora!) quello abitativo. E anche se proviamo a resettare l’algoritmo, nella speranza di incappare in qualsiasi altro contenuto, le case rientrano poi dalla finestra sotto forma di cronaca: piazze stracolme in Spagna, sindaci e sindache delle principali città del pianeta che promettono blocchi agli affitti e alloggi calmierati, acampadas davanti ai politecnici, mentre eserciti spianano città intere comodamente seduti davanti al proprio computer ( il fine, non è solo quello di eliminare vite umane, ma anche quello di distruggere per poi ricostruire, come accade a Gaza). Ma se da 150 anni il tema della casa è sempre d’attualità e sempre perlopiù motivo di varie angosce, è perché il sistema che incoraggia queste angosce è lo stesso, quel capitalismo per cui l’immobile è prima di tutto bene di scambio e oggetto di mercificazione.

Ma è vero anche che prima era anche peggio. Prima, infatti, le case non le avevamo proprio, perché privilegio di notabili e signori. Tutti gli altri abitavano in tuguri, camere ammobiliate, per strada, spesso ammassati come bestie. Questo grosso modo fino agli anni Venti del Novecento, a seconda dei livelli di industrializzazione delle varie società. Poi Stato e Mercato capiscono che il sistema non regge – vuoi per ragioni sanitarie, vuoi per ragioni politiche (Stato) –, e che si possono aprire enormi opportunità (Mercato); allora si comincia ad attuare un misto di politiche pubbliche e di politiche private tese a urbanizzare l’urbanizzabile. Da un lato verranno promossi sventramenti e sanificazioni dei centri storici, dall’altro si aprirà una fase di urbanistica pubblica con quartieri di edilizia popolare, spesso anche di pregio (come i vari quartieri per ferrovieri sorti in tutto il paese nei dintorni degli snodi ferroviari principali). Accanto però a interventi mirati e protettivi, alcuni dei quali prodotti in epoca fascista, ci sono stati anche i grandi progetti di ricostruzione post-bellica, il cui esempio più noto è il Piano INA-Casa voluto dal democristiano Fanfani tra 1949 e 1963. Molti dei 2 milioni di vani prodotti in quel periodo hanno valore architettonico e sono stati prodotti a valle di un dibattito urbanistico informato e rilevante. Ma la quantità di edificato e le geografie dove esso è andato a insediarsi, hanno espanso di molto il confine delle città, causando anche gravi effetti ambientali. Il nesso, ecologico e culturale, tra casa e città, verrà colto da molto dibattito pubblico, basti pensare a una figura come quella di Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra e grande fustigatore dei “vandali in casa” della ricostruzione post-bellica. Dopo INA-Casa, la spinta pubblica si ridurrà progressivamente nel piano GESCAL, esauritosi a fine anni Ottanta. Quartieri come Tor Bella Monaca a Roma o Gallaratese a Milano sono tipici esiti di questi progetti edilizi.

Nello stesso periodo storico del secondo dopoguerra, poi, ci sarà l’enorme espansione dell’edilizia privata, uno degli ambiti di maggiore diffusione dell’abusivismo edilizio nazionale. Dagli anni Novanta, lo Stato decide che “ha dato” e si dilegua, lasciando al Mercato la piazza dello spaccio, coerentemente con la diffusione delle logiche neoliberali di azione pubblica: e quindi ecco arrivare, mutui senza garanzie, prodotti finanziari, promesse di co-housing, retrofitting, cappotti, 110%, affitti brevi, bonus, sostegno all’acquisto della prima casa e relativa detassazione, sviluppo di studentati per studenti abbienti e mille altre diavolerie. A leggere bene la frase precedente, capiamo anche in che senso lo Stato si dilegua: per riprendere una metafora che circola nella sociologia urbana contemporanea, la mano sinistra dello Stato saluta e se ne va, mentre quella destra elargisce politiche a favore della proprietà privata e del trasferimento di ricchezza verso la rendita e l’accumulazione nei settori di quello che chiamiamo real estate (che fa cosmopolita e ci protegge dal parlare di speculazione immobiliare). E siamo all’oggi. Noi abitanti e cittadine cosa abbiamo fatto in questo contesto? Ci siamo adattati e arrangiati. Chi aveva una famiglia alle spalle (metafora tipicamente italiana), si è aggrappato a essa.Tu chi usi? Io i miei, più mia nonna. Ah beato te! Io c’ho Italia Online. In sostanza abbiamo scommesso sul cosiddetto passaggio intergenerazionale della ricchezza, e ci siamo adeguati alle condizioni disponibili sapendo che, prima o poi, sarebbe comparso un alloggio in eredità, o magari già in donazione.

Con il linguaggio dell’economia: abbiamo sostanzialmente aggiornato il modello di ciclo vitale di Modigliani, che mostrava come i consumi fossero correlati a speranze di crescita salariale e speranza di vita, inserendo la ricchezza ereditata e trasformandoci di fatto in agenti assicurativi del nostro proprio futuro: consumo tot ora (compreso il bene-casa) perché posso attendermi extra gettiti dal futuro. Chi non poteva contare invece sulle ricchezze del boom, perché a quelle ricchezze mai avevano partecipato né lui/lei né i propri genitori, si è attaccato al tram (che in Italia significa: affitto sociale o affitto tout-court), o alle speranze dell’investimento. In questo segmento vulnerabile ci sono sia le famiglie povere autoctone che quelle immigrate povere, entrambe sovrarappresentate nei mondi della locazione. Quelli che hanno creduto nella mobilità sociale e nell’affrancamento da mercati pubblici e privati dell’affitto, hanno cercato di comprare casa. Il mattone si rivaluta sempre, ci siamo sentiti dire. I soldi nell’affitto, son soldi buttati, ci hanno ripetuto. Il gioco per un po’ ha funzionato e questo spiega perché in Italia anche le classi operaie siano maggioritariamente proprietarie; diciamo che ha funzionato per chi si era indebitato fino agli anni Novanta o ha approfittato delle buone capacità di risparmio possibili fino a quel momento (e con i prezzi delle case di quel periodo). Poi però con il nuovo Millennio la forbice dei prezzi si è allargata: sono aumentati a dismisura i valori immobiliari e il sottostante, cioè il denaro che serviva per finanziare gli indebitamenti, ha cominciato a calare anziché crescere, vuoi per l’inflazione, vuoi perché i salari sono stati bloccati da un mirabolante accordo tra (di nuovo) Stato e Mercato, e ci siamo trovati perciò con mutui e affitti insostenibili e guerre tra poveri.

Non a caso sono aumentati moltissimo i pignoramenti e i portali di aste immobiliari online sono diventati popolari come quelli degli affitti a breve termine. Le guerre tra poveri sono ancora in corso, anzi vengono visibilizzate e strumentalizzate da media e politica e sono, tra le altre, quelle tra studenti, residenti di lungo corso, turisti, migranti, trasfertisti, divorziati, giovani coppie con figli, giovani coppie senza figli, madri single, padri single, e si potrebbe andare avanti per almeno altre due righe ad elencare categorie che faticano enormemente ad avere un tetto sulla testa, pur pagandolo proporzionalmente più dei ricchi (anche questa è una cosa che dovremmo ripetere sempre ad alta voce: povertà significa pagare ogni bene e servizio più degli altri). Se infatti la logica del capitalismo è pressoché la stessa ovunque, e possiamo perciò leggere con profitto i lavori di David Harvey in Spagna come in Italia o negli Stati Uniti e riconoscerci nella natura estrattiva e predatoria dei mondi in cui abitiamo, i contesti nazionali e quelli locali hanno una loro irriducibilità che è fatta di norme, istituzioni, ecologie e tutto quanto vi è di storico in termini soprattutto di Stato e di Mercato. Potremmo anche chiamarla path-dependence, nel senso che le decisioni che sono state prese in passato si tramutano in percorsi che si possono prendere e altri che sono, invece, preclusi. In ambito abitativo, nulla è maggiormente esplicativo del caso di Vienna. La capitale austriaca è la risposta che molti miei colleghi danno in coro quando viene loro posta la fatidica domanda: esiste un modello virtuoso in ambito di politiche abitative? Perché?

“Il problema delle abitazioni è il problema della città. Non si scioglie il primo, se non si risolve il secondo”.

Su un totale di 100 case, solo 19 sono occupate da abitanti proprietari, oltre 40 sono allocate da affitti sociali, comunali e non profit, 34 con affitto privato e il resto sono forme diverse. Di quelle 34 case affittate sul mercato, poi, una quota importante ha canoni concordati e sostanzialmente bloccati nel tempo. Wow, direte voi che abitate a Milano o Roma e vi toccano, rispettivamente, tra le 8 e le 6 case in affitto sociale. E tutto il resto è  proprietà o affitto privato, sostanzialmente. Concordo sull’entusiasmo viennese. Però torniamo alla path-dependence: al potere, a Vienna, ci sono ininterrottamente i socialdemocratici  dal secondo Dopoguerra (da soli o in coalizione), ed è praticamente una Città-Stato. Quindi ha un potere normativo e regolamentare autocefalo e usa quello politico per portare avanti un modello abitativo coerente. Ora, prevedo l’obiezione: anche se il PD fosse stato al governo a Milano o Roma ininterrottamente…Obiezione accolta, ma infatti ho scritto socialdemocratici, non PD. Che esista l’esempio di Vienna è significativo perché, come tanti altri esempi eccentrici, ci dice che un altro mondo è possibile e non è banale con i tempi che corrono. Ma ci ricorda anche che è un modello difficilmente replicabile (sebbene tra Svizzera, Germania e Paesi Bassi vi siano altri esempi che vi ci avvicinano) e che invece la media tende verso altri equilibri abitativi, dove prevale sempre di più la biforcazione tra casa in proprietà (a prezzi crescenti e disuguaglianze in aumento) e casa in affitto privato (e prezzi crescenti e disuguaglianze in aumento anche qui). Per chiarire: non puoi spingere le famiglie italiane a diventare massicciamente proprietarie della casa in cui vivono e poi dire loro “scusate ci siamo sbagliati, si torni alle locazioni sociali diffuse”. Non si può dire sia perché queste locazioni diffuse, di fatto, non ci sono mai state, non ai livelli austriaci, tedeschi od olandesi. Ma soprattutto perché l’attore politico che si sognasse di dire una cosa del genere, verrebbe linciato dal partito dei proprietari, i quali vedrebbero i propri investimenti perdere automaticamente di valore.

Torniamo a Engels e alla citazione in esergo: il problema delle abitazioni è il problema della città. Non si scioglie il primo, se non si risolve il secondo. Le proteste globali che da diversi decenni nascono attorno al tema abitativo, subito represse, non sono che una delle espressioni di una più ampia protesta per l’aumento del caro-vita, quelle per il collasso climatico, quelle per la pace, e così via. Non vi è IL problema della casa, se non in relazione a quello delle condizioni sociali, ecologiche, economiche e politiche che tutte le nuove generazioni stanno sperimentando in ogni angolo della Terra. Questo salire in generalità non vuol dire rinunciare a lottare per ciascuna di esse, ma semplicemente ricordare che anche nel caso, improbabile, che questo o quel governo metta un tetto agli affitti, aumenti i salari, si rimetta a costruire casa pubblica, tassi i patrimoni, istituisca fiscalità realmente progressive e redistributive a partire da quelle sulle eredità, combatta l’evasione fiscale (e sono tutte riforme da fare ORA, perché andavano fatte IERI), ecco ammesso e non concesso che questo governo faccia queste cose, ciò non intaccherà le ondate di calore, le inondazioni e frane, la distruzione di fauna e flora che sta accelerando. Non porterà nemmeno gli stati nazionali a ricomporre il mosaico del diritto internazionale, né spingerà nuovi e vecchi autocrati a non scaricare sull’esterno le proprie crisi di legittimazione o desideri espansionistici. Il problema delle abitazioni, è il problema del mondo in cui viviamo. Se non guardiamo al tutto, le singole parti non sono altro che frammenti della distruzione in corso, frammenti che non si tengono assieme come i vasi giapponesi kintsugi, facendo colare oro a unire il tutto. Ah, e poi c’è il problema delle IA. Please fasten your seatbelts.

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