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Loredana Lipperini

“La mattina scrivo” e l’incapacità di fare un discorso collettivo sul lavoro culturale

Lipperini Cover

Un discorso che dovremmo iniziare ad affrontare il prima possibile.

Confesso: dopo aver chiuso La mattina scrivo (è uscito per Playground nella traduzione di Maruzza Loria e Bernardino Assenti, mentre è in sala dal 5 marzo il film che ne ha tratto Valerie Donzelli) ero irritata con il suo autore, Franck Courtès. Perché ripete troppo spesso: “Darei qualunque cosa per non essere un artista”. Perché, a 62 anni, vive con l’RSA, l’assistenza sociale francese, e con i contributi economici di sua madre, che si suppone ultraottantenne, e dei figli, che a un certo punto gli offrono dei soldi. Tutto questo per potersi dedicare alla scrittura.

Ma come fai, mi chiedevo, a sapere di essere un artista? Chi ha apposto l’etichetta, chi ti ha assicurato l’immortalità attraverso la letteratura? E perché hai abbandonato un lavoro quasi decente – come fotografo free lance – per tuffarti in un mondo difficile come quello dei libri (in Francia meno rispetto all’Italia, ma sempre difficile), lasciando che siano i tuoi figli, che vivono altrove, a offrirti aiuto economico?

Quasi subito mi sono sentita, però, come una di coloro che Courtès attacca, quelli che chiama “i capitani di sé stessi”, che attraversano la vita senza mai naufragare. Di più: mi sono resa conto che la mia irritazione era evidentemente male indirizzata, ed era frutto di una distorsione con cui conviviamo da decenni: il dover a tutti costi essere responsabili, e possibilmente ottenere anche successo, magari cambiando idee politiche come il Lucien delle Illusioni perdute di Balzac.

Quando, in autunno, lo scrittore Jonathan Bazzi ha postato uno screenshot del suo conto corrente (esiguo: anzi, di più), si era tornati a discutere di lavoro culturale  (e del suo costo), e anche allora erano parecchi gli inviti rivolti a chi riesce a malapena a sopravvivere collaborando a quotidiani o scrivendo testi (non parliamo ovviamente dei libri), a cercarsi un lavoro serio, che è grossomodo quel che ci dicevano i nostri  genitori, ricevendo in cambio un gioioso sberleffo.  Ed è esattamente quello che dentro di me rimproveravo a Courtès: perché hai lasciato un lavoro per tuffarti nel vuoto?

Poi ho riletto alcuni passaggi e anche uno stralcio di intervista. Questo: “Ho iniziato a scrivere nello stesso modo in cui ho iniziato a fotografare. Credevo che la vita fosse così: bastava volere qualcosa e farla bene perché i soldi arrivassero”.  E ho capito quanto ha ragione Raffaele Alberto Ventura, quando, in La conquista dell’infelicità, spiega che la crisi del nostro tempo si deve alla contraddizione fra le promesse della modernità, che assicura la realizzazione personale e il fiorire dei talenti di ognuno, e l’impossibilità di realizzare quell’aspettativa. Siamo vittime di una brutta favola.

Però la storia di Courtès è ancora diversa: perché le sue illusioni perdute nascono anche da un disincanto professionale. Da fotografo, guadagnava dai tre agli ottomila euro al mese. Nel momento in cui dice addio al suo vecchio lavoro non ne guadagna più di duecentocinquanta, come diritti d’autore dei libri che ha pubblicato. Ma Courtès lascia la fotografia non solo per autosabotaggio, ma per disgusto. Anzi, per diserzione: avrebbe potuto continuare, dice, e scrivere i suoi libri al tempo della pensione, “in una casa con riscaldamento centralizzato, tra un cosciotto di pollo e una serie Netflix. In un mondo dove troppe decisioni vengono prese sulla base di meri interessi economici, a spese di qualsiasi altra considerazione, nella cornice di un’avidità generale, io non sono riuscito a fare meglio, a essere più felice, più vitale, più ricco. Cosa devo fare per non vergognarmi di me stesso?”

È dunque cominciato tutto prima dei due libri che gli avevano portato successo di critica ma poche copie vendute.  È cominciato dal furto di immagini, ordinaria amministrazione in Francia (e temo non solo): un servizio fotografico a un giovane scrittore commissionato da una rivista, per una cifra non altissima, centottanta euro. La fattura non viene pagata per un anno, gli si chiede di rimandarla quattro volte con la scusa che era stata persa. Finché il redattore capo spiega che alcune fatture non venivano saldate deliberatamente. Anche un altro mensile, dopo dieci anni di collaborazione, smette di pagarlo: “Dovevo vedere le mie collaborazioni con loro come un’opportunità, perché era un modo per promuovere il mio lavoro. No, le parole esatte erano state, ora me lo ricordo: Tu fai parte della famiglia, dovresti vederla come un’occasione. Così avevo scoperto, perché neanche si preoccupavano di nasconderlo, che avevano rivenduto alle riviste concorrenti le foto che mi avevano commissionato, senza pagarle, di un gruppo rock di New York, i Fun Lovin’ Criminals. Cos’altro potevo fare se non riprendere dai loro armadi i miei archivi e rinunciare a lavorare per quella rivista che avevo visto nascere? Avevo trentaquattro anni e non avevo familiarità con i tribunali. La mia sola reazione, me ne ricordo, era stata di scoppiare a piangere”.

Poi, certo, c’è molto altro, e l’introduzione del digitale nella fotografia, i corsi di formazione su Photoshop, “dove avevo l’impressione che più che arricchirmi di conoscenze autentiche mi stessero rimpinzando, come le oche nutrite con mais transgenico”.  Ma c’è soprattutto il desiderio di fare quel che realmente si desidera fare. Scrivere. Ma questo, dice Courtès, è in genere possibile se, per caso, si ottiene una borsa di studio dal Ministero della Cultura, o se si ha un partner che ti sostiene o un lavoro che ti lascia il tempo per scrivere. Ma questo, dice anche, “lascia poco spazio a una letteratura più selvaggia, con una posta in gioco vitale, come quella che sto vivendo attualmente. Sto facendo un sacrificio totale e l’atto di scrivere sta davvero prendendo il sopravvento”.

La diserzione di Courtès comincia cercando di sopravvivere: è uno dei dieci milioni di francesi poveri, di cui non si sa nulla. Dunque lascia il suo appartamento di centoquaranta metri quadri per un monolocale acquistato dalla madre anni prima: una stanza ammobiliata al pianterreno. Taglia le spese risparmiando sul riscaldamento, cibo, vestiti, viaggi, svaghi. Non compra libri, non va al cinema. Vende tutto quello che può: la moto, l’orologio del padre, alcuni libri, tre quarti del guardaroba, tranne i vestiti di marca, per salvare le apparenze come nei film di Charlie Chaplin. La parte più dolente riguarda la spesa: il cibo a buon mercato è, dice, ripugnante, arricchito da additivi chimici, zucchero, sale, aromi, coloranti. Gli oggetti intorno a lui si deteriorano ma non può rimpiazzarli. “Mi sento scacciato da un benessere di cui non avevo misurato l’importanza. Una semplice passeggiata nel bosco, benché gratuita, assume dei tratti diversi perché le mie scarpe consumate prendono l’acqua e io non posso acquistarne di nuove. Il mondo intorno a me sembra cambiato. Vago in un altro paese, in un’altra civiltà”.

Qui comincia una fase nuova, quella che chi disprezza il lavoro intellettuale augura, come una maledizione, a chi prova a viverci, col lavoro intellettuale: vai a spezzarti la schiena, dicono. E Courtès lo fa. Si iscrive alla diabolica Piattaforma che mette in contatto clienti e lavoratori e incassa una commissione del dieci per cento da ciascuna delle due parti. Nei fatti, è un’asta: vince chi offre il proprio lavoro chi si offre al prezzo più basso. Fa di tutto, Courtès. Manovale, per cominciare, scoprendo che deve mangiare pane e burro e uova e patate e tutti i cibi calorici di cui diffidava, perché sta pur sempre vendendo il suo corpo. Tosa prati, estirpa siepi, trasporta passeggeri. Guadagna quindici o venti euro per una mattina di lavoro. Diventa solerte, docile quando viene scelto. Sorride, sperando in una mancia. Investe un cervo. È disperato, all’inizio. Ma poi si rende conto che il cervo è commestibile, si può mangiare: la scena della macellazione casalinga non si dimentica facilmente. Ogni euro guadagnato finisce in cibo.

Ma c’è un altro punto. La Piattaforma mette in crisi l’impresa tradizionale e dolcemente trasforma il mondo in una società di schiavi: 

“Nessuno è più al riparo da un rovescio di fortuna, da un licenziamento, da un burn-out, da un fallimento. Per la Piattaforma non si tratta di offrire a studenti o a pensionati l’occasione di arrotondare le entrate, come affermano, ma proprio di rivoluzionare il modello di lavoro portandolo fuori dalle protezioni del salariato tradizionale. Per tutti i prestatori d’opera, i servizi forniti costituiscono la loro attività principale e non un’integrazione marginale delle entrate. Quand’ero bambino i miei genitori definivano poveri coloro che percepivano un salario minimo. Oggi chi ha un salario minimo con contratto a tempo determinato sembra quasi un privilegiato”.

E, no, non siamo più ai tempi di Alla catena di Robert Linhart, perché l’esperienza della fabbrica come la si intendeva allora è finita, dice Courtès. Perché nulla lega i nuovi poveri: il mondo da cui proviene non lo riconosce, e non si riconoscono fra loro gli schiavi della Piattaforma. 

“Non abbiamo nulla in comune, non ci lega nessuna emozione comune, nessun ballo popolare, nessuna chiesa; anche la noia, la viviamo in modo diverso. Non rientriamo in nessuna categoria di interpretazione politica; il nostro voto è imprevedibile, spesso nullo, frutto più della delusione che della collera. Questa classe di lavoratori di nuovo tipo non è la classe stereotipata che ci si immagina. Pettorina blu e muscoli non ne sono più i simboli. Appartengono a questa classe giovani, vecchi, straccioni di tutte le età esposti a contratti precari, al lavoro interinale, all’insicurezza economica, isolati dal resto della comunità tramite i contratti a tempo determinato o queste nuove forme di impiego gestite in modo anonimo da addetti e da applicazioni che impediscono qualsiasi incontro tra colleghi. Non ci incrociamo quando svolgiamo i lavori, non si crea alcun legame tra noi. Questo risparmia più di una preoccupazione ai datori di lavoro: nessun sindacato, nessuna pericolosa aggregazione del personale. Nulla ci avvicina nonostante la comune indigenza. La compartimentazione è così efficace da dissolvere nel silenzio e nell’invisibilità ogni occasione di protesta”. 

E dunque? E dunque Courtès continua a combattere con le tendiniti e i sacchi di calcinacci, pur avendo scritto il nuovo libro e ottenuto un anticipo (che gli fa perdere però il Reddito di Solidarietà, per un po’). Non è più nulla, non è definito dal punto di vista sociale. L’amarezza delle sue parole è antica: non si riesce a fare un discorso collettivo, ma solo individuale, e i discorsi individuali finiscono sempre per essere ciechi, e non riuscire a vedere quello che si ha intorno. Il lavoro culturale non riguarda il destino di una sola persona, ma di tutti coloro che provano a sopravvivere in questo durissimo ambito. Anche quelli che da quell’ambito sono fuori, se si vuole capire.

E comunque, come dice Courtès, “finché ci sarà posto per l’immaginazione, ci saranno degli dei, degli artisti e dei mostri nel buio”. E qualcuno che li sfrutta, e non li paga abbastanza, o affatto.

Loredana Lipperini

Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, blogger, attivista culturale e docente. Il suo ultimo libro è Il segno del comando (Rai libri, 2024).

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