Ridurre le proteste di piazza contro il carovita a semplice teppismo serve solo a rassicurare chi non vuole guardare oltre le vetrine sfondate. La verità è che stiamo assistendo a una curiosa negazione della rabbia collettiva, e delle ragioni che – specie nei giovani e nelle fasce marginalizzate – la stanno facendo ribollire. Ma c’è davvero da stupirsi se per molti ragazzi la violenza diventa l’unica forma rimasta per manifestare la propria esistenza?
La rabbia è un sentimento complesso perché complesse sono le ragioni che la muovono. La rabbia è il modo in cui si risponde al dolore, senza necessariamente riuscire a distinguere l’origine esatta di quel dolore. La rabbia funziona al contrario del fuoco. Prima c’è la cenere e la brace, la sensazione di aver subito un’ingiustizia, forse una provocazione talvolta non esplicita, ma perpetrata nel tempo, dietro la veste di una prossemica socialmente accettabile. Rimane lì sotto la cenere a covare un bruciante senso di disagio. Sì, funziona al contrario, perché prima c’è la brace e poi divampa il fuoco, solo dopo arrivano le fiamme che trasformano una sensazione frustrante in un comportamento violento. Prima dell’ira c’è la rabbia e c’è il risentimento.
Sabato sono scesi in piazza, a Milano, a Bologna, a Torino, migliaia di giovani, alcuni erano al loro primo corteo. Sono piovuti sanpietrini, cestini di ghisa, pietre, estintori, bottiglie, qualche tavolino, sono volate transenne. E poi, assalti a boutique e negozi, vetrine sfondate. Si sono alzate barricate con motobike e materiale da costruzione. I manifestanti (anche quelli pacifici) sono stati chiusi in spazi stretti, senza vie d’uscita, tra manganellate e lacrimogeni. Forse quella di sabato non è stata espressione della “giusta ira” aristotelica. Aristotele scrive che adirarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa. Ma è una reazione legittima quando nasce dal bisogno di difendersi da un torto. La rabbia è un modo per conservare sé stessi a fronte di un’ingiustizia subita.
La rabbia esplode trasformandosi in altro quando soffri e ti senti impotente, senza soluzione o vie di fuga. Quando nessuno ti ascolta, quando sei considerato ininfluente e senza voce, senza diritto di parlare. Quando non si prendono cura di te perché ti riducono a una definizione e non percepiscono il groviglio pulsante che hai dentro; neanche ci provano. La rabbia quando diventa azione è scomposta, spesso goffa. Butti un piatto per terra, sbatti una porta, strappi un giornale in mille pezzi, oppure ti accanisci contro te stesso, ti strappi i capelli, ti tagli le braccia. E ti condanni, certo che lo fai, sai di essere nel torto, di essere eccessivo e forse ridicolo, lontano dalla compostezza che è della vera forza e della presenza a sé stessi. Ma dentro, per qualche minuto, ti sei sentito vivo come mai prima. L’Iliade inizia dall’ira, quella di Achille. Dalla rabbia che si fa azione devastante. Perché poi se si arriva troppo tardi la devastazione, come quella che è seguita domenica fuori dai cortei, si trasforma da grido di dolore in estetica del saccheggio che annulla ogni possibilità di confronto e di ascolto. Ma siamo comunque sempre noi adulti a doverci prendere cura dei giovani (migliaia di minorenni) che hanno scavalcato lo stato cognitivo della rabbia per arrivare alla landa incendiata dell’ira fuori controllo.
Da molto tempo c’è un atteggiamento diffuso che è diventato postura culturale, o forse comodità interpretativa. Si condannano sempre gli effetti e non si analizzano mai le cause. C’è una fretta giornalistica e politica a deplorare la violenza per le strade come se al centro dell’obiettivo ci fossero solo le vetrine sfondate. Il perbenismo culturale che appare ai più come un’arma di civiltà, è in realtà una diminutio: riduciamo la violenza a vandalismo. Il vandalismo è un danno gratuito contro oggetti e beni materiali, di solito motivato dalla noia e dallo spirito distruttivo. Come probabilmente è stata la coda di aggressività avvenuta a Milano nella giornata di domenica. È bene infatti tenere sempre a mente le distinzioni: sarebbe irrealistico pensare che sabato siano scesi in piazza migliaia di annoiati. Più credibile che la maggior parte di loro fossero giovani arrabbiati.
Di quella stessa postura culturale fa parte anche una unanime e diffusa condanna alla reattività. A scuola, se un ragazzino si ribella ai bulli passa dalla parte dei violenti; a casa si lodano i figli docili, quelli che obbediscono alle regole imposte. Nelle aule è bandito il contraddittorio, la dialettica è vista come una pratica pericolosa, meglio parlare del tempo e dell’oroscopo. Tra scrittori, intellettuali, persone che si occupano di cultura non facciamo altro che promuovere risposte composte e articolate alle provocazioni. Vero, giusto. Però così si presuppone che chi voglia reagire a un sopruso, o a un’offesa, abbia la consapevolezza e la cultura necessaria per trasformare la rabbia in dialettica, se non addirittura in maieutica. Continuiamo a fare del dissentire una pratica adulta e borghese, ancora una volta elitaria. E chi le parole non ce le ha? Chi non ha l’esperienza?
È un dato che non possiamo ignorare: dobbiamo fare i conti con la rabbia che dilaga ovunque soprattutto nei ragazzi che si sentono esclusi dal discorso politico, ma anche dalla semplice capacità di incidere sulle proprie vite. Rabbia che mette radici dove non ci sono gli anticorpi.
Milano è la città dov’è nata la borghesia consapevole come portato dell’Illuminismo. Non parlo di alta borghesia, ma di ceto medio diffuso con un senso del proprio ruolo sociale, etico e civile. Per effetto di una comunicazione volta a incanalare flussi di denaro, l’hanno definita come città della moda e del design, della vita notturna e della finanza. Ma se le etichette non si addicono ai giovani, non si addicono neanche a Milano, da sempre luogo pensante. Bisognerebbe andare oltre il perbenismo che fa scandalizzare di fronte al dissenso e iniziare a incrociare riflessioni critiche che ci rilancino verso il futuro. Bisognerebbe farlo per noi e per i giovani, perché senza giovani il domani non esiste.
Dopo gli anni di piombo, chi poteva mandava i propri figli nelle scuole private, perché la politica aveva portato i morti in strada. I centri sociali nel tempo sono diventati luoghi di eventi culturali, punto di ritrovo fighetto e radical chic. Alcuni studenti che anni fa hanno occupato un liceo classico di una cittadina vicino a Milano sono stati chiamati in processo penale. La buona educazione e l’appello continuo alla pacatezza ha finito per abituarci alla remissività, senza che questo abbia fatto scomparire la violenza. La violenza ha continuato a essere espressione della logica corporea del potere. Ad essere appannaggio del più forte contro il più debole, troppo spesso impunita. Muoiono i ragazzi sottoposti agli interrogatori della polizia, ma muoiono anche i cittadini che subiscono uno sfratto o un esproprio, qualcuno si butta dalla finestra, qualcuno finisce per strada, scompare nelle porzioni residuali delle nostre città. Si muore per colpa del caldo nelle estati roventi, per una sanità pubblica lenta e parziale. Si muore per i veleni industriali. Si muore di solitudine e di divertimento nella città che è solo luogo di consumo, di locali, di droga, di alcol venduti anche ai minorenni. Si muore per bullismo e razzismo, si muore a scuola dove ti fanno capire che se sei figlio di un muratore è inutile che tu vada avanti. Muoiono le città per colpa del capitalismo urbano, degli immobiliaristi, dello svuotamento di senso dei luoghi. Muoiono i quartieri affondando nella dimenticanza della gentrificazione: nessuna memoria da rispettare, da proteggere. Moriamo tutti noi privati di un senso di comunità.
Perché scrivete sui giornali che questa rabbia non è politica? Perché vi attaccate solo agli atti vandalici di domenica e dite che le proteste iniziate sabato erano contro tutto e niente? Lo fate perché non sono legate a un’ideologia o a un partito? E quindi?
La violenza collettiva è sempre politica. Lo è di più se è fatta dal basso e non appartiene ad alcun partito. È politica proprio per questo, perché non è faziosa, ed è molto di più. Esprime un bisogno profondo nato da una rabbia che ha bisogno di essere ascoltata e che esige strumenti politici di interpretazione. La violenza va compresa (nel senso etimologico: non giustificata, ma capita con uno sguardo grandangolare). È la repressione che alimenta i facinorosi. La tristezza e la paura ci immobilizzano, la rabbia è un’espressione di vitalità che ha bisogno di essere incanalata. Sabato c’era rabbia contro il capitalismo, contro il neoliberismo, contro le riforme dissennate, contro le generalizzazioni prive di empatia. Contro una cultura vecchia e frusta che non sa vedere e dunque non è cultura.
Questi giorni per Milano, e per tutte le piazze, non sono state solo ore di disordine, ma giornate politiche che esigono una risposta altrettanto politica.