Le ultime Olimpiadi di Parigi - Lucy
articolo

Riccardo Rimondi

Le ultime Olimpiadi di Parigi

26 Luglio 2024

I record inverosimili di Nurmi nella corsa, la mitica cavalcata dell'Uruguay di calcio, gli ori di Weissmuller prima di diventare attore. E poi risse colossali e tensioni politiche: tutte le storie di una Olimpiade che, nel 1924, ha cambiato lo sport moderno.


Alcune edizioni delle ventinove Olimpiadi disputate finora (senza contare le tre annullate a causa delle guerre) hanno segnato un prima e un dopo. Non solo sportivo ma anche storico: hanno avuto la forza di assurgere a simbolo dell’epoca in cui si svolsero. Mosca 1980 raccontò la recrudescenza della Guerra fredda. Messico 1968 portò record sportivi e venti di rivoluzioni politiche e sociali. A Berlino 1936 si scoprì che i cinque cerchi potevano essere lo strumento di propaganda di un regime totalitario. Oggi le Olimpiadi tornano a Parigi, cento anni dopo l’ultima volta. E i giochi del 1924 furono tra quelli che marcarono un confine: a cavallo tra le due Guerre Mondiali, si svolsero in un clima politico sospeso e instabile, ma furono decisivi per dare nuova forma alle Olimpiadi moderne, avvicinandole a quelle che conosciamo oggi.

L’edizione di quell’anno accolse quarantaquattro Paesi, quindici in più di Anversa 1920. Un balzo che portò le Olimpiadi in una nuova dimensione. Mancava però l’Unione Sovietica, che si sarebbe aggiunta solo nel 1952. Ed erano assenti Asia e Africa, con l’eccezione di Giappone, Sudafrica e di alcuni Paesi (Egitto, Filippine, India) legati all’influenza britannica. Non c’era la Cina, sconvolta dalla guerra civile. Ma per la concezione dell’epoca, il mondo c’era. Mancava però la Germania: nel 1924 la Ruhr era occupata dalle truppe franco-belghe, la situazione socio-economica era al collasso e in campagna elettorale gli inglesi invitavano a “strizzare la Germania fino a farla urlare”.

“Nell’intento di affrettare le riconciliazioni totali, i Paesi che furono coinvolti dalla grande tormenta hanno risoluto di presentarsi a Parigi nel 1924. Così è per l’Ungheria, l’Austria, la Turchia, la Bulgaria”, disse – sorvolando sull’assenza tedesca – l’allora segretario del Comitato Olimpico Internazionale Frantz Reichel (le sue parole sono riportate in  Storia delle Olimpiadi di Stefano Jacomuzzi, del 1976).

“I giochi del 1924 furono tra quelli che marcarono un confine: a cavallo tra le due Guerre Mondiali, si svolsero in un clima politico sospeso e instabile, ma furono decisivi per dare nuova forma alle Olimpiadi moderne”.

L’ipocrisia di Reichel valeva il sospiro di sollievo di Pierre de Coubertin. Era stato l’inventore dei Giochi, prossimo a lasciare la presidenza del CIO, a impuntarsi perché le Olimpiadi tornassero in Francia, 24 anni dopo la terribile edizione di Parigi 1900: funestata da problemi organizzativi, pressoché ignorata dal pubblico e dalla stampa, quell’edizione si svolse in un periodo di oltre cinque mesi perché venne inserita nel programma dell’Esposizione universale di Parigi di quell’anno: così, per esempio, la ginnastica appariva nella sezione scolastica, il pattinaggio e la scherma nella coltelleria, e vennero aggiunte discipline bizzarre come le gare antincendio, le corse in mongolfiera e il tiro al piccione (vivo).

Parigi 1924 fu una rivincita non scontata, per la Francia. L’Olimpiade iniziò il 4 maggio e si chiuse il 27 luglio. Parteciparono 3.089 atleti, mai così tanti, di cui 135 donne, mai così tante. Furono assegnate medaglie in 126 discipline di 17 sport.

Di quei Giochi ci resta un’irripetibile commistione fra modernità e passato: nacque la piscina olimpica da 50 metri, fu codificata la lunghezza ufficiale della maratona, esordirono le dirette radiofoniche e il villaggio olimpico; mille giornalisti affollarono le tribune. Allo stesso tempo, il mondo antico ancora era lì:  giudici e campioni si sfidavano a duello per risolvere i contenziosi, mentre i calciatori, nelle pause, frequentavano le ballerine del Moulin Rouge. Parigi 1924 è una foto scattata a cavallo tra due epoche storiche. Come raccontano le tante storie eccezionali dei suoi atleti.

1. Biografie di campioni

Per la cerimonia ufficiale di apertura fu incaricato di leggere il giuramento degli atleti Géo Andrè, il portabandiera della Francia. Classe 1889, André aveva esordito non ancora diciannovenne ai Giochi di Londra 1908, con un argento nel salto in alto. Nei sedici anni successivi era stato ingegnere, inventore, giocatore della nazionale di rugby, pilota di aerei, soldato prigioniero dei tedeschi nella prima guerra mondiale, atleta di vertice in un numero incalcolabile di discipline, bronzo nella 4×400 ai Giochi di Anversa. A Parigi chiuse quarto nei 400 ostacoli. Nei diciannove  anni seguenti fu giornalista sportivo, candidato col Partito socialista francese e ancora soldato: morì il 4 maggio 1943, nella battaglia per riconquistare Tunisi.

Altra parabola inimitabile fu quella del ginnasta ventiseienne Leon Štukelj, doppio oro nel concorso individuale e nella sbarra. Štukelj vinse anche un oro e due bronzi ad Amsterdam, per poi chiudere la carriera olimpica con un argento a Berlino. Era nato a Novo Mesto, in Slovenia, nel 1898, ed era stato austro-ungarico fino a vent’anni. Si impose come il più grande ginnasta della sua epoca vincendo per la Iugoslavia. Poi diventò un giudice civile, ma dopo la seconda guerra mondiale fu prima incarcerato e poi destituito. Era anticomunista e oppositore del regime di Tito. Alcune fonti riportano che facesse parte dei cetnici, il gruppo nazionalista filomonarchico serbo protagonista di molte atrocità.

Štukelj ebbe una vita lunghissima. Fece in tempo a diventare cittadino sloveno e nel 1996 era ad Atlanta, in qualità di più anziano campione olimpico vivente: strinse la mano all’allora presidente americano Bill Clinton e premiò i medagliati della gara a squadre. Morì nel 1999, quattro giorni prima di compiere 101 anni e pochi mesi dopo la conclusione della guerra del Kosovo.

2. Il più grande di tutti

A Parigi c’era poi Paavo Nurmi: simbolo, per tre edizioni dei Giochi olimpici, della nazionale finlandese di atletica, una delle squadre più forti mai viste. La sua ascesa iniziò nel 1920 ad Anversa, quando conquistò tre ori e un argento. “Nurmi deve essere un vero dio. Ma un dio animale, che si manifesta attraverso le sue gambe”, disse di lui il collega francese Pierre Lewden.

A Parigi il ventisettenne Nurmi si superò, mostrando in campo qualcosa di completamente nuovo nella storia dell’atletica. A impressionare non furono tanto le cinque vittorie – tra cui i 3.000 a squadre, il cross individuale e il cross a squadre – ma ciò che fece il pomeriggio del 10 luglio sui 500 metri (l’anello da 400 non era ancora un obbligo) dello stadio di Colombes: una doppietta 1.500-5.000 in meno di un’ora. Racconta Rick Broadbent, nella biografia Emil Zátopek (66thand2nd, 2018) che gli organizzatori avessero costruito quel calendario con l’obiettivo di impedire che i Giochi diventassero lo show solitario di Nurmi. Il finlandese, sapendolo, aveva organizzato una gara di prova a Helsinki, tre settimane prima delle Olimpiadi: lì, il 19 giugno, nel giro di 55 minuti, aveva migliorato prima il record mondiale dei 1.500 (3’52”6) e poi quello dei 5.000 (14’28”2), nonostante i postumi di un infortunio.

A Parigi Nurmi fu costretto, dai tecnici della squadra finlandese, a saltare i 10.000: volevano tenerlo a riposo ed evitare una sfida all’ultimo sangue col connazionale Ville Ritola, che infatti il 7 luglio stravinse. Nurmi non gradì e tre giorni dopo si rifece. Dominò la gara più breve, chiudendo col record olimpico (3’53”6) pur rallentando nel finale per risparmiare energie. Meno di un’ora dopo si presentò alla partenza dei 5.000 per la resa dei conti con Ritola, l’unico capace di impensierirlo.

Un gruppo di avversari provò a partire con un ritmo elevato, contando sulla stanchezza di Nurmi. Ma lui restò fedele alla propria strategia: costringersi, col cronometro in mano, di effettuare passaggi regolari, senza curarsi degli avversari. Era il “passo uniforme”, con cui all’epoca rivoluzionò il mezzofondo. “I miei rivali possono prendermi 30 metri al primo giro”, raccontò. “Io so che non reggeranno a un tale ritmo e che, presto o tardi, retrocederanno verso di me più rapidamente di quanto non avrebbero desiderato”. Come aveva calcolato, Nurmi risalì e li staccò, tallonato dal solo Ritola. Abbandonò il cronometro soltanto all’ultimo giro, per lanciare l’accelerazione decisiva. Ritola provò a superarlo nel rettilineo finale ma non ci riuscì: finì 14’32”4 contro 14’32”6, nuovo record olimpico, e gli inseguitori più vicini staccati di oltre mezzo minuto. Fu la consacrazione. Quello stesso anno il governo di Helsinki fece costruire una statua in suo onore.

Le ultime Olimpiadi di Parigi -

A Parigi i finlandesi dominarono tutte le distanze: la maratona, per la prima volta gara conclusiva del programma, fu vinta  da Albin Stenroos, 35 anni, che pochi anni prima si era rotto una gamba e, secondo i medici, non sarebbe mai più tornato a correre.

Nurmi diventò una leggenda vivente. Trascorse il 1925 in America: in 5 mesi corse 55 gare davanti a decine di migliaia di persone. Ne perse due, una sulle 880 iarde (troppo poche per lui) e una a causa dei postumi di un’indigestione. Ad Amsterdam nel 1928 vinse un oro e due argenti, poi la sua carriera si concluse prima che potesse correre la maratona a Los Angeles 1932: il CIO lo squalificò per professionismo (solamente a Seul, nel 1988, venne concessa alle varie Federazioni internazionali la libertà di scegliere se ammettere ai Giochi anche atleti dichiaratamente professionisti e non solo quelli considerati dilettanti). Nurmi aveva vinto nove ori e tre argenti in tre edizioni dei Giochi, nell’atletica solo Carl Lewis ha pareggiato le sue vittorie ma con meno medaglie totali e con un’edizione in più.

La squalifica non gli negò l’immortalità in patria e l’elezione a rango di eroe nazionale, che guadagnò nonostante la sua riservatezza: mutismo quasi completo, mai un bagno di folla. Sappiamo però che fu  costretto a lasciare la scuola a dodici  anni, quando morì il padre ebanista e fu costretto a lavorare per la famiglia. Si dice  che mangiò carne per la prima volta quando andò a fare il servizio militare. Si dice che Gianni Brera riuscì a intervistarlo parlando latino, nel negozio di camicie che aveva aperto dopo i Giochi.

Tra pettegolezzi, leggende e voci di corridoio, sappiamo però di sicuro cosa gli accadde il 19 luglio 1952, all’inaugurazione dei Giochi di Helsinki. Nurmi entrò nello stadio olimpico passando davanti alla statua eretta in suo onore, con in mano la torcia olimpica. Accese la fiamma insieme a Hannes Kolehmainen, il suo predecessore che quarant’anni prima a Stoccolma 1912 aveva avviato la saga dei finlandesi. A guardarli in tribuna c’era Italo Calvino, inviato dell’«Unità»: “Singolare destino quello di Paavo Nurmi: essere il mitico eroe del suo Paese e nello stesso tempo un pacifico borghese sedentario e intento ai propri affari”. Ad assistere alla cerimonia c’era anche il cecoslovacco Emil Zátopek, l’altra leggenda del Novecento, che nei giorni successivi a Helsinki avrebbe realizzato la tripletta 5.000-10.000-maratona.

Nurmi morì il 2 ottobre 1973 a 76 anni. Ebbe funerali di Stato e onori mai visti per uno sportivo. Soprannominato “uomo di pietra”, o “finlandese silenzioso”, fino alla fine restò fedele a se stesso e rifiutò quasi sempre le interviste. Fece un’eccezione nel 1967 per un colloquio via radio: l’intervistatore era il presidente della Repubblica, Urho Kekkonen.

3. Tra Parigi e Hollywood

L’americano Johnny Weissmuller brillò in piscina, senza sorprese: nel 1922 era diventato il primo uomo al mondo capace di nuotare i 100 stile libero in meno di un minuto e a Parigi conquistò l’oro nei 100, nei 400 e nella 4×200. Quattro anni dopo, ad Amsterdam, rivinse i 100 e la 4×100. Weissmuller era nato austroungarico in Romania nel 1904; emigrò con la famiglia negli Stati Uniti e da Johann Peter Weißmüller divenne Johnny Weissmuller. Uscito dalla vasca diventò un modello, quindi sbarcò sul grande schermo: esordì seminudo nel musical Glorifying the American Girl, poi trovò il successo interpretando Tarzan. La sua filmografia conta oltre trenta ciak. Alle sue spalle nei 100 di Parigi si era classificato Duke Kahanamoku, che esordì al cinema nel 1925, prima ancora dell’avversario. Originario delle Hawaii, fu anche l’uomo che fece conoscere il surf nel mondo. Un talento mancato fu Robert LeGendre, che fu bronzo nel pentathlon (disciplina poi soppressa) pur ottenendo il record del mondo nel salto in lungo: firmò un contratto per Hollywood, ma non arrivò mai sul set. Diventò dentista, morì di polmonite a trentatré anni.

Harold Abrahams ed Eric Liddell non recitarono mai, ma il cinema deve loro tanto. L’inglese Abrahams era stato studente di Cambridge ed era di origini ebree. Aveva destato scalpore affidandosi a un allenatore professionista, Sam Mussabini, che in quegli anni portò sul podio olimpico diversi atleti. Nel caso di Abrahams, fino all’oro nei 100: l’inglese sconfisse quattro americani tra cui il campione uscente e ultrafavorito Charles Paddock. Mancava lo scozzese Liddell, 22 anni: nato in Cina da due missionari, studente di teologia, molto religioso, apprezzato giocatore di rugby con partecipazioni al Cinque Nazioni, aveva deciso di farsi da parte perché la finale era prevista di domenica. Liddell però trionfò nei 400 metri. Se sembra una storia già sentita, è perché la vicenda di Abrahams e Liddell è il soggetto del film Momenti di gloria, che nel 1982 vinse quattro premi Oscar. Liddell conquistò anche il bronzo nei 200, mentre Abrahams fu secondo nella 4×100.

Liddell fece poi ritorno in Cina nel 1925 e divenne missionario, come i suoi genitori prima di lui. Non se ne andò né dopo l’invasione giapponese di fine anni Trenta, né quando Tokyo entrò in guerra col Regno Unito nel 1941. Nel 1943 fu internato, con altri stranieri, in un campo di concentramento a Weifang. Morì di un tumore al cervello nel 1945, a 43 anni. Nel campo in cui trovò la morte oggi sorge una scuola e c’è un museo dedicato a lui (per certi, si può dire che fu lui a conquistare la prima medaglia d’oro cinese della storia). C’è anche un memoriale in granito a lui dedicato nell’isola di Mull. Liddell è stato un campione olimpico e un missionario cristiano capace di diventare un eroe nazionale nella Cina comunista. La sua vita dopo le imprese sportive è raccontata in un altro film, del 2016: Sulle ali delle aquile.

4. Prime volte

La finale del salto in lungo si disputò l’8 luglio, il giorno dopo che Robert LeGendre aveva migliorato, durante la gara di pentathlon, il primato mondiale portandolo a 7,76 metri. Ma LeGendre non era iscritto alla gara individuale, dove vinse il ventenne americano William DeHart Hubbard, che pur cadendo all’indietro nel salto decisivo portò a casa l’oro con 7,44. Hubbard, in seguito, sarebbe diventato il più grande lunghista dell’era pre-Jesse Owens e avrebbe portato il primato mondiale a 7,89. Fu il primo afroamericano a vincere un titolo olimpico individuale, in anni in cui la segregazione razziale era la prassi. Subito dopo, a Parigi, arrivò Edward Gourdin, anche lui nero: nel 1921 era diventato il primo afroamericano detentore del primato mondiale in una disciplina olimpica (aveva saltato 7,69). Gourdin poi, abbandonata quasi subito l’attività sportiva, abbracciò la carriera forense e, nel 1958, diventò il primo afroamericano nella Corte suprema del Massachusetts.

Le donne in gara a Parigi furono 135: appena il 4,3% degli atleti impegnati, ma il doppio di quante ce ne erano state ad Anversa. Ad Atene 1896 le donne erano state escluse: per de Coubertin lo sport femminile era “la cosa più antiestetica che gli occhi umani potessero contemplare”. Poi, dopo le prime aperture poco più che simboliche del 1900 e del 1904, i numeri iniziarono a crescere. Nel 1924 per la prima volta le donne salirono sulla pedana della scherma. In 25 si contesero il titolo individuale del fioretto: lo vinse la trentaquattrenne danese Ellen Osiier, che a Parigi era accompagnata dal marito schermidore Ivan, a sua volta in gara. Ancora oggi, quello di Osiier è l’unico oro individuale di uno schermidore danese nel fioretto.

Per il tennis fu invece l’ultima edizione: a causa dell’innegabile professionismo dei suoi campioni, venne escluso dal 1928 al 1988. La protagonista di Parigi, vincitrice nel singolare e nel doppio, fu l’americana Helen Wills: una delle più grandi giocatrici di tutti i tempi, trionfante agli Us Open, a Wimbledon e al Roland Garros per tutti gli anni Venti e Trenta.

Le donne conquistarono anche la piscina, dove disputarono cinque gare con un programma non troppo diverso da quello maschile. Come tra gli uomini, fu praticamente un assolo americano. In vasca tra le altre c’era la diciottenne Gertrude Ederle, che arrivò terza nei 100 e 200 vincendo la 4×100. Ederle, che aveva imparato a nuotare a nove anni, portò a compimento la sua più grande impresa il 6 agosto 1926 attraversando il canale della Manica, dalla Francia all’Inghilterra, in 14 ore e 31 minuti: fu la sesta persona e la prima donna a farcela, demolendo di un paio d’ore anche il primato mondiale maschile, in condizioni di mare tutt’altro che ottimali.

A New York fu portata in parata davanti a due milioni di persone. Il presidente americano Calvin Coolidge la ricevette alla Casa Bianca, le arrivavano lettere tutte le settimane di uomini che chiedevano di poterla sposare. Ma Ederle non si sposò mai. La traversata della Manica acuì i problemi all’udito di cui aveva sofferto fin da bambina. Per anni insegnò a nuotare ai bambini sordi di un istituto newyorchese. Morì a 98 anni, nel 2003. “Non ho di che lamentarmi – disse in un’intervista – Sono a mio agio e soddisfatta. Non sono una persona che punta alla luna, finché ho le stelle”.

5. All’arma bianca

I Giochi del 1924 furono i primi a svolgersi durante il fascismo. E i simpatizzanti del regime, nella spedizione italiana, non mancarono. Romeo Bertini, secondo nella maratona, fece il saluto romano sul traguardo. La Francia delle Olimpiadi però era anche il primo rifugio degli oppositori politici costretti a espatriare. Anche per questo molte gare si tennero in un’atmosfera tutt’altro che amichevole. Pesanti contrasti si registrarono in alcune discipline, in particolare quelle di combattimento che prevedevano la presenza di giudici. Nella boxe, a causa di un verdetto ritenuto ingiusto verso un pugile, gli italiani presenti tentarono di aggredire il giudice britannico.

Nella scherma si andò oltre. Questo sport era un coacervo di nazionalismi e rivalità a partire da quella plurisecolare tra Italia e Francia, a cui si era aggiunta l’Ungheria. Un mondo elitario, maschile e maschilista, in un’epoca in cui non più solo gli aristocratici, ma anche larga parte della classe media risolveva i propri screzi sfidandosi a duello. 

“La squalifica non gli negò l’immortalità in patria e l’elezione a rango di eroe nazionale, che guadagnò nonostante la sua riservatezza: mutismo quasi completo, mai un bagno di folla”.

Il primo scontro andò in scena nel fioretto a squadre, quando il livornese Aldo Boni protestò per una stoccata a sfavore ricevuta contro l’avversario francese imprecando contro il giudice ungherese Gyorgyi Kovacs. Questo chiese la traduzione a un altro livornese: l’allenatore degli ungheresi Italo Santelli. Sanzionò Boni. L’Italia si ritirò per protesta, uscendo dalla sala cantando Giovinezza. Santelli fu additato  come “traditore” a mezzo stampa e al ritorno in Italia rischiò il linciaggio alla stazione di Torino, complici anche i duri articoli di Adolfo Cotronei, vicedirettore della «Gazzetta dello sport». Rispose sfidando a duello il giornalista, poi per lo scontro si fece sostituire dal figlio Giorgio, oro ad Anversa.

Il secondo atto si svolse nella sciabola individuale. Quattro italiani si trovarono nello stesso girone e si misero d’accordo per favorire la qualificazione del più forte, Oreste Puliti, evitando di impegnarsi negli scontri diretti. Lo stesso giudice del fioretto, Kovacs, sporse reclamo per comportamento sleale e gli fu data ragione. Puliti, anche lui livornese, gli si scagliò contro: “Vieni fuori, così risolviamo la questione a bastonate come facciamo noi fascisti”, gli urlò. Anche qui arrivò la traduzione di Santelli, che Kovacs riferì alla giuria la quale squalificò Puliti. Due giorni dopo Puliti incontrò Kovacs e lo schiaffeggiò. I due si affrontarono a Nagykanisza, al confine fra Ungheria e Austria: il duello durò più di un’ora, si registrarono oltre trenta assalti ed entrambi furono feriti.

6. Campioni del mondo e campioni dimenticati

La nazionale di calcio dell’Uruguay oggi scende in campo con una maglia che porta quattro stelle sopra lo stemma, nonostante abbia vinto solo i due Mondiali del 1930 e del 1950. Lo fa perché gli uruguaiani considerano titoli mondiali anche le vittorie olimpiche del 1924 e del 1928. Non hanno tutti i torti. La stessa Fifa, all’inizio, aveva assicurato che avrebbe riconosciuto i Giochi di Parigi come Mondiale dilettantistico se si fossero disputati secondo le regole della federazione. In Francia scesero in campo 22 squadre, più di quelle che avrebbero partecipato ai primi Mondiali della storia nel 1930. Il torneo che ne venne fuori, e i suoi protagonisti, vennero poi raccontati da Eduardo Galeano, che ne parlò nel suo Splendori e miserie del gioco del calcio.

I giocatori della Celeste giunsero in Europa da campioni d’America in carica. Sbarcarono a Vigo, in Spagna, il 7 aprile 1924 dopo tre settimane di viaggio in nave. Il presidente della federazione uruguaiana, Attilio Narancio, si era ipotecato la casa per comprare a tutti un biglietto di terza classe. Furono la prima squadra sudamericana a giocare una partita su suolo europeo, nell’ambito di una tournée in cui vinsero nove match su nove. Poi arrivarono a Parigi.

Racconta Galeano che la Iugoslavia, avversaria del primo turno, avesse mandato degli osservatori a spiare gli allenamenti della Celeste. I sudamericani se n’erano accorti e si erano finti incapaci di fare uno stop. “Fanno tenerezza, questi poveri ragazzi venuti da tanto lontano”, riferirono gli osservatori. Allo Stade de Colombes, davanti ad appena tremila spettatori, l’Uruguay vinse 7 a 0.

Da lì partì una cavalcata spartiacque nella storia di uno sport e di un Paese. A Parigi si vide una squadra che era dieci anni avanti rispetto alle altre. “Erano operai e bohemien che non ricevevano nulla dal calcio, tranne la pura felicità di giocare”, scrive Galeano. 

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II fuoriclasse era a centrocampo e si chiamava José Leandro Andrade. Con Nurmi e Weissmuller, è la terza star immortale dei Giochi di Parigi, probabilmente il primo calciatore di cui si parlò come del migliore di tutti i tempi. Con lui crollò un tabù e un indizio lo dà il soprannome che gli viene affibbiato: la “maravilla negra”. Andrade fu il primo calciatore nero di livello mondiale, quando i brasiliani escludevano i neri dalla nazionale. “Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l’avversario e quando si lanciava all’attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa”, racconta Galeano.

“Quando il torneo terminò, Andrade rimase per un po’ ancorato a Parigi. Lì divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell’epoca salutano l’immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l’espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservavano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e un bastone con impugnatura d’argento”.

La vittoria dell’Uruguay non fu mai in discussione. Dopo la Iugoslavia caddero gli Stati Uniti, sconfitti 3 a 0. Ai quarti di finale, davanti a trentamila tifosi, la Francia padrona di casa venne travolta 5 a 1. In semifinale toccò all’Olanda, 2 a 1, nell’unica partita sofferta. La finale con la Svizzera fu senza storia. I sudamericani vinsero 3 a 0 e si laurearono campioni olimpici davanti a 40mila spettatori registrati, anche se c’è chi parlò di 60/70mila.

Tra loro, come corrispondente della Stampa, c’era l’allenatore italiano Vittorio Pozzo, che poi avrebbe portato l’Italia sul tetto del mondo nel 1934 e nel 1938. “Avevo visto le finali di altre tre Olimpiadi, ma nessuna avvicinò in importanza e in interesse quella di Parigi”, scrisse. E aggiunse: “Il football uruguayano è quanto di più fresco, di più genuino, di più tecnico si possa al giorno d’oggi desiderare”. L’Uruguay dominò anche le Olimpiadi di Amsterdam 1928 e il primo Mondiale del 1930, giocato in casa.

Per Andrade il declino era già cominciato: aveva problemi di vista da un occhio, a cui si aggiungevano l’alcol e lo stile di vita sopra le righe. A carriera finita, bruciò in fretta il suo patrimonio. Nel 1956 il giornalista sportivo tedesco Fritz Hack lo ritrovò in uno scantinato fuori Montevideo. Andrade, cieco da un occhio e consumato dall’alcol e dalla sifilide, non era in condizioni di rispondere nemmeno a una domanda. Morì nel 1957 in un ospizio. Aveva 55 anni.

Molti altri atleti furono protagonisti di Parigi 1924. Carlo Galimberti, il più grande pesista italiano di sempre, pompiere ed eroe. Jonni Myyra, il primo vero  giavellottista finlandese, che bissò l’oro olimpico di quattro anni prima e poi scappò negli Stati Uniti per uno scandalo legato a varie insolvenze fiscali. Harold Osborn, l’unico nella storia capace di vincere il decathlon e una gara individuale (il salto in alto). Al termine della finale di rugby, che vide gli Stati Uniti sconfiggere la Francia 17 a 3, scoppiò una rissa passata alla storia come Corrida di Colombes. 

I Giochi dell’VIII Olimpiade si chiusero il 27 luglio 1924. L’1 settembre 1925, colta la soddisfazione di essere finalmente stato profeta in patria, de Coubertin passò le consegne al nuovo presidente del CIO, il belga Henri de Baillet-Latour. Cento anni dopo, Parigi tornerà ad assegnare delle medaglie olimpiche. Cosa verrà ricordato tra cento anni, è tutto da scoprire.

Riccardo Rimondi

Riccardo Rimondi è nato a Bologna nel 1990 e lavora come giornalista dal 2015. Ha seguito diversi settori per testate locali e nazionali e scrive di atletica per alcune riviste online

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