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Lorenzo Gramatica

Leggere “Italo” su un Italo

22 Novembre 2023

Chi era davvero Italo Calvino? Una riflessione-recensione ferroviaria a partire da "Italo", l'ultimo libro di Ernesto Ferrero che cerca, affettuosamente, di rispondere a questa domanda.

Sul treno ad alta velocità Milano-Torino ho incontrato un lettore forte. 

“Com’è?”, mi chiede indicando con un cenno del capo il libro che sto leggendo, Italo di Ernesto Ferrero. Bello, dico. Ma il signore – che è anziano, dignitoso, elegante – è scettico: voleva leggerlo, gliene hanno parlato bene, ma qualcosa lo blocca. Ma è bello davvero, se le capita consiglio, ribadisco anche un po’ per liquidarlo. Dice che non ha tempo, che ha tanti libri in arretrato, e poi il lavoro: insegna letteratura inglese dell’Ottocento, il contemporaneo lo frequenta poco, gli spiace tanto ma purtroppo è così. 

Non convince. D’un tratto il signore si fa evasivo, prende le distanze da se stesso, sconfessa la sua curiosità; quindi si appoggia il libro sul tavolino, accanto alla rivista corporate dell’azienda ferroviaria intonsa, e si indaga – ma perché fare conversazione a tutti i costi? Forse il distinto signore maledirà la sua indole ciarliera, vediamo se la prossima volta s’azzarderà ancora a fare il lettore forte!

Il libro di Ernesto Ferrero, pubblicato da Einaudi e uscito poco prima della morte del suo autore, è la storia di una vita, un po’ il biopic adatto a raccontare lo scrittore nel centenario dalla nascita.

Dalla giovinezza sanremese, col padre insigne agronomo e la madre botanica e naturalista, quando Calvino non sembra poi destinato a chissà quali imprese – non ha la sfacciataggine, le capacità sociali, la faccia tosta del suo compagno di banco Eugenio Scalfari – , fino alla morte, improvvisa, durante la lettura dei giornali nella sua casa sul mare a Castiglione della Pescaia.

Calvino fino ai sedici anni porta i pantaloni alla zuava, infanzia e adolescenza solitarie e tranquille, senza drammi o patemi. Poi la militanza partigiana, i primi romanzi neorealisti, gli amori e la passione per le donne – dall’attrice Elsa De Giorgi fino a Esther Judith Singer, detta Chicita, l’amore della sua vita che sposerà – , il lavoro editoriale in Einaudi, la disillusione politica, la consacrazione letteraria: la trilogia degli antenati, Le città invisibili e via fino alle Lezioni americane, che ne fanno il venerato maestro expat delle nostre lettere. 

Calvino ha tante facce, ma la maggior parte di esse nascoste, per riserbo, o fraintese, per ragioni varie. Chi era veramente Calvino? E, soprattutto, quali le ragioni di una certa ostilità o sufficienza nei suoi confronti? 

Mentre si chiacchiera in treno col signore, cercando di capire meglio le sue ragioni, si fanno due supposizioni. La prima: Calvino ha avuto molto, troppo successo, in patria e all’estero, nelle scuole, tra i vecchi e i giovani; amato dagli scrittori, dagli anglosassoni e dai francesi. Lo si guarda con sospetto, questo successo. Della sua trasversalità si diffida: sarà mica serio uno scrittore che piace a tutti? 

Come ricorda Ernesto Ferrero nel suo libro, nei primi anni Novanta il critico Alfonso Berardinelli lo accusa di essere diventato un autore per classi medie, una sorta di pedagogo o moralista tipo Collodi o De Amicis. Uno scrittore Tavor, tranquillizzante, ecumenico, che non vuole turbare i suoi lettori. 

Il signore sul treno arriva a dire, con un filo di voce, senza voler imporre questa lettura: magari lo si legge a scuola anche perché era potente, inserito nei giri giusti editoriali, uomo Einaudi, molto influente. Un barone dell’editoria, praticamente. 

Mah. Calvino però a Einaudi finirà per fare il consulente editoriale, abbandonando una carriera avviata e il posto fisso, per dedicarsi più assiduamente alla scrittura. Non si capisce quindi l’osservazione del signore, che sembrava tanto pacato e invece ora è insinuante. Complottismo all’italiana?

“Calvino ha avuto molto, troppo successo, in patria e all’estero, nelle scuole, tra i vecchi e i giovani; amato dagli scrittori, dagli anglosassoni e dai francesi. Lo si guarda con sospetto, questo successo. Della sua trasversalità si diffida: sarà mica serio uno scrittore che piace a tutti?”

E si arriva alla seconda supposizione. 

C’è un’altra cosa che forse qui da noi non si perdona a Calvino: quella virtù che Arbasino gli riconosce, la leggerezza, a cui la cultura italiana si è spesso dimostrata ostile, perché frivola, non impegnata, troppo poco dolente. 

In Calvino non ci sono vedove in lacrime, bambini macilenti che allungano le braccia a chiedere l’elemosina, operai che parlano in una lingua da ciclostile sindacale. 

Nei suoi libri non ci si fa male, non si grida, non ci si mena, non ci si lamenta, non ci sono cattivi, come nei film di Wes Anderson

Come se, filtrata attraverso i suoi occhi, la realtà smettesse di essere tale e l’invenzione sfrenata si facesse invece vivida, possibile. Col passare del tempo, sembra quasi che la letteratura diventi per lui come un rifugio dall’impegno. 

Una resa nei confronti della realtà, amaramente immodificabile, come dimostra l’esito della sua militanza politica – Calvino, con tormento, lascerà il PCI nel 1956, a seguito dei fatti di Poznan e Budapest. 

(E infatti, nella grande completezza delle esperienze di vita e letterarie raccontate, sorprende la mancanza del reportage che, nei primi anni Cinquanta, scriverà dall’URSS. Reportage premiato e pubblicato su «L’Unità», molto ingenuo, retorico, grottescamente celebrativo dello stalinismo, mai incrinato dallo spirito critico. Non a caso, Calvino se ne sarebbe poi vergognato solo qualche anno dopo. L’impressione è che Ferrero, da buon amico, abbia glissato. Un peccato, perché Calvino va ricordato anche negli errori di gioventù, errori che sono anche generazionali).  

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Questo disimpegno verrà malvisto da una parte della critica più engagé.

Goffredo Fofi, ad esempio, lo criticherà duramente per Le città invisibili, libro a suo dire di un autore in fuga dalla storia.

Tralasciando il giudizio sul libro, Fofi fa però un ritratto preciso e acuto dell’uomo che, pur nato sotto il segno della Bilancia, somiglia alla Vergine di Tondelli: malinconico, autunnale, solitario, pignolo.

Un impulso misantropico, scrive Ferrero, lo avrebbe portato a rifugiarsi, al termine di questa fuga, nello strutturalismo, nelle possibilità combinatorie di una narrativa che si nutre delle scienze e di se stessa. 

A Giulio Bollati, in età ormai matura, Calvino confessa di guardare il mondo sollevando di quel poco che basta il coperchio del suo sarcofago. Segno di una cesura con la realtà ormai avvenuta, di un processo graduale di nascondimento: dalla mondanità, dal mondo intellettuale (parola, quest’ultima, che gli diventa insopportabile sfogo allergico) e, appunto, dalla politica.

L’impegno si declina per Calvino in una assidua frequentazione dei propri doveri: a contare è la serietà, il tempo che si dedica a correggere con passione e vigore le bozze. Tutto pur di non lasciarsi intaccare e poi travolgere dal caos del mondo esterno. 

Se tutto è disordine, il rifugio dell’uomo di buonsenso è l’ordine, la precisione che si adotta nelle cose di tutti i giorni. 

Emerge in Calvino l’insoddisfazione come metodo, molla migliorativa, tensione letteraria e personale. I lettori non devono percepirla però. Con loro il patto è: io vi darò leggerezza, avventura, intelligenza, bonaria ironia, registri diversi ma un approccio comune. I libri di Calvino non sono specchio della sua anima, ma finestre da cui guardare altri mondi. I lettori lo riconoscono e, sin da bambini spesso, lo amano. In cambio gli concedono fiducia. 

Non è forse un caso che, quando da ragazzo Michele Mari inizia a disegnare fumetti, scelga come soggetto, tra gli altri, anche il visconte dimezzato di Calvino. Quello tra Calvino e i lettori più giovani è un colloquio non sospetto, sincero, privo di secondi fini, fatto di gelida meraviglia e di uno studiato gusto per il fantastico.  

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Il libro di Ferrero ha il passo di una delle vite di uomini non illustri di Pontiggia ma in versione extended cut: lo stesso brio intelligente, uno stile asciutto ma non distante. 

È un libro che somiglia a un omone bonario – le mani dietro la schiena, il cappotto di grisaglia, una sciarpa attorcigliata distrattamente attorno al collo –  che, in una giornata autunnale, passeggia in un parco raccontando la storia di una vita. A quest’uomo bisogna avvicinarsi, il suo borbottio è sommesso, le parole spesso esatte, le domande che si pone, le incertezze, le digressioni sono pause studiate per lasciare che il racconto attecchisca. 

“Se tutto è disordine, il rifugio dell’uomo di buonsenso è l’ordine, la precisione che si adotta nelle cose di tutti i giorni”. 

Ferrero ci consegna il ritratto di un uomo a cui è difficile non voler bene, con tutti i suoi difetti. Un fratello di malumore: la fronte corrucciata, le braccia spesso incrociate al petto, le sopracciglia che si arcuano a sottolinearne un’espressione accigliata, Calvino nella maggior parte delle foto che lo ritraggono somiglia a Brontolo –  ma in altre, gli occhi cercano con divertito scetticismo l’obiettivo, il sorriso è sigillato, timido.  

Come Calvino, l’autore è stato “uomo macchina” Einaudi, della quale è diventato poi direttore editoriale; critico letterario, scrittore, Premio Strega, traduttore, longevo direttore del Salone del Libro di Torino, è stato una figura influente della cultura italiana e a suo modo emblematica dei tempi: sarebbe possibile oggi, cominciando come ufficio stampa, finire a ricoprire il ruolo più ambito in casa editrice? 

Da lui, Ferrero ha imparato il mestiere, la cura dei dettagli, l’attenzione per gli elementi paratestuali – la copertina, lo strillo, la scheda – , il gusto del lavoro fatto bene, con impegno, senza risparmiarsi. 

Ci si chiede quindi quanto quest’ultimo libro di Ferrero non sia in parte, un poco almeno, un’autobiografia per interposta persona: il ritratto di un mondo editoriale che non c’è più, di un clima culturale al quale l’autore guarda con amore e nostalgia.

Il sospetto cresce nel finale: quando Calvino muore, Ferrero entra con forza nel racconto; l’apprensione per le sue condizioni di salute, l’ospedale, i funerali. 

“Eravamo rimasti che ci saremmo sentiti quel pomeriggio”, scrive Ferrero. I due si devono sentire per lavoro, ovviamente, ma quella conversazione riprende nel libro come una lunga, formale, amorevole chiacchierata mai interrotta davvero. 

Finito di parlare col vicino di treno – un nulla di fatto, un incontro concluso in parità; mi congeda dicendo, non troppo convinto, che sì, darà una possibilità al libro, senz’altro, ma chi gli crede!  –  si finisce per pensare che a Calvino troppe cose non vengono riconosciute abbastanza, che ci sono anche quelli che dicono: è diventato un santino! Come Pasolini! 

Ma entrambi, Calvino e Pasolini, in modo diverso, hanno forse subito un processo simile: sono letti, più che altro, alla luce di pregiudizi attorno al testo (politici, didattici); sono tutti e due talmente presenti nella cultura italiana da essere fantasmi evocati, inseguiti e mai afferrati davvero. 

Scendo dal treno, dopo aver scansato la tentazione di portare con me la rivista corporate ferroviaria –  è gratis! La serata è fredda, mi allaccio la giacca, che è troppo leggera, e guardo gli altri allontanarsi sulla banchina. 

Penso: “Bello leggere Italo su un Italo”. Leggerezza calviniana? Solo idiozia, temo. 

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Lorenzo Gramatica

Lorenzo Gramatica è Editor-in-Chief e autore di Lucy.

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