Perché l'omelia di Delpini su Berlusconi non è un'assoluzione - Lucy
articolo

Stefano Bartezzaghi

Perché l’omelia di Delpini su Berlusconi non è un’assoluzione

22 Giugno 2023

Un'analisi del testo che sta facendo discutere mezza Italia.

Due funerali, due città, due arcivescovi, due omelie, due modi di stare al mondo. È certamente possibile accostare – come infatti è capitato – il funerale di Silvio Berlusconi e quello di Flavia Franzoni per scorgervi i tratti distintivi di due Italie, a lungo contrapposte. Anche incompatibili, e rigide nella loro ostentata diversità? Se ne potrebbe discutere, se ne discuterà. 

In particolare è parsa quasi ironica la circostanza per cui la notevole omelia pronunciata nel Duomo di Milano dall’arcivescovo ambrosiano Mario Delpini è stata interpretata prevalentemente in senso assolutorio, sia da sostenitori sia da avversari di Silvio Berlusconi. Nel momento estremo delle sue esequie egli ha così cessato di essere divisivo: i suoi ammiratori hanno esultato per la mancanza di moralismo riscontrabile nelle parole scelte dal prelato, i suoi detrattori si sono indignati per la mancata condanna e anzi per l’attenuazione della gravità dei notissimi comportamenti tenuti dal defunto, quando defunto non era ancora. Insomma lo hanno deprecato per la mancanza di moralismo.

Tale interpretazione non è l’unica possibile e anzi io ritengo sia fuorviante. “Assoluzione” è peraltro termine che in accezione giuridica si enuncia nei tribunali e in accezione religiosa nei confessionali: in nessuno dei due sensi è pertinente a quanto può essere detto da un pulpito.

Rivediamo il testo (qui nella versione diffusa dall’Ansa, con titoletti redazionali).

Delpini ha dato alla sua orazione un impianto retoricamente solido, costruendo in parallelo tre passi, dedicati rispettivamente a “vivere”, “amare”, “essere contento”. In tutti e tre i casi ha articolato il tema e ha ripetuto la medesima clausola: “Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di (vita / amore / gioia), che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento”. In un quarto passo ha poi condensato la rapida descrizione di tre figure astratte: l’uomo d’affari, l’uomo politico, l’uomo pubblico. Soltanto a questo punto ha nominato il defunto ed è in tale passaggio conclusivo che risiederebbe l’assoluzione: “Che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio”.

Una costruzione calibratissima, opposta a quella discorsiva scelta dall’arcivescovo Zuppi per commemorare Flavia Franzoni. Ma se si vogliono paragonare i due testi non si deve prescindere da due rilevanti differenze di circostanza: il funerale bolognese compiangeva nella sua parrocchia una persona non controversa; quello milanese era un funerale di Stato celebrato nella cattedrale della maggior diocesi cattolica. 

Cosa poteva dire Delpini di Silvio Berlusconi? I tribunali, che a giudicare le azioni di un cittadino sono molto meglio titolati di un uomo di Chiesa, non lo hanno quasi mai condannato: non hanno potuto, non hanno voluto, non hanno saputo. Berlusconi è morto da senatore della Repubblica, capo carismatico di uno dei principali partiti di governo. Sul partito che ha fondato e guidato, ha preso in modo monocratico decisioni strategiche e organizzative sino al giorno del suo ultimo ricovero; ancorché fosse infermo da tempo, dalla sua scomparsa ci si aspetta che abbia cospicue e gravi conseguenze sul partito stesso. Era, insomma, al comando. Non lo era invece più delle molte imprese da lui pure fondate in passato, alla cui guida aveva già delegato discendenti e manager fidati. Ha continuato a sostenerle e a proteggerle e sono tutte fiorenti, anche perché agiscono in quadri normativi resi del tutto favorevoli dall’opera legislativa ed esecutiva delle maggioranze di governo da lui dominate o ampiamente influenzate (come quella attualmente al potere).

Non è stato dunque Delpini ad assolvere Berlusconi. Delpini si è disposto a celebrare un solenne funerale di Stato, di fronte alle sue massime autorità, e ha tuttavia trovato il modo di riferirsi al carattere spregiudicato e addirittura scriteriato delle azioni dell’affarista, al carattere divisivo di quelle del politico, al carattere effimero della sua ricerca del piacere. Ha menzionato persino le “feste”. Averle chiamate “feste” è stato un modo per rimpicciolirne lo scandalo o è stato un modo per evocarlo? Qui si gioca gran parte della differenza tra le due interpretazioni.

L’impressione di una vaga impronta shakesperiana – a cui mancava solo un davvero impensabile “Perché Berlusconi è stato un uomo d’onore” – è data anche dall’uso dei tempi verbali. “Vivere e desiderare che la vita sia buona”: il modo infinito non ha determinazione, lascia a chi ascolta decidere cosa sia bene, cosa sia male. Delpini ha sciorinato tutti gli elementi utili a indurre a chiederci se fosse inevitabile che la ricerca umana della vita, dell’amore, della gioia, del potere economico, del potere politico, del potere sociale conducesse al punto estremo cui tale ricerca, nel suo caso forsennata, ha condotto Silvio Berlusconi – senza che su questo punto d’arrivo il giudizio umano sia mai riuscito a esprimersi con chiarezza e univocità. 

Arriverà al proposito un giudizio storico ed è bene che il celebrante di un funerale religioso non si sia azzardato ad anticiparlo. Nel giorno del compimento di una vita egli poteva solo rinviare a quello divino e imperscrutabile, ricapitolando però la materia su cui quel giudizio metafisico si esprimerà. Scambiare il compimento per un complimento sarebbe, credo, commettere un grave errore per noi stessi e la nostra intelligenza del testo e aggravare il torto del locutore. Un torto infatti lo ha: quello della sottigliezza. Arcivescovo troppo sottile persino per diventare cardinale. 

Stefano Bartezzaghi

Stefano Bartezzaghi è giornalista, scrittore e semiologo. Collabora con «la Repubblica». Il suo ultimo libro è Mettere al mondo il mondo (Bompiani, 2021).

newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Iscriviti

© Lucy 2024

art direction undesign

web design & development cosmo

lucy audio player

00:00

00:00