Quando il sonno genera mostri - Lucy

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Matteo De Giuli

Quando il sonno genera mostri

Soffrire di allucinazioni ipnagogiche è un'esperienza spaventosa: da svegli, senza accorgervi di stare sognando, iniziate a sentire o vedere nella stanza presenze inquietanti. In passato si pensava al soprannaturale, oggi una spiegazione scientifica c’è. Ma forse non basta neanche quella.

Per qualche anno mi è capitato di avere delle allucinazioni atroci, di notte, subito prima di prendere sonno. Non sono mai riuscito a scriverne. Ci ho provato, e veniva fuori la versione scadente di un racconto di Lovecraft: paralizzato a letto, ero costretto a vivere esperienze orribili, al di là di ogni immaginazione, durante le quali mi si aprivano mondi inaccessibili, sentivo fischi striduli e voci morbose e deliranti, percepivo presenze infestanti, venivo colpito da fulmini di fuoco bianco ardente e da altri fenomeni inspiegabili, come se qualcuno avesse squarciato le budella che imprigionavano antiche divinità infami. Lasciavo quei racconti a metà, infastidito dalla serietà della scrittura più che dalla gravità dei ricordi. Riprovo a scriverne ora, a distanza di tempo. Togliendo tutta l’enfasi, perché in fin dei conti sono ancora vivo. 

La prima volta è stata al ritorno da un lungo viaggio. La sera, di nuovo a casa, non riuscivo a dormire. Smaniavo per colpa del jet leg e dei crucci da rientro. Dopo cena mi ero buttato a letto, ma ero vigile. D’altra parte sono sempre stato insonne. Contavo, come fossero pecorelle, le compresse di melatonina che avevo già ingoiato. Mi giravo nelle coperte, mi perdevo in frammenti di pensieri incoerenti, meditavo se alzarmi o se accendere la luce e provare a leggere una pagina. A un certo punto ho trovato la pace: una posizione più comoda, supina, forse ho alzato un po’ una gamba, o un braccio, e ho sentito che il sonno stava diventando un’ipotesi percorribile. Avevo ancora gli occhi aperti ma adesso, finalmente, si facevano pesanti. 

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E poi è successo. Prima del terrore ricordo di aver provato una strana gratitudine. La luce bianca di una sfera elettrica filtrava dalle stecche di legno delle tapparelle. Un bizzarro agglomerato di materia abbagliante era apparso all’improvviso e volava lì, ronzando, fuori dalla mia finestra, al terzo piano. Dopo qualche secondo il libro che tenevo accanto a me sopra le coperte si è contornato di lampi, e poi la stessa sorte è toccata ai pantaloni che avevo abbandonato sulla sedia. Ho visto entrambi gli oggetti sollevarsi in aria. E tutto il resto, nella stanza, rimanere al suo posto. Dopo qualche secondo ancora mi sono sentito levitare anch’io. E ho volato sul serio. Mi sono alzato di qualche centimetro, prima solo il petto, poi tutto il corpo. Era chiaro quello che stava succedendo: io, i pantaloni e il libro venivamo reclamati dalla sfera, eravamo risucchiati dal suo potere elettrico, magnetico. La sfera voleva portarci via con sé, fuori dalla finestra e chissà dove. Ho provato a ribellarmi, ma era inutile. Colpa dell’incantesimo che mi aveva colpito: potevo muovere solo gli occhi, il resto del corpo era bloccato. Non so dire quanto sia durato tutto questo. Di sicuro più del tollerabile. 

Ero incredulo e spaventato, ma poi ho pensato: deve essere come nei film di Spielberg, quando le cose si mettono davvero male ma tutti sanno che i buoni stanno per ribaltare la situazione, che ci stiamo avvicinando al lieto fine. Non mi sembrava, neanche in quelle condizioni, un pensiero normale o coerente. Ma mi ha dato lo stesso la forza di reagire. Allora ho cercato di guardare altrove. Non volevo che la sfera si nutrisse ancora del mio sguardo. Non guardare la luce, mi dicevo, e questa stregoneria verrà spezzata. Non è chiaro come avessi capito che era proprio questa la falla nel maleficio. Ma così è stato. Ha funzionato. Non ho guardato la luce per un bel pezzo, finché a un certo punto, fuori dalla finestra, la sfera si è spenta, ha fatto il rantolo sordo e comico di un vecchio macchinario che di colpo si scassa. Io sono riatterrato sul letto. Dopo un po’ ho provato timidamente a rimettere in moto un braccio, poi una gamba, la testa: ci riuscivo. Stanchissimo, alla fine mi sono addormentato.

La definizione più bella di allucinazione che mi è capitato di leggere è quella data da William James, fratello di Henry, nei suoi Principi di psicologia (nel 1890): “L’allucinazione è una forma di coscienza strettamente vincolata alla sensazione, una sensazione piena e autentica come in presenza di un oggetto reale. Il punto è che l’oggetto non c’è”.  L’allucinazione ipnagogica è un tipo particolare di allucinazione in cui gli oggetti reali – che però non ci sono – appaiono durante una sorta di malfunzionamento del cervello che attraversa gli stadi intermedi che portano dalla veglia al sonno. In altre parole: si è ancora svegli nella propria stanza, e non si riesce a dormire, eppure, almeno in parte, ci si addormenta. Ed è in questo interregno paradossale che i sogni, stufi di aspettare il loro momento, si manifestano direttamente in quella che interpretiamo come realtà. 

“Prima del terrore ricordo di aver provato una strana gratitudine. La luce bianca di una sfera elettrica filtrava dalle stecche di legno delle tapparelle. Un bizzarro agglomerato di materia abbagliante era apparso all’improvviso e volava lì, ronzando, fuori dalla mia finestra, al terzo piano”.

Le allucinazioni di questo tipo sono comuni. Sono più frequenti nei periodi di stress prolungato, nei giorni di troppo lavoro, oppure durante e dopo lunghi viaggi, o nei sonnellini pomeridiani troppo leggeri (oltre che nel contesto più traumatico di patologie che mandano all’aria i ritmi circadiani, come la narcolessia). Secondo alcune stime, quasi l’8% della popolazione mondiale ha vissuto esperienze del genere almeno una volta, anche se magari in manifestazioni lievi. Altre ricerche stimano numeri ben più alti: tra il 30% e il 50%. Non è l’unica incongruenza che si trova sul tema.

Tutte le cose che so sulle allucinazioni ipnagogiche le ho imparate diversi mesi dopo il mio primo episodio. Ci ho messo un po’. All’inizio non volevo pensarci. Non ne parlavo con nessuno. Per settimane non l’ho raccontato neanche agli amici più stretti. Mi sentivo umiliato da quell’esperienza. Provavo imbarazzo al ricordo. Ma per cosa? Perché? Non lo sapevo, non riuscivo a capirlo. Avevo creduto a delle immagini proiettate dalla mia mente inconscia nel teatro della realtà che mi circondava. Non era stato un trip psichedelico o una dispercezione visiva, non era stato un effetto ottico né una banale illusione. Era stato un vero delirio. Avevo creduto a quello che vedevo, e ci avevo creduto perché lo vedevo. Forse la scottatura che mi aveva lasciato veniva da qui: era l’umiliazione della mia mente conscia. Il brivido freddo di essere stati ingannati. Solo dopo qualche giorno, quando questa sensazione caliginosa mi è finalmente scivolata di dosso, ho iniziato a fare ricerca. 

Se avessi avuto venti anni in meno – da bambino, ai tempi della passione per X-Files, quando avevo appeso in camera il poster dell’UFO e la scritta I Want To Believe  – non avrei avuto bisogno di capire. Avrei immediatamente saputo di aver vissuto un incontro ravvicinato. Un tentativo di rapimento da parte di una navicella extraterrestre. Da adulto, più seriamente, ho lasciato da parte il paranormale e ho aperto il motore di ricerca, ho digitato ronzii, elettricità, sibili notturni, e poi, non senza un po’ di residua vergogna, luci, lampi, levitazione nel sonno. Così – come quando si cercano i sintomi di un malanno comune e si finisce per auto-diagnosticarsi una malattia rara – prima ho scoperto di aver avuto un attacco notturno di epilessia, poi di soffrire di schizofrenia, infine di avere una forma di psicosi, latente ma potenzialmente devastante. Solo dopo qualche giorno ho trovato la pagina giusta su wikipedia.

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Le allucinazioni ipnagogiche possono essere visive, uditive, tattili, oppure possono essere sensazioni miste, con una loro complessità di forma e un’articolata coerenza narrativa, come nel mio caso. E, come nel mio caso, sono spesso associate alle paralisi del sonno, ovvero quei momenti della notte in cui il cervello congela i muscoli. Di solito le paralisi del sonno sono un meccanismo di inibizione utile, che impedisce che il nostro corpo si ferisca, vada allo sbando, cada dal letto o faccia movimenti inconsulti, soprattutto durante la fase REM, la fase del sonno che è più spesso accompagnata dai sogni. Le paralisi nel sonno sono paralisi funzionali ed è grazie a loro che, per esempio, se stiamo sognando di correre in un campo fiorito non ci alziamo e non ci mettiamo a correre anche fuori dal letto e contro un muro. La paralisi cessa, di solito, quando cessa la fase REM. Nei casi di paralisi che accompagnano le allucinazioni, quindi di forme dissociate della transizione sonno-veglia, è come se il cervello rimanesse acceso dopo aver mandato però al corpo il segnale di spegnersi per un po’.

Dopo il primo, ho avuto una ventina di altri episodi di allucinazioni. La seconda esperienza è stata quella più violenta. Ero in un’altra città, solo, in una casa che non conoscevo. Degli amici mi avevano lasciato le chiavi del loro appartamento. Ero a letto. Come al solito non riuscivo a dormire. Non contavo più le melatonine perché nel frattempo ero passato alle benzodiazepine. Ma neanche loro stavano funzionando. Poco prima dell’alba sento dei rumori confusi che vengono dal pianerottolo. Due persone, le voci di due uomini. Prima confabulano, poi armeggiano con la serratura d’ingresso. Ci mettono un po’, ma riescono a entrare. Devo urlare, per spaventarli? Devo allungare la mano sul comodino e chiamare la polizia? O mi conviene far finta di dormire? Uno dei due uomini mi toglie dall’imbarazzo: attraversa veloce il corridoio, sento i suoi passi che si avvicinano alla mia stanza, sento il letto che si reclina quando lui ci sale sopra, sento il suo fiato sulla nuca e sento le sue parole ruminanti quando, a carponi sopra di me, mi sussurra in un orecchio: “Se non urli non ti faccio male”. Provo ad alzarmi per colpirlo ma sono paralizzato. Cerco di gridare e non ho voce. È l’ultima cosa che ricordo. Non so come ne sono uscito.

Altre caratteristiche tipiche delle paralisi e delle allucinazioni, quando si manifestano contemporaneamente, sono l’impressione di essere in pericolo, la percezione di una presenza malvagia, la sensazione di soffocamento, di pressione sul petto, o la sensazione speculare, quella di levitazione. C’è, insomma, uno spettro di esperienze, ma è uno spettro piuttosto ridotto. E se si leggono i racconti delle persone che hanno avuto questi disturbi – in epoche diverse, in luoghi distanti, in culture che non hanno nulla in comune – si trovano resoconti incredibilmente simili. Al punto che alcuni elementi, i mattoncini base di questi incubi vividi, sembrano semplicemente scomposti, ricomposti e ricombinati tra loro. Sono sempre le stesse storie, tutte simili alle mie, gente che sta a letto, di solito in posizione supina o prona, e sente rumori, fruscii, una presenza maligna che si avvicina, una presenza che a volte ha una forma animale e a volte demoniaca, o ibrida. Può essere un mostro che si piazza sul petto e non fa respirare o una forza incomprensibile che invece solleva e fa galleggiare in aria.  

“Avevo creduto a delle immagini proiettate dalla mia mente inconscia nel teatro della realtà che mi circondava. Non era stato un trip psichedelico o una dispercezione visiva, non era stato un effetto ottico né una banale illusione. Era stato un vero delirio”.

Ci sono degli indizi fisiologici sul perché accada tutto questo: la respirazione nel sonno REM è superficiale, corta. Addormentarsi in posizione supina potrebbe provocare poi un ristagno di sangue e aumentare la pressione arteriosa, comprimere ulteriormente i polmoni, e far arrivare meno ossigeno al cervello. Tutti elementi che, nel rimpallo di stimoli contraddittori che cervello e corpo si mandano in questo incredibile cortocircuito, vengono mal interpretati dalla nostra mente ed esplodono nelle allucinazioni. La medicina si occupa di paralisi e allucinazioni ipnagogiche in maniera analitica da almeno sessant’anni, ma questi disturbi non sembrano essere una priorità di ricerca e l’argomento è rimasto marginale e negletto, poco approfondito – o almeno questa è l’idea che mi son fatto. Ancora non si capisce bene, per esempio, come faccia il cervello a essere sveglio conservando allo stesso tempo elementi tipici della fase REM. Non si sa esattamente neanche cosa accade a livello neurologico durante uno di questi attacchi. E non importa quasi a nessuno. Perché, in fondo, dal punto di vista clinico, basta sapere quello che già si sa: esistono questi disturbi, esiste anche una forma genetica di paralisi del sonno, ma non sono esperienze che portano disfunzioni cerebrali di alcun tipo, non innescano disturbi psichiatrici seri. E sono episodi che per lo più si possono controllare o eliminare. È sufficiente a volte la consapevolezza di soffrire di allucinazioni per alleviare gli incubi più feroci, ed esistono poi percorsi farmacologici e terapeutici che possono rendere il sonno più calmo e profondo, più sano.

Ho letto una manciata di libri divulgativi che parlano, anche, di paralisi ipnagogiche – quelli meglio documentati sono Nessun dorma di Henry Nicholls e Allucinazioni di Oliver Sacks. Dalle loro note a piè di pagina ho recuperato le opere di John Bond, che di paralisi si era già occupato a fine Settecento, le opere di Alfred Maury, che ne aveva scritto a fine Ottocento, e poi i libri di Shelley Adler e gli articoli di James Allan Cheyne: entrambi, tra fine Novecento e i primi anni Duemila, hanno provato a catalogare paralisi e allucinazioni, hanno proposto alcune spiegazioni fisiologiche per le loro apparizioni, e ne hanno ricostruito la storia culturale.

Ho scoperto così che gli atti di molti processi per stregoneria, come i resoconti di molti esorcismi, letti con la consapevolezza di oggi sembrano banali casi di allucinazioni ipnagogiche: un uomo nel dormiveglia sente un demone che gli soffoca il fiato e il giorno dopo accusa la vicina di casa un po’ troppo scontrosa per i suoi gusti. 

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Ho scoperto che le allucinazioni ipnagogiche compaiono, senza che vengano chiamate così, nel Moby Dick di Melville, quando Ismaele si sveglia da un sonno inquieto ed è stretto da “un fantasma senza nome, inimmaginabile, silenzioso” che lo lascia raggelato, senza fiato, immobile, nell’inutile consapevolezza che “l’orribile incantesimo si sarebbe spezzato” se solo fosse riuscito a muovere una mano. Altri inequivocabili esempi di allucinazioni ipnagogiche – chiamate sempre in altri modi: sogni, febbri, deliri, visioni, illusioni – si trovano nell’Horla di Guy de Maupassant, in Belli e dannati di Fitzgerald, nelle Nevi del Kilimangiaro di Hemingway e nel Braccio avvizzito di Thomas Hardy. Sembra una paralisi ipnagogica anche il delirio allucinatorio che colpisce il protagonista del racconto “Le labrene” di Tommaso Landolfi (d’altra parte la casa e i mostri sono gli elementi di base dell’opera di Landolfi, e la casa e i mostri sono gli elementi di base delle allucinazioni ipnagogiche). 

Ho scoperto che questi episodi notturni sono profondamente radicati nell’esperienza umana. Che in Italia c’è una vasta letteratura di folclore regionale in cui appaiono figure fantastiche – monachicchi, monacelli, mostriciattoli vari – che ti si piazzano sul petto durante il sonno. Ho scoperto che si può andare anche più a ritroso, come fa Nicholls: agli etimi della parola incubo nelle lingue inglese e tedesca, per esempio. Nightmare e nachtmahr, rimandano ai mari della notte, ovvero presenze maligne sovrannaturali simili proprio ai monachicchi, monacelli e mostriciattoli vari che visitano le persone nel sonno. E che parole con significato simile esistono in praticamente ogni lingua del mondo, dall’arabo –  ja-thoom, traducibile con “ciò che siede su qualcosa” – all’estone – luupainaja, “colui che ti schiaccia le ossa”. Ma si può guardare ancora più indietro: alla mitologia greca, dove l’Ephialtes, un enorme gigante, personificazione dell’incubo: ephialtes, ovvero “colui che salta sopra”. O al latino, dove incubus viene da incubare, nel senso, di nuovo, di “giacere sopra”. 

Dopo aver raccolto questa serie di suggestioni non sembra avventato ricavare due ipotesi. La prima: abbiamo dato un nome alle allucinazioni ipnagogiche prima ancora di darlo, per estensione, ai brutti sogni, agli incubi. La seconda: queste immagini, questi demoni, questi folletti, queste forze extracorporali, sono figure universali. Cambiano poco da paese a paese, e attraversano pressoché intatti i tempi e le culture. Si comportano allo stesso modo in India e in Finlandia, nel 700 a.C. e oggi. Possiamo dire, in una certa maniera, che anche se confinati nelle nostre menti questi mostri esistono davvero?

Possiamo dire, in una certa maniera, che anche se confinati nelle nostre menti questi mostri esistono davvero?

La terza grande allucinazione che ho avuto è stata quella più straniante. È partita con i soliti prodromi: non dormivo, mi rigiravo tra le coperte, guardavo l’ora, guardavo il soffitto. Era l’una, erano le due, erano le tre. Era estate, faceva caldo, per strada non passava nessuno. Una uggia umida che è andata avanti così quasi fino all’alba, finché un bambino è entrato nella mia stanza e senza neanche salutare o presentarsi mi si è seduto sul petto. I suoi occhi erano coperti da una frangetta troppo lunga e la pelle del viso aveva un colorito insalubre, grigiastro. Eppure non ero spaventato. Era un demone buono, mi è venuto da pensare, dispettoso ma innocuo. Vitale, anzi: era un fauno, un piccolo satiro. Gli ho chiesto di scendere, gli ho spiegato che facevo fatica a respirare. Lui ha fatto un verso ferino ed è balzato giù. Grazie, gli ho detto. Non mi ha risposto. Ha preso a correre avanti e indietro attorno al letto, ridacchiando. L’ho guardato meglio: quel bambino ero io da piccolo.

Gli episodi successivi sono stati una rivisitazione e una miscela dei primi: a volte ero paralizzato, a volte no, ho visto ombre e altre sfere di luce, ho sentito sibili e sussurri, ma le allucinazioni sono state sempre più sfumate e meno vivide. Forse ho imparato a razionalizzare le cose. Forse il mio inconscio, o il mio istinto, o chissà chi altri, ha imparato a riconoscerne le prime avvisaglie e a convertire le visioni in normali incubi. Continuo a dormire poco e male, ma da sei anni non ho più le allucinazioni. E sono felice di essermi liberato del peso – anche se a volte, nella stasi delle mie notti insonni, spero che quelle presenze demoniache tornino a trovarmi.

Matteo De Giuli

Matteo De Giuli è scrittore, autore e senior editor di Lucy. Ha scritto “Buoni a nulla” (Quanti, Einaudi, 2022) e, con Nicolò Porcelluzzi, “MEDUSA” (Not, NERO editions, 2021).

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