È possibile venire a patti con il tempo, il proprio aspetto e ciò che esso potrebbe non suscitare più negli altri?
Per trent’anni ho avuto una bella faccia e, soprattutto, una bella pelle, riemersa illesa persino alla tragedia dell’adolescenza. Non so come sia successo, ma negli ultimi mesi è cambiato tutto. Avere sempre più capelli bianchi era qualcosa con cui potevo fare i conti (è da un po’ che mi dico perentoria, orgogliosa: non mi tingerò mai); sono sempre stata consapevole che dovrò portare avanti una strenua lotta contro il cedimento muscolare perché non voglio vedere i miei tatuaggi grondarmi dalle braccia; persino le rughe, mi dicevo, che paura vuoi che mi facciano, ma dai, la prima sarà verticale, proprio in mezzo alla fronte, già la sento, già lo so.
Ero tutto sommato tranquilla, complici anche la fiducia in un buon patrimonio genetico (mia madre è riuscita a fingere di esser ferma a quarantuno anni per più anni; mia nonna superato il secolo aveva ancora una pelle notevole) e i dolcissimi e ingenui e coraggiosi approcci dei ventenni convinti che fossi loro coetanea, con tanto di No vabbè/sguardi ammirati/bestemmie tramite cui manifestavano lo stupore dello svelamento: ebbene sì, io ho trent’anni. Ne ho appena compiuti trentuno. E da qualche mese soffro di acne – l’ennesimo modo che il mio corpo ha trovato per dirmi che è meglio darsi una calmata. Rido: è l’adolescenza che non ho vissuto a pieno quindici anni fa. Non è una risata in cui credo. Non ho più la mia faccia. La rivoglio talmente tanto da sentirmi paralizzata, perché io così non posso vedermi ma, soprattutto, non posso farmi vedere – e quanto sforzo per non cedere a questo pensiero invalidante. Ho dimenticato l’ultima volta che sono uscita di casa pensandomi bella. Al cuore di tutto c’è questo, la mia pretesa di desiderabilità vanitosa e soddisfacente, andare in giro e sentirmi figa (diciamolo con la parola giusta), ritrovare la sicurezza appagante che dà sentirsi guardati quando si è fieri di sé, poter finalmente archiviare questo naufragio nella vergogna che mi fa nascondere dietro i capelli. Sono cose che torneranno? Sono cose che possono finire? Finiranno? Arriverà un momento in cui non mi sentirò più (intendo: mai più) bella? Diventare grande (adulta, matura) vorrà dire non curarmene?
Il campo minato che da un po’ mi tortura allo specchio mi ha costretta a pormi da una prospettiva nuova nei confronti di tutta la faccenda volto-tempo. Dando per buono che prima o poi tornerò ad avere la pelle di prima, non sono più sicura di riuscire a gestire il cambiamento con la serenità che ho sempre ipotizzato. Avevo ventidue anni quando una commessa di Sephora, regalandomi il campioncino di una costosissima crema antirughe, mi ha maledetta con un: “Pensi siano cose che non ti riguardano, ma ti riguarderanno”. Io non solo credevo di avere più futuro davanti, ma ero convinta di essergli impermeabile, superiore – un’Eleonora capace di accogliere l’invecchiamento in ogni forma, di restare, in qualche misura, sempre interna a sé, a sé fedele e basta. Quelli che con un’espressione al confine tra la litote pietosa e la lungimiranza metaforica chiamano “segni del tempo” mi parevano una prospettiva lontana, non qualcosa a cui ero, a cui sono già dentro – come le speranze, come i rimorsi. Ma così funziona il tempo: lo occupiamo. Avrei dovuto saperlo. Quindi, sono già la ruga che avrò? Sono già nella ruga, che affondo, che arranco, come le macchine che finiscono nei fossi?
L’insistenza con cui mi sembra di riconoscere i segnali di questo discorso nel mondo intorno a me mi ipnotizza. Instagram mi parla solo di skincare coreana, diete anti-invecchiamento al grido di eat your botox/collagen, yoga facciale, esperti e appassionati (è un confine che spesso non mi è chiarissimo) che analizzano volti noti prima e dopo. In casa editrice è arrivata qualche proposta di saggi sulla chirurgia estetica. Frequentare gli studi dei dermatologi mi espone a un certo numero di signore sulla sessantina che riemergono dai loro appuntamenti per labbra e zigomi e si affacciano nelle sale d’aspetto prima di andare via, Buongiorno, arrivederci. Arriverà il momento filler anche per me? Il momento punturina? Infinitesimale, niente-di-che. Persino le api, persino i ragni e le zanzare non hanno il privilegio del diminutivo: più innocua di così.
È un problema che forse non dovrei pormi a trentun anni – che a trentun anni potrebbe sembrare ridicolo. Sono d’accordo. E possiamo ridere di un sacco di cose, ciò non toglie che esistano. Per esempio: qualche mese fa un’influencer argentina si è rifatta il naso sostenendo che così avrebbe trasmesso ai figli un profilo migliore. Fa, in effetti, un po’ ridere. Ma è successo.
Al naso come sliding door (diciamo: a come cambia una vita quando cambia il naso che a quella vita apparteneva) penso dal giorno in cui al liceo mi hanno spiegato Uno, nessuno e centomila. Da un lato i profili smangiati dei banchi su cui incidevamo dediche e ghirigori, e l’amore e l’arzigogolo avevano lo stesso grado di importanza, dall’altro Vitangelo Moscarda che si sveglia con il naso che pende verso destra (è una cosa nuova o è sempre stato così e non lo sapeva?) e finisce per scoprire che non esiste “una sola vera realtà”, che le parole “sono vuote” e che “la vita non conclude”. Quanti mondi crollano, quanti restano intatti se solo una faccia cambia – quanti se quella faccia esplode per una bomba. Sono cose a cui pensare.
Bella Hadid si è rifatta il naso a quattordici anni, chissà come sarebbe stata la sua vita altrimenti. Non c’è niente di male, è solo una domanda che mi faccio: che direzione prendono i nostri passi in base alle strade scelte, qualunque esse siano; in che direzione portava invece la strada che non abbiamo preso. Come in quella poesia molto famosa di Robert Frost, che si cita senza mai pensare al titolo: “Due strade divergevano in un bosco / e io – io ho preso quella meno battuta / e questo ha fatto tutta la differenza”. Il fatto che si chiami The Road Not Taken per me riapre il gorgo, rende impossibile dimenticare che l’irreversibilità delle scelte operate porta sempre con sé anche l’irreversibilità voraginosa dei mondi possibili esclusi.
Vale anche per la pelle. In un articolo apparso sul «Guardian» nel dicembre 2022 un chirurgo intervistato descrive il botox come un fashion trend sempre più diffuso tra i giovani, al pari dei tatuaggi. In Italia pare siano 670.000 i pazienti che si sono rivolti a un chirurgo estetico prima dei venticinque anni; un milione e mezzo se estendiamo la fascia agli under 30. Da questi dati mi paiono evidenti due cose. La prima è che vivo in una bolla (consapevolezza che periodicamente e per motivi diversi torna a colpirmi con una certa brutalità); la seconda è che effettivamente il discorso intorno alla chirurgia estetica sta cambiando.
Il primo naso rifatto è ormai millenario – c’è stato un indiano, a un certo punto, nel 600 a.C., a cui era stato amputato per una condanna giudiziaria e aveva deciso di correre ai ripari. Poi il perfezionamento delle operazioni, la comparsa dell’anestesia, il discorso di Pio XII contro la chirurgia a ”scopi seduttivi” del 1958. Oggi intervenire con la medicina estetica sul proprio viso è una pratica sempre più diffusa. Le tecniche sono raffinatissime, l’età media degli interventi si è abbassata e si è spostato l’obiettivo: non cancellare l’invecchiamento ma azzerarlo, prevenirlo; così come si è abbassato il livello economico d’accesso a questo tipo di operazioni. Non sono più cose da attori, ma cose di tutti i giorni. Proprio come le api, i ragni e le zanzare.
Diversi medici definiscono il nostro come il renaissance period della chirurgia estetica. In molti articoli si citano i social, e più generalmente le fotocamere sui nostri telefoni e sui nostri computer, come causa del maggiore ricorso agli interventi. Sia perché essere spesso su uno schermo, anche per lavoro, ci rende consapevoli del nostro volto in modo inedito rispetto al passato, sia perché i social hanno liquefatto il confine tra schermo e realtà, spingendoci a voler portare fuori dalle app i filtri con cui siamo abituati a vederci online.
Non farò finta di non sapere cosa significhi: quella dei filtri è una concessione alla curiosità vanesia in cui cado anche io – come starei con le lentiggini, le labbra più gonfie, il nasino all’insù. Per non parlare dei meglio-dal-vivo in cui si incappa sulle app di incontri, che ho sempre letto con una certa caritatevole dolcezza. Ma meglio cosa? La spontaneità conversazionale o l’aspetto fisico? È forse la promessa di aggirare, arginare una delusione? Io, che oggi meglio-dal-vivo non mi sento per niente, tendo a evitare il problema da ambo i lati: non voglio conoscere nessuno e mi faccio sempre meno foto. Facile.
Facile mica tanto. Non solo perché, ora che ho scoperto che sentirsi belli è così importante, mi è difficile portare avanti un discorso sugli interventi estetici con la spocchia di sempre – e a me in fondo piace ricredermi ma mi piace anche avere ragione, essere salda, portare avanti un discorso per il gusto di non ammettere di avere torto –, ma anche perché, ammesso di potermi e volermi ricredere, ho scoperto almeno tre cose che mi fanno paura.
La prima è che essere belli è importante, e forse è l’unica cosa che ci resta. Lo sintetizza bene il titolo di un articolo apparso su Bustle lo scorso novembre: se tanto non possiamo avere una casa, perché mai non possiamo concederci di essere carini? La fascia d’età che si sta avvicinando sempre di più alla chirurgia estetica è la stessa che fatica a raggiungere alcuni tra i più canonici obiettivi sociali: comprare un appartamento, potersi permettere un figlio. Come a dire che essere attraenti e sani e in forma, in fondo, è già qualcosa; se poi possiamo addirittura rifarci siamo in cima alla piramide sociale. Il che, prendendo in prestito le parole di Walter Siti, “significa ascrivere anche la fisicità del corpo all’universo della comunicazione” e sembra ampliare l’orizzonte dell’intervento estetico: l’intervento fatto per l’intervento stesso, come segnale di disponibilità economica, capacità di stare al passo con i tempi. Mi sono accorta del paradosso solo a frase finita: cancellare il tempo sulla pelle come modo migliore di vivere nel nostro tempo. Siamo l’epoca della distorsione? In quale idea di bellezza ci troviamo? Cosa vogliamo farcene? E, ancora più a fondo, la bellezza è ancora bellezza nel momento in cui diventa norma? A me piacerebbe poter avere una casa.
La seconda paura ha a che fare con la dismorfofobia. Nello stesso articolo del «Guardian» che citavo, si fa riferimento a uno studio che ha indagato le ripercussioni psicologiche di alcuni interventi estetici, ed è emerso che la dismorfofobia è “relativamente comune” tra i pazienti presi a campione. Significa che buona parte di chi si è sottoposto a un intervento di chirurgia estetica ha una preoccupazione ossessiva per alcuni tratti del proprio corpo, percepiti in modo distorto. Un’obiezione tutto sommato scontata è che la stortura percettiva potrebbe essere stata il motivo dell’operazione stessa, ma sembra che questo possa essere vero al limite per un 10% dei pazienti considerati, non di più. Il 90% restante l’ha sviluppata in seguito.
La terza riguarda invece l’impatto cognitivo di questi interventi. Quando ho scoperto della moda di essere/apparire trentacinquenni per sempre, forever 35, che prima di essere un trend social era una constatazione emersa da un congresso internazionale di medicina estetica, ho pensato davvero: Che paura. E tuttavia è da qualche anno che mi sento dire quanto io debba godermi gli anni a venire perché saranno i-più-belli, quelli in cui io sarò la-me-più-bella (e invece: acne!), per cui: è vero, che paura pensare al nostro futuro di settantenni che sembrano trentacinquenni, una massa nebulosa di de-anzianizzati (futuro che in parte è già presente, se guardiamo a Kris Jenner); che paura non solo non capire quanti anni ha la persona che abbiamo davanti, ma anche non riuscire a immaginare che quella persona si sia sottoposta a chirurgia estetica, né quanto, a causa di risultati inintelligibili.
È vero, che paura. Ma non c’è una spinta tragica umanissima nel volersi congelare a un’età in cui si è stati all’apice di qualcosa? È per questo che si fa? Oppure è semplicemente congelarsi allo standard estetico in cui ci è stato detto che eravamo all’apice di quel qualcosa? Non accettare il corpo che cambia? La vecchiaia? Il tempo stesso? Rendere imperituro il desiderio di essere desiderabili? Ho immaginato il pianeta tra poche decine d’anni invaso da replicanti all’apparenza trentacinquenni, interrogati per stabilire la loro effettiva età anagrafica. Mi inquietava l’aspetto fantascientifico di questo discorso, ne ignoravo la portata cognitiva.
Per comprenderla aprirei una parentesi. Metto da parte Blade Runner per chiamare in causa una delle serie tv che ha conquistato i salotti familiari della mia generazione: Lie to Me. In Lie to Me Tim Roth interpreta Cal Lightman, un esperto di microespressioni facciali e linguaggio del corpo capace di risolvere casi giudiziari solo tramite l’osservazione dei sospetti. Il botox lo mette in difficoltà, perché inibendo il movimento muscolare ostacola la spontaneità espressiva del volto. Ecco, senza bisogno di arrivare a questo grado di competenza, tutti noi sappiamo leggere in una certa misura le facce che ci circondano. Possiamo farlo perché esistono i neuroni specchio, una classe di neuroni motori che spiegano fisiologicamente la nostra capacità di relazionarci con l’altro. Sono quelli che ci consentono di imitare le espressioni facciali dei nostri genitori quando siamo bambini e di apprenderle, di decodificare il mondo e di acquisire il linguaggio; di essere empatici, comprendere lo stato mentale altrui e formare legami sociali. E vanno anche oltre, perché non solo ci permettono di entrare in connessione con chi ci circonda, ma anche di provare emozioni noi stessi: per sentire un certo tipo di gioia o di dolore serve renderli tangibili sul piano fisico.
Limitando o annullando i micromovimenti del volto tramite cui esprimiamo (e proviamo) le emozioni, il botox mina la nostra capacità di esprimerci anche attraverso il corpo, di essere letti tramite il corpo. Un sorriso che non impatta sugli zigomi non è un sorriso vero, né per gli altri, né per noi: non perché ci sia qualcosa di sbagliato in esso, ma perché una componente di quel sorriso si azzera nella fissità facciale. Lo stesso vale per i pianti, per le urla. Un’attrice americana ha raccontato in un’intervista, poi citata dalla CNN, che usa i suoi figli come indicatori in questo senso: quando riescono a decifrarla, quando capiscono che è accigliata e le chiedono se ce l’abbia con loro, lei corre dal chirurgo.
Al di là delle personali rivalutazioni su quanto essere espressivi non sia, in fondo, quel limite orrendo che ho sempre pensato, mi chiedo: sappiamo emozionarci allo stesso modo davanti a un film in cui gli attori non hanno rughe d’espressione? Come coltiveremo l’empatia? Che impatto avrà tutto questo sull’apprendimento e sullo sviluppo cognitivo dei bambini? La soluzione sarà inventare (e in parte lo abbiamo già fatto) nuove tecniche di svecchiamento capaci di non intaccare la mimica facciale, oppure sceglieremo l’eccesso: il turgore dei corpi rifatti vecchio stile da un lato, la naturalezza estrema dall’altro?
E io, che continuo a volere indietro la mia faccia a un livello così tragico che mi spaventa, come posso prevedere se la vorrò di nuovo indietro con la stessa intensità tra vent’anni, quando indietro vorrà dire senza rughe? Aver scelto la strada delle domande mi confina in uno spaesamento nuovo, che come la vita nelle scoperte di Moscarda mi sembra “non concludere” proprio nulla. Mi sa che le cose invecchiano in due modi: si tradiscono o si confermano. Tra le molte che si sono tradite, aggiungerei la convinzione per cui sia più facile notare i difetti altrui rispetto ai nostri. Almeno sul piano fisico, non ne sono più così sicura.