Dopo anni di plastici, render, false piste e annunci, sembra che la AS. Roma avrà finalmente il suo stadio nel quartiere di Pietralata. Ripercorrere le tappe di questa annosa vicenda fa capire cosa accade quando una burocrazia elefantiaca viene raccontata da un apparato mediatico che spesso avanza per aneddoti, dicerie o speculazioni.
Roma è la Città delle Voci. Opinioni, bisbigli, aneddoti. Un rizoma informativo che si propaga di bocca in bocca e di testa in testa. In questo grafo, i nodi più influenti sono quelli mediatici: radio e social media. Nella capitale dei tassisti e degli autisti Atac, è impossibile percorrere più di un centinaio di metri senza incrociare una cassa o uno schermo che rimbalza la notizia del giorno. Nove volte su dieci la notizia in questione riguarda la AS Roma e, da circa dieci anni a questa parte, la costruzione del suo stadio.
La Roma gioca le sue partite casalinghe allo Stadio Olimpico da settantatre anni, stagione ‘52/’53, e almeno dagli anni Novanta una percentuale sempre crescente dei suoi tifosi ha individuato nella struttura stessa dell’impianto, che già dal nome si racconta pensato per la più multidisciplinare delle occasioni sportive, il fossato che divide la squadra dalla sua, altrimenti inevitabile, consacrazione a grande del calcio internazionale. Il nemico principale è la famigerata pista di atletica che circonda il rettangolo di gioco e che frappone decine di metri tra tifosi e giocatori. “Te lo immagini, Ricca’, che potremmo fa’ se la curva fosse attaccata al campo come in Premier League?” questa frase l’ho sentita — e detta — migliaia di volte da quando seguo la squadra, una sequenza di fonemi che, al netto di qualche permutazione, ha saturato le frequenze e i timpani di ogni mattatore del primetime radiofonico romano. “Se stai in curva le azioni devi fartele raccontare da chi sta a casa”, un altro dei ritornelli con cui cresce il tifoso romano, formalizzato in un figura ben precisa dell’era pre-smartphone dai versi di Brusco, che nel suo anthem romanista del 2003 Ancora e ancora raccontava così il suo vivere la curva: “A me me vedi ar volo sono quello con la radio/tutti me rispettano so quasi necessario”. Io stesso, in debito di diottrie fin dalla più tenera età, ho sempre vissuto il dramma di un’esperienza stadio mutilata: al giubilo delle bandiere, delle coreografie, dei cori, si accompagna costante la sensazione di non aver mai chiaro del tutto ciò che avvenga in campo. Ancora oggi esistono partite che nella mia memoria si sono svolte su un piano distante, bidimensionale. Il ricordo delle esultanze è vivido, ma quello delle azioni di gioco è schiacciato su un orizzonte lontano e irraggiungibile, pieno di omini piccoli e indistinguibili. I video di highlights con cui tento di tenere vivo il ricordo di quelle serate gonfiano d’aria diorami che sembrano irreali: davvero ho assistito a quei momenti? In uno stadio migliore, moderno, senza ostacoli tra spalti e campo, avrei inserito un tassello di maggior qualità nel mosaico dei miei ricordi?
Fiutato un simile clima, i vertici della cordata statunitense che rileva la Roma nel 2011 pongono immediatamente in cima alla lista dei loro obiettivi la costruzione di uno stadio nuovo, moderno, progettato secondo la moda e gli standard del calcio moderno e, manco a dirlo, senza pista di atletica. Il modello avrebbe dovuto essere quello dell’impresa privata a trecentosessanta gradi, in cui il gruppo d’investimento sarebbe stato proprietario di ogni cosa: dai terreni fino all’ultimo dei bulloni. L’area individuata è quella dell’ex ippodromo di Tor di Valle, estremità meridionale della capitale, che però non vede mai la posa della proverbiale prima pietra. Dopo anni di iter approvativo, nel 2018 l’intero progetto viene assorbito dalle sabbie mobili giudiziarie che coinvolgono Luca Parnasi, costruttore romano proprietario dei terreni su cui sarebbe dovuto sorgere l’impianto. Venuta meno la portante del suo progetto di investimento, James Pallotta nel 2020 cede la società a nuovi acquirenti, il Friedkin Group di Dan e Ryan Friedkin. La nuova proprietà non tarda a rimettere in moto il progetto stadio e, nel 2022, presenta alla giunta comunale guidata da Roberto Gualtieri una nuova proposta: costruire lo stadio su terreni in larga parte di proprietà del comune stesso, che cede il diritto di superficie dell’area all’AS Roma per novanta anni, alla scadenza dei quali l’intero pacchetto edificato, comprendente lo stadio e le strutture annesse, passerà sotto il suo controllo. La zona prescelta si sposta così da sud a est, sugli ampi incolti che costeggiano via dei Monti Tiburtini fino alla fermata metro di Quintiliani, celebrata dall’ethos cittadino come iconica cattedrale nel deserto, allo stesso tempo a due passi dalla centralità universitaria di Piazza Bologna, in quella che una semplificazione toponomastica, figlia dell’ansia tutta romana per cui ogni concetto va riassunto e contemporaneamente geolocalizzato, etichetta presto come “lo stadio di Pietralata”.
Quella di Pietralata è un’area dalla storia tortuosa, racconta Giovanni Caudo, Professore di Urbanistica presso l’Università Roma Tre e consigliere comunale a cui chiedo di accompagnarmi in un tour delle tappe urbanistiche del luogo. “Il comparto di Pietralata era il primo venendo da nord del cosiddetto Sistema Direzionale Orientale (SDO) che era previsto nel piano del 1962 con il nome di ‘Asse Attrezzato’ e doveva ospitare le sedi dei Ministeri e le funzioni di Roma Capitale che, di conseguenza, avrebbero lasciato il centro storico.”
La realtà che emerge dal suo racconto è che però la decisione di costruire la città degli uffici e dei ministeri non ebbe mai il sostegno dal governo centrale: ad esempio, mentre un’apposita legge del 1989 dava il via agli espropri nelle aree di Pietralata si decideva contemporaneamente di costruire il Ministero della Salute all’Eur, all’estremità meridionale della città.
Caudo, tra le altre cose, è stato Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma Capitale tra il 2013 e il 2015, durante il mandato di Ignazio Marino, ed è in quel periodo che si è occupato in maniera diretta di dare seguito ai propositi originari per l’area dell’Asse Attrezzato. Nelle sue parole sento tutta l’amarezza di chi ha affrontato in prima linea lo scontro tra interessi della collettività e scelte orientate da budget e piani fiscali. “Nel 2014 portammo avanti l’accordo con l’Istat che avrebbe dovuto trasferire lì la sua sede principale e con la Facoltà di Medicina de La Sapienza che prevedeva di realizzare un centro di ricerche. Ad oggi sono gli unici soggetti che hanno presentato progetti (mai concretizzati ndr) in quell’area.”
La cornice storica in cui si inserisce la nuova proposta progettuale è poi molto diversa da quella di dieci anni prima: quella del 2022 è la Roma di Gualtieri che si prepara al Giubileo, un cantiere diffuso volto ad avvicinare la Capitale alla dimensione di grande città europea, a colmare il distacco accumulato dalla Milano dell’Expo, e in cui l’intervento dei privati è ben accolto, se non espressamente incoraggiato. Le istituzioni recepiscono con favore l’iniziativa, le fasi di discussione e approvazione sembrano scorrere più rapidamente e con molti meno intoppi che in passato. La stampa locale, solitamente affamata di retroscena e attenta a ogni possibile crepa, non riporta voci negative, anzi. Il passare dei mesi è scandito dalle dichiarazioni che tutto sta procedendo come previsto: una volta a dirlo è la società, che con l’occasione presenta una serie di render patinati, in cui alle fredde e razionali sezioni dei settori si affiancano oniriche teorie di scale e corridoi escheriani, in cui la manciata di festosi omini sbandieranti innesta la marcia dell’assurdo, una volta è un qualche esponente della giunta comunale, quando non direttamente il sindaco. In città, tra i tifosi romanisti, figure proverbiali per autocommiserazione e scaramanzia, non si è mai respirato tanto ottimismo.
In questo periodo, un giro per la Città delle Voci porta all’orecchio dell’ascoltatore attento il rincorrersi di un lessico iper tecnico, esterno al parlare comune, che poggia la sua struttura di senso su una manciata di termini chiave. Per orientarmi in questo intrico semantico chiedo una mano a Fernando Magliaro, giornalista del Messaggero riconosciuto da anni come massimo esperto delle vicende relative allo Stadio della Roma.
Magliaro, abituato a spiegare e rispiegare iter e tappe su base quasi quotidiana al pubblico difficile delle radio romane, mi investe con un fuoco di informazioni, date, nomi e scadenze a cui fatico a stare dietro. “Non prendere appunti che perdi il filo” mi dice a un certo punto, intuendo anche dall’altra parte della cornetta l’intrico di frecce e schemi che sto provando a tracciare mentre lo ascolto. Innanzitutto, mi spiega, va tenuto presente che l’approvazione del progetto stadio passa per due fasi: gli attori coinvolti sono chiamati a dare il loro parere riguardo una prima proposizione più generale, dopodiché, con l’ok a procedere, il proponente presenta una nuova versione del progetto, la definitiva, e l’iter di pareri e approvazione si ripete. “Per dare un’idea più concreta: nella proposta preliminare il proponente si limita a dichiarare, ad esempio, l’intenzione di costruire dieci bagni. Nella proposta definitiva è tenuto a specificare tutto, dal colore delle mattonelle alla forma dei rubinetti”.
La raccolta di pareri passa per la fase che più di ogni altra è penetrata nel subconscio dei tifosi romanisti, quella della conferenza dei servizi, un passaggio che in passato sembrava spostarsi di continuo lungo l’orizzonte e che invece oggi, per quanto riguarda progetto preliminare e definitivo è stato compiuto con successo.
“È il tavolo a cui sono chiamati a sedere tutti gli attori tecnici e istituzionali il cui parere sia ritenuto necessario per un’approvazione o rigetto del progetto. Soprintendenza, enti ambientali, società dei trasporti, forze dell’ordine e così via: a ognuno è richiesta la propria prospettiva specifica sulla proposta, così da fornire al comune una panoramica completa delle sue potenziali ricadute sul tessuto urbano”. Alla conferenza dei servizi fa seguito una fase di valutazione più specifica, quella dell’impatto ambientale, che se superata con successo permette il passaggio allo studio della proposta definitiva.
Ad accelerare le tempistiche ha senz’altro contribuito l’istituzione della figura del Commissario Straordinario governativo Massimo Sessa, la cui nomina è stata resa possibile dall’apposita legge stadi del 2025, la normativa di procedura semplificata per la realizzazione e riqualificazione degli impianti sportivi italiani. Questa nomina, prosegue Magliaro nella sua spiegazione, è giunta a valle dell’assegnazione da parte della UEFA degli Europei 2032 a Italia e Turchia. “La UEFA richiede al paese ospitante la garanzia di un numero sufficiente di stadi adatti alla portata dell’evento. Il futuro stadio della Roma è stato inserito tra gli impianti destinati a ospitare la competizione, ma la UEFA, (che ha già paventato la possibile revoca dell’assegnazione della competizione all’Italia visti i rallentamenti e la stagnazione delle procedure di adeguamento del parco impianti ndr), richiede prove tangibili della sua edificazione entro la primavera 2027. Questo ha portato comune e istituzioni nazionali a una maggiore reattività rispetto alle tempistiche di lavorazione delle varie pratiche necessarie a iniziare i lavori”.
A riprova di ciò, intervengono le parole rilasciate a fine luglio 2026 proprio dal Commissario Sessa: “Con un decreto interministeriale dei ministri Salvini, Abodi e Giorgetti l’opera è stata dichiarata di interesse strategico nazionale. Con l’ordinanza del 15 giugno abbiamo attivato il Provvedimento autorizzativo unico commissariale, una procedura sinergica che ci consentirà di accelerare un percorso che mediamente comporta 260-300 giorni e chiuderlo in circa 100 giorni”. Con i tecnici incaricati dalla Roma impegnati nella redazione del progetto esecutivo, resta dunque ferma l’intenzione delle parti di concludere tutte le procedure autorizzative entro settembre 2026, per inaugurare i lavori tra marzo e aprile 2027.
Sarebbe facile fare metafora di un cantiere che, sorgendo in primavera, rappresenterà per i tifosi lo sbocciare di sicuri successi sportivi e per la proprietà quello del fiore all’occhiello necessario a sedere ai tavoli del grande calcio internazionale, ma come spesso accade si rivela più utile dare uno sguardo alla freddezza dei dati. Della correlazione tra stadio di proprietà e successi sul campo si è occupato Giorgio Di Maio, redattore de l’Ultimo Uomo, in un interessante articolo che studia le annate successive alla realizzazione dei nuovi impianti di diversi club internazionali.
“È una correlazione di fatto inesistente. Ciò che è certo è la ricaduta positiva sulle finanze della società, che si riflette a cascata sul calciomercato e quindi sulla rosa, ma dire che lo stadio di proprietà porti trofei è concettualmente e concretamente sbagliato”.
A portare risultati sportivi secondo Di Maio è l’organizzazione dietro al club e il modo in cui viene gestito il nuovo afflusso di denaro. Un po’ come nel caso delle cessioni onerose dei campioni: si rivelano azzeccate se la squadra è abile a reinvestire gli introiti, ma in assoluto non sono garanzia di nulla. “In Italia l’equazione nuovo stadio = trofei è dovuta all’epopea della Juventus appena è entrata dentro lo Juventus Stadium, ma è più una trovata per vendere il concetto dello stadio ai tifosi che una realtà effettiva.”
I discorsi sull’importanza dello stadio di proprietà sono stati corroborati dall’impatto del Fair Play Finanziario, il corpo di norme che sulla carta vorrebbe ridurre le disuguaglianze economiche nel calcio imponendo ai club un equilibrio costante tra entrate e uscite di cassa. “Questo perché di fatto il FPF ha ‘congelato’ le posizioni di potere economico nel calcio europeo e dunque ad oggi ci sono essenzialmente solo tre modi per ‘alzare’ la propria RAL calcistica: ricavi da coppe europee, ricavi dai diritti TV, ricavi da stadio”. Se i primi due sono fattori endogeni legati al successo sul campo delle squadre, il terzo è l’unico che le proprietà possano adottare a prescindere dai successi sportivi. Al netto di singoli eventi sporadici come contestazioni del tifo, i ricavi da stadio rappresentano dunque una sicurezza e aggiungono valore immobiliare al club in ottica di una potenziale futura rivendita. A riprova di ciò, intervengono le parole del nuovo CEO della Roma, John Galantic, che in un recente intervento al Festival dello Sport di Trento ha parlato di un progetto stadio che, se tutto andrà come previsto, nella sola prima stagione e al netto di nuovi sponsor “produrrà un aumento del 245% di incassi rispetto al 2025” e che “alza il fatturato e ci permette di fare un salto sportivo ed economico molto importante”.
È proprio la finanziarizzazione del calcio e dei modelli imprenditoriali circostanti, secondo Caudo, una delle lenti attraverso cui leggere le vicende stadio romaniste. Gli anni del suo assessorato coincidono infatti con quelli della prima proposizione progettuale, lo Stadio di Tor di Valle, un argomento che tocca un evidente nervo scoperto e gli dà modo di elaborare una riflessione che dal particolare dello stadio si fa affresco generale di una capitale asfissiata dai tentacoli del neoliberismo.
“Quello di Tor di Valle era un progetto del tutto diverso dall’attuale, che si basava su un principio cardine: L’As Roma non è una public company e i tifosi non sono i proprietari della società. Questa, oggi come allora e ancora di più forse domani, è in mano a una impresa multinazionale che si muove nell’ambito della finanza. A suo tempo fummo attenti a separare l’aspetto dell’investimento, da quello del legame tra il tifoso e l’As Roma.” L’operazione, mi spiega, prevedeva di incrementare la cubatura destinata ad uffici realizzando un vero e proprio business district con tre torri disegnate da Daniel Libeskind, archistar polacco-statunitense, in un’area già edificabile per oltre trecentomila metri cubi secondo il Piano Regolatore Generale cittadino. Si sarebbe trattato di un investimento tutto privato, che seguendo la norma sugli stadi avrebbe consentito al pubblico di non sborsare neanche un euro e portare a casa oltre centonovanta milioni di euro in opere pubbliche esterne allo Stadio e altri centotrenta di opere pubbliche previste dalle normative, per un totale di circa trecentoventicinque milioni di euro. “In questo caso l’interesse pubblico erano le opere circostanti e non lo stadio, come nel caso di Pietralata.”
Le opere, vale la pena ricordare, avrebbero compreso il collegamento tra l’autostrada Roma-Fiumicino e l’Eur, il collegamento pedonale con la stazione della linea regionale FL1 di Magliana, il prolungamento della metro B da Magliana fino a Tor Di valle, la riunificazione della via Ostiense/via del Mare nel tratto tra Marconi e il GRA e ancora l’acquisto dei treni per potenziare la linea Roma Lido e la realizzazione del parco fluviale.
“Una campagna di stampa sul principale quotidiano cittadino ha subito chiarito la contrarietà di quell’operazione, contrarietà che nascondeva un interesse specifico: per la prima volta a Roma la quota di contributo privato in termini di oneri di urbanizzazione e di opere, sia di legge che straordinari, sarebbe ammontata a circa il 23% dell’investimento complessivo, un precedente che a Roma, dove di solito questo contributo in operazioni come le lottizzazioni di Porta di Roma o Ponte di Nona non è mai andato oltre il 6-8%, non poteva accadere.”
In sintesi, secondo Caudo, a oggi possiamo concludere che un’operazione tutta privata, in cui il privato rischiava il suo capitale e l’interesse pubblico consisteva nel contributo in opere pubbliche a servizio della città, non si è potuta fare, “invece un’operazione in cui il comune dà tutto al privato, suolo, cubatura ecc, e l’interesse pubblico è lo stadio che però apporterà un importante incremento al valore della proprietà multinazionale protempore dell’AS Roma che lo gestirà, invece sì, quella si è potuta fare”.
L’epilogo della vicenda, con la realizzazione dello Stadio lì dove sarebbe dovuto sorgere il comprensorio Direzionale di Roma Capitale, per Caudo è una metafora della messa in discussione di Roma come Capitale del Paese, un processo iniziato negli anni Novanta e mai arrestato. “Quando si dice che l’area di Pietralata era abbandonata e che la stazione metro di Quintiliani era nel deserto, degli evidenti paradossi, si racconta in effetti il fallimento di una politica e di un disegno della città che nasce nella Roma della Dolce Vita e finisce nei primi anni Duemila, quando Roma sancisce il suo declino. Ma finisce nel silenzio assordante della città e della sua classe dirigente.”
Nel saggio del 1960 Massa e potere, il premio Nobel per la letteratura Elias Canetti definisce lo stadio “il luogo in cui un muro di uomini dà le spalle alla città”, un riferimento al collettivo volgere l’attenzione a ciò che avviene sul rettangolo di gioco che è sia figurato che plasticamente letterale. Il trapezio rettangolo inscritto tra via di Pietralata e via dei Monti Tiburtini su cui sorgerà lo Stadio della Roma è un’area che sembra aver precorso questa traiettoria, richiudendosi su se stessa per creare un bioma segreto e perturbante, complesso persino da visualizzare.
Provo a farlo costeggiando uno dei suoi lunghi lati, navigando una banchina d’asfalto che è la quintessenza del non luogo. Come in una riproduzione in scala delle tangenziali di Los Angeles, lo sfrecciare continuo delle auto rivendica la titolarità dell’area, una zona poco antropizzata in cui flora spontanea e pneumatici sembrano immersi in nella lotta per il predominio territoriale. La presenza dell’uomo, inteso come bipede deambulante, non è parte dell’equazione.
Dall’unico avamposto pedonale, una pompa di benzina dal piazzale ampio, è possibile affacciarsi sulla vallata sottostante. Lì il caotico sprawl edilizio oggetto di esproprio, con tanto di orti, lascia presto il passo a un oceano di sfumature del verde: robinie, yucca, lecci, olivi e poi un intrico inafferrabile e respingente, che pare attendere l’improvvido esploratore di turno per farlo sparire per sempre tra le sue spire.
Proseguendo il cammino verso est, uno sguardo tra le maglie della recinzione regala scenari da Carcosa, da immaginario Kinghiano. Quinte vegetali taglienti e un tappeto di immondizie di ogni tipo da cui si innervano sentieri improvvisati, lingue di terra ingoiate dal buio dopo pochi metri e su cui ho preferito non avventurarmi.
Solo l’ultimo segmento della superficie visibile lascia vagamente intendere il futuro della zona. Da qui, un’area già sterrata e semi desertica, quasi lunare, è possibile osservare una ruspa al lavoro: si tratta degli scavi archeologici preliminari per il recupero e la tutela di un’antica cisterna romana, che sarà poi integrata nella configurazione definitiva del sito.
Fatto salvo per questo scorcio, mantengo salda l’impressione di aver guardato nell’abisso di un pianeta a sé stante: incurante dei piani edilizi, delle speranze dei tifosi, delle lotte politiche e dei potentati, dei comitati no stadio, dei discorsi sulla gentrificazione e sulla speculazione. Un grande antico lovecraftiano, un corpo celeste pronto a opporre tutte le sue difese a ogni tentativo di terraformazione. Ero partito convinto che sul luogo sarei riuscito già a sentire echeggiare i cori della Sud, e invece in testa ho solo le cicale, il vento tra le foglie della vitalba, lo sfrecciare di migliaia di auto, il buio misterioso.