Con il nuovo mese inauguriamo anche un nuovo tema: ve lo presentiamo qui.
“Il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo”.
È una frase di Dostoevskij, e da quando è stata scritta, più di centocinquant’anni fa, le cose non sono cambiate.
Il termine “soldo” deriva dal latino solĭdus (‘massiccio’, ‘solido’), nome con cui veniva indicata una moneta d’oro del tardo Impero romano.
Le prime produzioni di monete metalliche con valore nominale e standardizzato risalgono a Coinage in Lidia (circa VII–VI secolo a.C.). L’idea di avere un oggetto o simulacro che possa rappresentare un valore si diffonde rapidamente prima nel mondo greco e poi romano, con monete su cui venivano coniate le immagini di imperatori e simboli di autorità.
Con l’affermarsi degli Stati, la moneta – il soldo – diventa un simbolo di autorità e determina chi può creare, maneggiare e soprattutto controllare valore economico. I ceti mercantili, i banchieri, i governanti e poi, nell’età moderna, le istituzioni finanziarie, assumono un ruolo chiave nella gestione del denaro. Ma i soldi portano anche con sé responsabilità morali: l’ambizione può degenerare infatti in un’immoderata brama delle ricchezze.
Seneca, da una prospettiva stoica, associava il possesso di soldi alla cupidigia. Nelle sue Lettere a Lucilio domanda all’allievo: “preferisci forse avere molto o abbastanza? Chi ha molto desidera di più, a dimostrazione che non ha ancora abbastanza; chi ha abbastanza ha ottenuto ciò che non è mai capitato ad un ricco: un punto di arrivo”.
Nel primo canto dell’Inferno Dante si trova la strada sbarrata da tre fiere, allegorie dei peccati capitali: una lonza (lussuria), un leone (superbia) e una lupa (avarizia/cupidigia).
Quest’ultima è considerata la più pericolosa, insaziabile, tanto che suscita in Dante un senso di oppressione così grave da fargli perdere la speranza di raggiungere la vetta del colle.
Quella dell’avaro è sempre stata una maschera archetipica capace di riflettere i nostri timori legati alla pecunia: anche Plauto e più tardi Molière nelle loro commedie riflettono sulla questa figura, che sotto mentite spoglie ritroviamo in fondo anche nelle narrazioni contemporanee, da Canto di Natale a The wolf of wall street, dal Grande Gatsby a Succession, da American Psycho alla Trilogia del dollaro, da Parasite agli onnipresenti riferimenti al cash delle canzoni dei rapper.
A pesare c’è senz’altro anche il terrore della povertà che innerva la nostra società. Un sentimento che forse nessun film ha colto come nessuno: “avete dimenticato che significa esser poveri? Mi sono resa conto che il denaro è la cosa più importante che ci sia. Non voglio più restare senza denaro. Ne voglio accumulare tanto da essere sicura che nessuno potrà togliermi Tara e farò soldi a qualunque costo”.
Perché queste storie ci affascinano così tanto? Come mai per i ricchi a volte parteggiamo, invidiandoli, proiettando su di loro le nostre fantasie, mentre il più delle volte li deridiamo, li critichiamo, o intravediamo in loro uno dei più grandi problemi della nostra società? Forse perché i soldi sono potere. Chi ne ha e chi li controlla acquisisce forza economica, influenza politica, status sociale. E, simmetricamente, controlla chi ne detiene di meno.
Basti pensare che in Italia fino al 1975 una donna non poteva aprire un conto corrente senza il consenso del marito (o del padre). L’anno dopo, nel 1976, gli ABBA cantavano “Money, money, money, Must be funny, In the rich man’s world”.
Promessa, illusione, dominio, identità, disuguaglianza: i soldi non sono solo uno strumento economico, ma una vera e propria ossessione culturale. All’abusato proverbio “i soldi non fanno la felicità”, Marilyn Monroe rispondeva certo, “ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del Metrò.”
A marzo, su Lucy, proveremo a capire se aveva ragione con i nostri approfondimenti.