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Nur Al Habash

Stiamo sopravvalutando le popstar?

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Da qualche anno a questa parte se non ti piacciono le popstar ti possono essere affibbiati degli aggettivi poco lusinghieri: vecchio, snob, sessista, conservatore. Dopo anni di biasimo e condiscendenza, il pop è diventata una faccenda seria, e le donne che lo producono sono intoccabili. Ma siamo certi che quest'epoca poptimista non sia un abbaglio?

“Hating pop music doesn’t make you deep” è ormai una frase da merchandising: la vedo ovunque stampata su cappellini, magliette e borse. È un’affermazione diventata celebre in breve tempo anche grazie alla popstar Addison Rae, che ha postato sui social una foto in cui indossava una t-shirt che la recitava. 

Non è forse un caso che di tutte le popstar del momento, sia stata proprio lei a sentire la necessità di rivendicare pubblicamente questa dichiarazione: partita come influencer-ballerina nei primi anni di TikTok, approdata alla musica solo in virtù del suo enorme seguito online, stroncata dalla critica, e qualche anno dopo rivalutata grazie ad un’accorta scelta di collaboratori e all’endorsement di Charli XCX e Arca. 

Parlare di rivalutazione forse è un eufemismo, visto che quest’anno è stata invitata ad esibirsi ai Grammy Awards (dove era anche nominata come “Best New Artist”), e soprattutto ha ricevuto un bell’8.0 su Pitchfork, che le ha dedicato un profilo approfondito.

La traiettoria di Rae incarna esattamente quello che negli ultimi vent’anni è stato chiamato “poptimismo”, ossia quello slittamento nella percezione collettiva che ha fatto sì che smettessimo di considerare il pop commerciale come prossimo alla spazzatura, e che gli dessimo un ruolo di rilievo nel panorama culturale. Ad essere precisi, il pop mainstream non è stato esattamente rivalutato, ma è proprio iniziato ad essere valutato come accadeva già con gli altri generi musicali considerati più seri e degni di spazio, attenzione e analisi critica.

Questa nuova postura è iniziata in un momento ben preciso, ossia alla pubblicazione dell’articolo The Rap Against Rockism pubblicato dal «New York Times» nel 2004. Nell’editoriale, il critico musicale Kelefa Sanneh si lamentava del “rockismo” imperante, cioè quell’atteggiamento tipico degli appassionati di musica per il quale veniva considerato normale venerare i miti del rock (spesso maschi bianchi), considerandoli talentuosi, tormentati e autentici, a scapito degli artisti pop e rap, generi frequentemente associati a donne e artisti neri. Chiunque sia mai entrato in un negozio di dischi o in un forum online negli anni 2000/2010 conosce bene questo tipo di snobismo. Un modo di rapportarsi alla musica che per molto tempo ha dato vita a un sistema di valori gerarchico influenzato da bias culturali, le cui regole arbitrarie venivano spacciate per “oggettive”, e utilizzate per discriminare chiunque non vi si attenesse.

A seguito dell’articolo di Sanneh, che a suo tempo ebbe il merito di avviare un dibattito che a quanto pare non è ancora terminato, è stato poi coniato il termine “poptimism”: un nuovo modo più fluido di rapportarsi al consumo di dischi, per il quale non esiste più niente di “guilty” nei “pleasures” musicali e nel quale si può ammettere che un album di pop mainstream (pur se scritto da eserciti di autori e produttori, e con alle spalle budget milionari e piani di marketing internazionali) può avere la stessa dignità artistica e la stessa influenza nella cultura collettiva di un classico della musica del ‘900. Nel 2004 sembrava un pensiero utopico, quasi una boutade. E invece eccoci qui, ventidue anni dopo: il poptimismo non solo è diventato dominante, ma è anche l’unico modo di pensare alla musica e ai contenuti culturali tout court – un’ortodossia rigida quanto il rockismo che voleva abbattere, capace di blindare certe popstar da opinioni negative in nome del consenso e del rispetto dei gusti di tutt*.

Uso l’asterisco non a caso: non è difficile far coincidere l’avvento del poptimismo con la quarta ondata femminista che negli anni ‘10 si infrange sugli smartphone e travolge tutti a colpi di diversità, inclusione, intersezionalità, politicizzazione permeante e consapevolezza sociale che i detrattori chiameranno poi, in breve, woke.

Il rock (e in generale tutti i generi musicali dominati da uomini) è stato l’epitome musicale del maschio bianco e, come tale, il suo linguaggio e i suoi codici hanno fatto il loro tempo. Per questo forse è venuto naturale dare al pop, un genere storicamente creato e consumato dalle donne, un posto d’onore nella nostra scala di valori musicale come risarcimento per i  decenni di disprezzo e scherno. Quello stesso pop che per anni è stato derubricato a “musica per ragazzine” – come se le giovani ragazze fossero il pubblico più vergognoso che ci potesse essere per un artista, e l’entusiasmo femminile fosse la prova che la musica stessa fosse superficiale e vacua, quasi per contagio. Insomma, quella convinzione secondo cui se piace alle ragazze, non può essere arte seria (un pregiudizio che era toccato per anni anche ai Beatles, d’altronde).

Questo dibattito sul rockismo contrapposto al poptimismo mi ha fatto tornare alla mente un ricordo: era il 2005 e Celentano si presentò in prima serata su Rai Uno aprendo il suo nuovo programma Rockpolitik con un monologo che elencava alcune cose “rock” (e quindi belle, giuste, ganze) e alcune cose “lente”. La lista  non aveva alcun senso e includeva frasi tipo “Valentino Rossi è rock, Porto Cervo è lento”, oppure “Le polpette sono rock, l’hamburger è lento”. Lo stralunato monologo terminava con un “la donna è rock, il maschio è lento”.

Negli anni successivi, le donne del pop hanno occupato con fierezza questo trono inatteso, impegnandosi per dimostrare di esserne meritevoli. Forse tra qualche tempo potremmo guardare a questa fase con più distacco e chiarezza, ma ho la sensazione che negli ultimi 15 anni il pop mainstream abbia preteso molto più da sé stesso, sia in termini artistici che di contenuto. Tramontata l’epoca dei producer pop alla Max Martin (autore di praticamente tutto il pop plasticoso dei 2000) le popstar hanno deciso di testare direzioni più sperimentali, e l’hyperpop, il jazz e altri generi fino a quel momento di nicchia hanno iniziato magicamente a sgocciolare nelle classifiche. Penso a Carly Rae Jepsen, che dopo l’insopportabile Call me maybe decide di lavorare con Dev Hynes (anche noto come Blood Orange), o a Madonna che si fa produrre un pezzo da SOPHIE (la figura probabilmente più importante di questo intero filone, che lavorerà negli anni successivi anche con Charli XCX e Lady Gaga).

Se ci ritroviamo in un’epoca di poptimismo fondamentalista però, non è certo a causa delle sfumature musicali che il pop ha acquistato nell’ultimo decennio, lasciando ai tormentoni di TikTok la casella dei motivetti vacui. Le popstar da qualche tempo sono effettivamente diventate molto impegnate politicamente: il giorno prima della sua esibizione al Super Bowl 50, Beyoncé (che fino a pochi anni prima cantava quasi solo d’amore e corna, come tutti) lancia il video di “Formation”, singolo di presentazione del suo album “Lemonade”. Nel clip, la popstar appare accovacciata sul cofano di un’auto della polizia di New Orleans mentre affonda nelle acque di un’alluvione, per poi lasciarsi sommergere con le braccia allargate in una posa che non può non ricordare una crocifissione. Il video era una denuncia esplicita alla risposta pigra e insufficiente della polizia nei confronti della comunità nera durante l’uragano Katrina. Sempre al Super Bowl, quest’anno Bad Bunny ha ricreato le strade di Portorico nel campo da football più popolare degli Stati Uniti, rendendo centrale il tema dell’identità latina in un momento di forte tensione sulle politiche migratorie USA. Non solo: ha poi chiuso l’esibizione pronunciando la frase “God Bless America” procedendo a elencare ad alta voce tutti i paesi delle Americhe, sottolineando come gli Stati Uniti siano solo uno dei 25 stati americani, e non l’unico.

Ma l’impegno politico delle popstar di oggi non si riduce solo a lanciare messaggi simbolici. Una delle popstar più popolari e giovani del panorama attuale, Olivia Rodrigo, nel 2024 a soli 21 anni ha istituito Fund 4 Good, iniziativa per la giustizia riproduttiva, finanziata con parte degli incassi del suo tour. In stati con leggi restrittive sull’aborto (Missouri, Texas, Nebraska) ha fatto distribuire gratuitamente pillole del giorno dopo e preservativi ai concerti. Poi lo scorso Agosto ha alzato la posta, organizzando un festival benefico con solo artiste in lineup, il Daisy Chain Fields, che ha raccolto 20 milioni di dollari per Planned Parenthood, il National Women’s Law Center e altre organizzazioni per la salute riproduttiva di donne e ragazze.

Se la popstar è ora paladina dei giusti, esprimere una qualsivoglia critica nei suoi confronti è diventato socialmente inaccettabile. Si passa in automatico dalla parte del torto, o peggio: si viene considerati vecchi. 

Tra tutte le generazioni, è il turno dei millennial di aver paura di invecchiare, avendo superato i trent’anni e, in alcuni casi, i quaranta.

Non si tratta necessariamente di un timore per l’invecchiamento fisico però (per quanto lì fuori sia pieno di reel che prendono in giro le quarantenni di oggi, tutte convinte di dimostrare 26 anni), quanto della paura di non essere più in sintonia con lo zeitgeist.

I millennial sono l’ultima generazione ad avere avuto dei riferimenti legati a paradigmi tipicamente novecenteschi, come ad esempio un senso lineare dello scorrere del tempo e della storia, o la concezione che esista davvero una cultura “alta” e una “bassa”.

Per non parlare del maschilismo ben radicato nell’inconscio di tutti, anche dei soggetti più consapevoli, per cui percepiamo istintivamente la bravura tecnica e l’abilità compositiva come una caratteristica biologicamente maschile. Per quanto siamo ormai ben coscienti che tutti i passati riferimenti e gli strumenti per classificare il mondo attorno a noi siano totalmente saltati, e anzi siamo tra i più accaniti analisti del nuovo paradigma, quando ascoltiamo una canzone all’improvviso regrediamo e ragioniamo di nuovo con la pancia, con la memoria, con la nostalgia (d’altronde la musica rimesta proprio dentro questa pentola). Il fatto che la musica della nostra giovinezza sia fiorita in un periodo storico oggi considerato politicamente “scorretto” viene vissuto da molti millennial come un peccato originale a cui rimediare se non si vuole essere considerati dei vecchi tromboni. Abbiamo ricevuto in eredità una gerarchia culturale e contemporaneamente abbiamo imparato a vergognarcene.

Per questo molti di noi guardano alla rilassata noncuranza, alla totale mancanza di senso di colpa con la quale la Gen z si approccia ai prodotti culturali, e invece di disprezzarla cerca di imitarla. Una cosa che in sé è anche sana, se non fosse che la posizione assunta da molti sia quella dell’espiazione: “sì, lo ammetto, in passato ho disprezzato pubblicamente il pop commerciale, ma ora ho fatto un percorso di decostruzione ed ecco qui la mia collezione di vinili di Olivia Rodrigo” (confessione che immagino emergere a seguito dell’ictus provocato dalla notizia del suo featuring con Robert Smith dei Cure).

Dev’essere quello che ha pensato Emily Ratajkowski quando due anni fa, conversando in un podcast assieme a Troye Silvan, ha detto: “I was not a Swiftie and now I’m like, You know what that means? That means I was a misogynist that I didn’t fuck with Taylor Swift”

In un periodo in cui i social media hanno polarizzato il discorso pubblico e azzerato ogni tipo di contesto e sfumatura con le conseguenze nefaste che ben conosciamo, questa nuova rivalutazione del pop ha portato all’impossibilità di dissentire sulla base del mero gusto personale, e far passare l’idea che il gusto musicale non sia mai neutro, ma sempre spia di un pregiudizio identitario nascosto. Quindi per capirci se non ti piace la musica delle popstar in fondo sei un po’ maschilista, se non ti piace l’hip hop hai del razzismo interiorizzato, se non ti piace la trap delle periferie sei classista: il gusto musicale, nel 2026, non si discute, si giudica.

In questo contesto di totalitarismo musicale, i fandom sono diventati un nuovo soggetto sociale, con potenti mezzi e capaci di avere impatti notevoli sulle comunità. Quello che è passato alla storia come il “Tulsa rally ticket prank” ne è un ottimo esempio: nel 2020 Trump decide di fare un comizio in Oklahoma proprio nel giorno del Juneteenth (la festa che celebra la fine della schiavitù), e le fan del K-pop si organizzano per comprare migliaia di biglietti e poi ovviamente non presentarsi al comizio (Alexandria Ocasio-Cortez commentò pubblicamente il fatto, ringraziando gli “alleati K-pop” per il contributo).

Se spesso i fandom portano avanti azioni di attivismo contro politiche e personaggi conservatori, promuovendo di fatto un’agenda progressista e libertaria, è altrettanto vero che spesso usano il proprio potere per fini decisamente meno nobili, come lo squadrismo online contro chiunque osi muovere delle critiche (anche solo musicali) ai loro “leader”, alimentando un discorso assolutamente nocivo e fondamentalista attorno alla musica.

Le testate culturali, già minacciate nella loro stessa esistenza da enormi difficoltà economiche dovute al collasso del modello pubblicitario online, e salvate per i capelli dalle multinazionali, oggi si guardano bene dal pubblicare stroncature o anche solo dal suggerire pensieri critici sui dischi delle popstar. Preferiscono invece optare per alleanze politiche con i fandom (che non a caso si autodefiniscono “army”) elevando il poptimismo a status quo della critica mainstream e rendendola di fatto incapace di essere critica.

Come ha suggerito lo stesso Sanneh tornando sull’argomento lo scorso anno, una volta definire un artista “acclamato dalla critica” era un eufemismo per dire che non lo conosceva nessuno. Oggi invece c’è una sovrapposizione sospetta tra i gusti della critica e quelli del pubblico di massa, al punto che tre anni fa «USA Today» assunse un reporter dedicato full-time a Taylor Swift, che arrivò a scrivere oltre 500 articoli solo sull’Eras Tour. E a proposito di Swift e del terrorismo biondo che la circonda, vale la pena ricordare che la redattrice di «Pitchfork» Jillian Mapes ha ricevuto minacce di morte per aver dato “solo” 8/10 a Folklore, mentre «Paste Magazine» ha pubblicato la recensione del disco Tortured Poets senza firma per paura di ritorsioni contro i suoi giornalisti (e io esprimo qui il mio parere sperando che le migliaia di battute precedenti mi facciano da scudo: credo che Taylor Swift sia la più grande allucinazione collettiva che la storia della musica abbia mai partorito).

Forse tra qualche anno qualcuno stamperà su una t-shirt la frase “loving pop music doesn’t make you right”. Ma ora che il poptimismo ha definitivamente soppiantato il rockismo, non credo sia così importante chiedersi quale sarà il prossimo genere musicale a conquistare una posizione di dominio culturale, e a essere inevitabilmente sopravvalutato. Se la vittoria del pop coincide con la progressiva scomparsa della critica musicale, mentre i giornali licenziano i giornalisti e le piattaforme impongono le proprie logiche di consumo, forse dovremmo preoccuparci di qualcosa di più fondamentale. Abbiamo accesso a una quantità di musica impensabile fino a pochi anni fa, ma è sempre più difficile evitare di ascoltarla in maniera frammentata e distratta, e rischiamo di perdere – o forse abbiamo già perso – la possibilità di costruire con essa un legame emotivo e duraturo. Il problema, insomma, non è più stabilire quale genere meriti di essere ascoltato, ma difendere la possibilità stessa di ascoltare musica che ci piaccia davvero.

Nur Al Habash

Nur Al Habash lavora nell’intersezione tra musica, cultura ed ecosistemi creativi. Negli ultimi anni ha diretto la Milano Music Week e Italia Music Export, il primo ufficio per l’internazionalizzazione della musica italiana.

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