Articolo
Emiliano Ceresi

Un lavoro da masochisti e libertini. Intervista a Renata Colorni

Cover Ceresi

La sinfonia della prosa di Bernhard, le cene con Zanzotto e quelle, diversissime, con Busi; la rissa sfiorata con l’agente di Pasolini e le notti in bianco per tradurre "La montagna magica". Renata Colorni, figura chiave della nostra editoria, si racconta a partire dal suo imponente lavoro di traduzione e mediazione della cultura europea.

Entro nel cortile di un elegante palazzo milanese, immerso in un silenzio d’acquario. Dalle finestre arriva soltanto l’acciottolio di qualche stoviglia e il brusio pigro di un televisore acceso. Raggiungo una delle diverse scale che si affacciano sulla corte e comincio a salire. Prima ancora di arrivare alla soglia del suo appartamento, sento risuonare il timbro cristallino di Renata Colorni. “Ti sei mica perso? Capita spesso qui, sai”.

Fuori fa caldo. “Vuoi un succo di mela? Un po’ di Apfelsaft?”, mi domanda, mentre percorriamo un corridoio ampio che conduce alla cucina.

Una volta lì, picchietta l’indice sulla finestra indicandomi la casa di una delle figlie che, come lei, abita qui, al riparo dal chiasso della città. Mi dice con orgoglio che sua figlia è esperta di psicanalisi e non posso fare a meno di pensare che ciò sia dovuto almeno in parte proprio a Colorni, che l’opera di Freud ha cominciato a tradurre appena trentenne.

Su un tavolino di vetro, nel salone avvolto dalla penombra, si intravedono dei libri usati. “Cosa stavi leggendo?”, chiedo, contagiato dall’atmosfera di familiarità che la padrona di casa ispira. “Ultimamente resto affascinata dai libri letti dagli altri, certi postillati. Solo a guardare le serpentine che disegna chi li ha sfogliati prima di noi ci si sente trasportati accanto a loro nella lettura: è un po’ come viaggiare nel tempo”.

Colorni sgrana la serranda per far entrare la luce e al contempo ripararci dal caldo. Un raggio di sole penetra l’ombra disegnando losanghe sul tavolo a cui ci sediamo con i nostri bicchieri ambrati. Si rivela così attorno a noi una magnifica biblioteca, e senza volerlo lascio trasparire la mia ammirazione. “Non sono tutti qui, sai, c’è una stanza apposita e poi molti li ho dovuti dar via, altrimenti sarei sprofondata”, commenta Renata. Mi viene in mente il protagonista de Il raggio d’ombra di Giuseppe Pontiggia, scrittore e confidente di Renata Colorni, che in quel romanzo trova una villa a due piani, fuori dalla città, proprio per poter avere lo spazio per l’unica cosa a cui tiene, ma da cui rischia di essere schiacciato: i libri.

Alle pareti spiccano i disegni di Tullio Pericoli e le foto di famiglia. Non una famiglia qualsiasi. Lo scorso anno il Manifesto di Ventotene, il documento che auspicava l’unità politica europea, è tornato al centro della cronaca. Fu scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, durante il confino sull’isola di Ventotene, con il contributo di Eugenio Colorni, padre di Renata. A pubblicarlo e diffonderlo clandestinamente furono poi proprio Eugenio, che ne scrisse la prefazione, e Ursula Hirschmann, madre di Renata.

Lo ha citato Giorgia Meloni durante un intervento alla Camera dei Deputati, evidenziandone alcuni passaggi a suo avviso critici, senza tenere conto del contesto storico in cui fu scritto. Un intervento che ha suscitato le proteste delle opposizioni. Mentre venivo qui, intanto, una voce alla radio annunciava un nuovo attacco di Putin all’Ucraina. “Per un’Europa libera e unita”, il sottotitolo del Manifesto, resta, a 85 anni di distanza, un ideale ancora lontano dall’essere realizzato.

Il mio sguardo percorre la libreria che ci circonda, soffermandosi sui molti dischi di musica classica, impilati a fianco di un grammofono, e su alcuni volumi che occhieggiano, in posizione di rilievo, dalle nicchie in cui sono custoditi.

Sono i Meridiani Mondadori, la collana che Renata ha diretto per anni. Prima è stata la responsabile della narrativa tedesca in Adelphi, dove ha dato voce ai classici, trovando per ciascuno un timbro proprio, che ha fatto da modello a tanti scrittori qui da noi. Le sue traduzioni, infatti, hanno ampliato le possibilità della prosa italiana: un progetto che mi pare proseguire, con strumenti e intenzioni proprie, quello dei suoi genitori.

Per tutta la durata della conversazione avrò la sensazione che non siamo soli. Sono molti gli sguardi che ci spiano dalle fotografie incorniciate sugli scaffali, e ai quali Renata Colorni sembra talvolta rivolgersi mentre ripercorre più di cinquant’anni di storia editoriale, intimamente intrecciata alla sua biografia.

Ascoltandola, mentre i personaggi che evoca prendono forma attraverso le sue parole, mi tornano alla mente le pagine che Garboli dedica ai Meridiani. Nel suo La pianura proibita il critico ricorda che la serie è “nata come una collana del tipo ‘opere complete’, o ‘il meglio di’”, mentre “da certi segni impercettibili s’intravede che il suo destino è un altro: la grande sartoria, l’atelier dove l’opera di un autore si epifanizza, si rivela nella sua totalità, studiata, schizzata, sagomata al centro degli specchi con lo spillo fra le labbra, grazie a tanti gessetti indicatori”.

Mi sembra che Colorni ripeta lo stesso gesto durante il nostro incontro. Gli scrittori che evoca sono quasi sempre stati anche suoi amici, e nel ricordarli li osserva, ne ricompone i tratti, li restituisce nella loro complessità, con una naturalezza che nasconde la precisione del lavoro. È così che, per usare ancora le parole di Garboli, “al di là delle opere, l’autore campeggia in uno spazio esistenziale ma anche vagamente metafisico”.

Ceresi Ritratto 3

Foto di Ferdinando Scianna.

Nel tuo saggio Il mestiere dell’ombra. Tradurre letteratura, pubblicato da Henry Beyle, scrivi che tutta la tua vita è stata dedicata alla traduzione letteraria. Hai iniziato la tua carriera traducendo le opere di Freud, che hai più volte definito un grande scrittore. Non è una presa di posizione scontata.

Io sono laureata in filosofia medievale e non era affatto previsto che il lavoro su Freud sarebbe stato così essenziale nella mia vita. Nel 1979, quando terminai la traduzione e revisione delle sue Opere per l’editore Paolo Boringhieri, mi chiamarono da Adelphi Luciano Foà e Roberto Calasso.

Sul momento, date le mie competenze, pensai: “Oddio, vogliono mettermi a fare Nietzsche”, ma io non avevo voglia di occuparmi ancora di saggistica. Per quanto dubbiosa, andai con molta curiosità a sentire cosa avevano da dirmi. Oltretutto conoscevo da tempo Roberto Calasso, perché a Roma, da ragazzi avevamo frequentato gli stessi giri. Lui studiava al Tasso, io e mia sorella Eva al Giulio Cesare, due licei classici non così distanti, e lui a quei tempi corteggiava tantissimo Eva [ride].

Nel 1979 Adelphi era già una casa prestigiosa, fui onorata del loro interesse, eppure proprio non capivo cosa volessero da me. Entrai con una faccia che sembrava dire: “Che cosa pensate io possa fare per voi?”. E loro subito: “Ma quale saggistica, noi ti vogliamo per la letteratura tedesca. Tu hai tradotto Freud e ti sarai certo accorta che è un grande scrittore”.

Fu dunque la bellezza letteraria dei testi di Freud, che a modo mio ho provato a restituire nella nostra lingua, a far sì che mi volessero con loro.

È opinione condivisa, tra gli esperti, che la tua traduzione sia migliore di quella inglese.

Così dicono. Pochi mesi fa la Società Psicoanalitica Italiana mi ha consegnato il premio Cesare Musatti, e in effetti da quella traduzione ha origine tutta la mia carriera di traduttrice di scrittori. Come notavi tu, la traduzione si è rivelata letteraria col senno di poi; io non potevo prevederlo all’inizio: in certi momenti quella schiera di volumi mi è parsa invalicabile.

Non esiste forse un autore più maneggiato per osmosi, spesso da chi neanche lo ha letto. Non ti fa impressione pensare che sei stata tu ad aver coniato sintagmi e categorie che oggi usiamo quotidianamente nei nostri discorsi? Tua figlia, che mi dicevi essere psicoanalista, usa il lessico che tu per prima hai tradotto.

Il bello è che Freud ha usato un lessico unico, al tempo stesso imprevedibile e letterario. Pensa a Übertragung, termine da noi tradotto con “traslazione”, che poi però non ha avuto fortuna.

Si è affermato transfert, credo.

Esatto; ma vedi, Übertragung non è un termine che appartiene a un gergo specialistico se si considerano gli usi che ha in tedesco. Vuol dire “portare una cosa da un posto all’altro”. In italiano è brutto, burocratico: fa pensare alla traslazione delle salme. E Freud ne ha fatte parecchie di queste scelte non ovvie.

A 33 anni eri già alle prese con dubbi interpretativi non piccoli.

C’è da dire che prima di lavorare a quell’impresa per Boringhieri ho fatto il mio apprendistato da Franco Angeli, un editore interessantissimo dove ho imparato molto di ciò che so.

In Angeli c’era una piccola redazione dove non venivi sottovalutata se eri giovane, anzi. Non ero ancora entrata e già avevo mille responsabilità: correggere le bozze, editare i testi degli altri, parlare con autori e traduttori, ma anche scegliere i libri! E lì ho cominciato a revisionare le traduzioni altrui, attività che non ho più abbandonato per il resto della mia vita.

Angeli mi ha poi dato la libertà di immaginare e impostare alcune collane accademiche: fino a poco prima avevo fatto l’assistente di Franco Alessio all’Università di Milano, e lavorato con Mario Dal Pra, importante storico della filosofia ed eminente figura dell’antifascismo milanese. Il lavoro editoriale affidatomi da Franco Angeli fu per me in un certo senso la prosecuzione con altri e nuovi strumenti della mia ricerca universitaria.

A dirigere la collana di pedagogia chiamammo la bravissima pedagogista Egle Becchi, che è morta poco tempo fa: avrà avuto ormai 100 anni perché era parecchio più vecchia di me. Per la psicologia scegliemmo un professionista preparato e autorevole come Marcello Cesa-Bianchi, e per la geografia umana uno studioso molto originale e interessato al rinnovamento del sapere, Lucio Gambi.

Prima di Freud a Torino, mi ero dunque occupata di psicologia al fianco di Cesa-Bianchi e dei suoi bravissimi allievi a Milano. Però lavoravo su testi che non avevano nulla a che fare con la psicoanalisi: saggi di cognitivisti, essenzialmente, dunque tutt’altro genere. Ma qualcosa di quelle letture doveva pur aver lasciato una traccia: quando mi è stato chiesto di occuparmi di Freud ho nuotato in acque che mi sembrava di conoscere da sempre.

E come mai uscisti dalla casa editrice?

Quando avevo la tua età, fui inviata da Angeli – ricordo ancora il chiasso e la palpitazione – alla Fiera di Francoforte. Si trattava allora di un evento molto significativo, perché davvero si disputavano i libri in lotte senza sconti. Era un mercato: con i pregi e i difetti di questo tipo di spazi. Adesso tutto si fa già da prima, per giunta su internet, e non c’è più gran gusto, dai.

Ecco, a Francoforte incontrai Michele Ranchetti, un uomo coltissimo che conosceva la mia famiglia e la sua storia. Lo incrociai in uno di quei corridoi ampi come transatlantici, affollati di gente che parlava in mille lingue: una Babele in pratica.

E mi chiese con sguardo interrogativo, da sotto gli occhiali: “Ma tu sei contenta di stare da Franco Angeli?”. Io gli risposi, forse non ingenuamente: “Sì, sai faccio tante cose, collaboro a diverse collane, quella che più mi gratifica è quella di psicologia…”.

Immagino fosse la collana in cui avevi più margine…

Per quella collana, ma direi quasi fuori collana tanto era originale, avevo da poco scelto un libro di uno psicoanalista che si chiamava Giovanni Carlo Zapparoli: era intitolato La perversione logica e indagava i rapporti tra sessualità e pensiero nella tradizione psicoanalitica.

Parlai a Ranchetti di questo saggio, presa dal trasporto che si ha solo a quell’età, e lui deve aver detto al suo grande amico, Paolo Boringhieri: “Guarda, c’è una ragazza che conosce bene il tedesco per via della madre, che è un’intellettuale berlinese, e inoltre sa anche qualcosa di psicologia: direi che fa al caso nostro”.

La mia vita è stata orientata dalle coincidenze: chissà cosa sarebbe accaduto se non avessi svoltato in quel corridoio, quel giorno. O se quel grande e originale editore che è stato Paolo Boringhieri – un uomo timido, intelligentissimo, conoscitore della lingua e letteratura tedesca, appassionato di scienza ma anche della psicologia del profondo – non mi avesse di lì a breve convocata a Torino per propormi di occuparmi della più importante e prestigiosa delle sue imprese, la pubblicazione delle Opere di Sigmund Freud.

Prima, citando il titolo di Zapparoli, hai usato una parola che torna anche nel tuo saggio, in cui scrivi che il traduttore è una figura “perversa”. Poi aggiungi anche masochista. A differenza degli scrittori che, dici, sono invece dei narcisisti. Vorrei che mi parlassi di questi due profili psichici distinti e a volte complementari.

Il traduttore per me è innanzitutto uno scrittore mancato. Ha una sola speranza: essere capace di farsi scrittore. Ne ha magari il talento e la passione, ma qualcosa di decisivo gli manca. Gli manca il tema, la fantasia, la materia originaria. Vuole scrivere, è capace di scrivere, eppure ha bisogno di una spalla su cui elevarsi. È una figura drammatica, in cerca di identità e difficile da inquadrare. La sua unica e vera soddisfazione è porsi efficacemente al servizio del lettore, diventare la voce di un grande autore in un nuovo universo linguistico.

Lo scrittore che traduce, invece, è di solito una persona al servizio di se stessa. La traduzione è per lui un importante esercizio letterario che arricchisce e affina i suoi talenti; infatti, tanto per cominciare, egli traduce di preferenza ciò che gli piace immensamente. Difficilmente lo scrittore traduce qualcosa che non gli interessa: manco gli viene in mente!

Il lavoro di traduzione affidato a un professionista implica incarichi che vanno portati a termine anche controvoglia: il nostro è un mestiere di compiti che devono essere espletati con rigore. Inoltre è quasi sempre mal pagato.

Poi, certo, può capitare che un traduttore si innamori a tal punto di un autore che il desiderio di farsi voce dei suoi libri diventi immenso e preponderante, ma non è questa la norma, come a volte si dice con eccessivo romanticismo. Viceversa, per lo scrittore la traduzione è spesso una palestra letteraria: un’attività appassionante che gli risulta utilissima per diventare uno scrittore ancora migliore, per farsi i bicipiti. Oppure, nel migliore dei casi, per esplorare possibilità nuove per la propria arte. 

A proposito di servizio, non c’è forse un autore a cui ti sei dedicata con pari dedizione a quella che hai riservato a Thomas Bernhard. Lui che peraltro, in più occasioni, ha dichiarato di non voler conoscere i suoi traduttori.

Affermazione in linea con la sua misantropia che spesso, però, diventava una posa. Pensa che le mie traduzioni le ha pure lette, per quanto gli fosse possibile farlo in italiano. Mi è stato riferito che il commento fu: “Queste traduzioni appartengono alla traduttrice”. Punto e basta.

La traduzione, insomma, è per Bernhard un dono, l’unico mezzo che all’autore è concesso per potersi esprimere in forme nuove e in altre culture. Insomma, intuiva bene che la traduzione è un lavoro letterario a pieno titolo che appartiene esclusivamente a colui che l’ha compiuto.

Pensavo, appunto, a quanto sei stata scrittrice a pieno titolo per suo tramite. Sono parecchi gli scrittori ascrivibili a una “funzione Bernhard”: Giovanni Ferrara, Vitaliano Trevisan, Ugo Cornia, Rosa Matteucci, per fare davvero solo alcuni dei nomi possibili, peraltro molto diversi tra loro. Tutti autori che hanno ripreso una sintassi riconoscibilissima, tra l’affabile e il ripetitivo, che tu per prima hai “traslato” in italiano. Per citarti, hanno a volte bernhardeggiato, insomma.

Trevisan non l’ho mai conosciuto: m’è rimasta la curiosità. Eccellente scrittore che non so se sapesse il tedesco, in effetti. E che nei primi libri si rifaceva tantissimo a Bernhard: poi però si è come gradualmente affrancato dal modello.

Ma vedi quand’è che la traduzione compie il suo dovere e diventa per davvero un lavoro letterario? Quando è capace di far entrare la voce di un importante autore straniero nella tradizione letteraria della lingua di arrivo. Quando forza e incrementa le possibilità espressive di una lingua, nel nostro caso l’italiano, e ne amplia il campo ideativo. Quando, grazie a un certo modo di tradurre, a un’originale filosofia e anche creatività del traduttore, una voce nuova trova il proprio posto nel coro della nostra tradizione culturale.

In quel caso, insomma, il testo tradotto diventa un libro della letteratura italiana, degno perciò di essere ricalcato, ripreso, emulato persino. Se e quando ciò accade, vuol dire che quella non è più soltanto una traduzione, bensì un testo autonomo e d’autore. Il campo si è espanso, tutto si è compiuto.

Per il successo delle mie traduzioni, devo molto a Grazia Cherchi: quelli erano anni in cui la critica era molto appassionata e vivace e dunque veniva letta di più, e il fatto che alla Cherchi fosse così tanto piaciuto il Bernhard che ho tradotto fece sì che sui giornali tenesse banco questo, per tanti versi scoraggiante, scrittore austriaco. Pure Giovanni Raboni si spese moltissimo per i suoi libri pubblicati in Italia.

Quello che affermi rispetto all’ampliamento delle voci accade curiosamente anche con le traduzioni che nel tempo si sono rivelate imprecise o inadeguate alla prova del tempo. Penso a quelle di Pavese e Vittorini, per esempio: un’altra sintassi, oggi forse datata, fortemente ricalcata da chi scriveva in quegli anni.

Certo, in quella fase, però, fu ampliato per un momento il campo della traduzione letteraria: si ampliò, cioè, la potenza. Ci furono scrittori che, senza aver letto una riga di Kerouac o Hemingway, scrissero come la Pivano. Ora quel modello si è esaurito. E con lui anche la moda della Beat Generation: per un periodo però, lo ricordo bene, è stata una corrente imprescindibile. Le traduzioni, proprio come gli autori, vivono anche di queste folate.

Ceresi 1

Mi chiedo quanto ci sia di tuo in Bernhard, dunque: l’idea dell’anacoluto, della variazione nell’identico, della spirale sintattica.

Beh, in quel caso mi è parso necessario reinventare uno stile. Se avessi fatto una traduzione letterale sarebbe uscita una copia stonata e inadoperabile: come per certi vecchi doppiaggi artificiosi che oggi sono un po’ ridicoli, non trovi? Ho immaginato dentro di me una voce nuova, un ritmo sconosciuto, e su quel tono ho accordato i testi. D’altronde non ho curato solo le opere di Bernhard che ho personalmente reso in italiano, talora in collaborazione con amiche e colleghe, ma ho seguito in prima persona anche tutte le revisioni dei libri che Adelphi ha voluto pubblicare di questo immenso scrittore.

Cominci con Perturbamento…

Un libro meraviglioso, abissale. Che non ho firmato io, bada, la cura è di Eugenio Bernardi, ma l’ho seguito passo passo nella revisione. Un grande esercizio di discussione. Per poi dare tutta me stessa in quelli che più amo: Il soccombente, Il nipote di Wittgenstein, Un bambino.

Nipote

Naturale, visto che hai citato Il soccombente, pensare a Glenn Gould. Ho notato che nel tuo saggio quello musicale è il campo semantico cui più volentieri fai riferimento per parlare di traduzione. In un passo paragoni Bernhard alle sinfonie di Bach, tutta la tua nota sulla Montagna magica di Thomas Mann è dedicata al Leitmotiv: quanto ha contato per te la musica? Qui intorno vedo tanti dischi di musica classica…

Ha contato moltissimo. Io amo la musica. Ora faccio fatica a camminare con queste temperature inclementi, ho una certa età, eppure non rinuncio ai concerti e alla Scala. Sono abbonata e seguo il Conservatorio, adoro i quartetti, per me sono quasi una dipendenza, sai? I libri vanno sempre letti ad alta voce prima di congedarli. Se la musica non funziona, vuol dire che qualcosa stona anche nella resa. In Bernhard c’è una sinfonia nascosta nella sua sintassi che batte di continuo, come un timpano. Occorre quel ritmo assecondarlo, farlo proprio.

Ti capitava di “eseguire” lo spartito delle tue traduzioni, per dirla con Cesare Garboli?

Ora forse ti faccio ridere. Nel mio studio in Adelphi c’erano, oltre alle consuete scartoffie da sbrigare, montagne e pile di dizionari ed enciclopedie di cui ci servivamo per tradurre. Dunque in quella stanza c’era un viavai continuo di redattori che entravano per consultarli, dare un’occhiata per un dubbio, sfogliarli per vari controlli, praticamente una biblioteca.

Il traffico era tale che ormai, per abitudine e strategia di sopravvivenza, non alzavo neppure la testa quando qualcuno varcava la soglia. Al massimo un cenno del capo, poi subito reclinato. E l’adorato Luciano Foà amava spesso ammonire chi entrava: “Non la disturbate, Renata sta recitando il rosario!”. 

Questo perché io trascorrevo le mie giornate a leggere e rileggere ossessivamente le traduzioni mie o di altri a voce alta finché non ero fermamente convinta dell’armonia di ogni frase, della posizione di ogni aggettivo.

Proprio da una lettura ad alta voce, in cui la litania spiralante di Bernhard viene pronunciata, ho capito a fondo quanto sia comico nelle sue esasperazioni. Elia Schilton ne dà una lettura molto convincente in audiolibro.

Da morire. A tratti esilarante. Mi colpisce tanto più il fatto che qualcuno dica che Bernhard si sia suicidato come il nonno: forse è proprio questo continuo riderne che non gli permetteva di amare la vita? Parlano di suicidio molti dei suoi libri.

La musica per me è fondamentale per Bernhard almeno quanto per Mann, però. La sinfonia nella prosa di Mann è presentissima ma diversa: qui non batte di continuo, è fatta semmai di onde lente che avanzano concentriche.

Hai studiato anche tu a Pavia, come Arbasino. Pure tu come lui scappavi per andare a vedere l’opera?

Ricordo una nebbia spaventosa. Il viaggio da Pavia a Milano oggi è una sciocchezza, basta il Trenord. Ma quando io ero giovane non era cosa semplice. Eppure, appena potevo, fuggivo per andare a teatro o alla Scala.

E Testori, di cui da poco è uscito il Meridiano?

Non è un autore che conosco bene e non l’ho mai troppo amato, ho deciso di pubblicare quel Meridiano anche se poi è uscito quando ormai io avevo lasciato la direzione della collana. L’ho fatto anche per la grande stima che nutro per Giovanni Agosti, da cui mi arrivò la proposta. Lo stesso era avvenuto con Gianni Celati per il quale contò la passione e l’insistenza di Marco Belpoliti, che era suo amico. Ci ha visto giusto: ora che il tempo ha lavorato a suo favore, è a tutti evidente che Celati è stato una figura importante della nostra narrativa contemporanea.

Pensa che ancora adesso deve uscire qualche Meridiano che ho commissionato e impostato io: d’altra parte, per diversi anni, ne abbiamo fatti una decina all’anno, sono numeri oggi impensabili.

Come si faceva a mantenere un simile ritmo di pubblicazioni?

Avevo una redazione, che adoravo, di 12 collaboratrici assai competenti. Per me tutte care amiche. La straordinaria caporedattrice, Elisabetta Risari, e poi redattrici, interne ed esterne, che formarono una bellissima squadra coesa e appassionata.

Ti mancano?

Molto, ma ho lavorato fino a pochi anni fa, ben oltre i miei 80 anni. Sono uscita da Mondadori dopo 25 anni perché a causa del maledetto Covid non si poteva più entrare in casa editrice. Ora per Rizzoli faccio consulenze mirate. Da poco è uscito un volume che ho consigliato io per la BUR, la gloriosa collana diretta oggi da Lydia Salerno, che si avvale della collaborazione di un giovane e appassionato editor, Simone Re. Il volume si intitola Io Pirandello. Uomo del caos, è una biografia che sta facendo molto parlare di sé e l’ha scritta Annamaria Andreoli, celebre studiosa di D’Annunzio, del quale ha curato l’opera omnia in undici volumi dei Meridiani. È un lavoro importante e innovativo, che si avvale di numerosi documenti e lettere inedite per indagare a fondo il rapporto di assoluta adesione di Pirandello al fascismo e allo stesso Mussolini. Una relazione di cui si conosceva ancora troppo poco e sulla quale era necessario fare chiarezza, specie di questi tempi.

Sempre per la BUR di Rizzoli ho tradotto da non molto due libri di Arthur Schnitzler: Il sottotenente Gustl, celebre racconto introdotto da Elisabeth Galvan e arricchito da un saggio di Vittorio Lingiardi su letteratura e psicoanalisi, il bel romanzo amato da Hofmannsthal dal titolo La signora Berta Garlan: due ritratti fondamentali per capire cosa avvenne nel primo Novecento in Europa. Due opere di un grande scrittore.

E poi fornisco volentieri i miei pareri di lettura.

Ricordo che a proposito de Il sottotenente Gustl, Arthur Schnitzler appuntò sul Diario: “Sensazione che si tratti di un capolavoro”. Tu li conservi i tuoi pareri?

No, non ci tengo.

Mi pare tu abbia interiorizzato questa dimensione quasi junghiana dell’ombra del traduttore: se qualcuno dovesse cercare il tuo pensiero, è nei chiaroscuri dei libri che hai tradotto, tra le righe.

È così. Quel libro sul tradurre letteratura me lo ha estorto con le pinze Vincenzo Campo, splendido editore Henry Beyle. Ma ne conservo un bel ricordo, soprattutto per una meravigliosa cena a casa di Romano Montroni, il libraio scomparso da poco che ha speso la sua vita per la diffusione dei bei libri. Fu a Bologna, in coda alla più bella presentazione del mio piccolo libro presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, con Marco Antonio Bazzocchi e Stefano Salis. 

Ombra (2)

Alla fine, dicevo, sono stata contenta di averlo scritto perché ho capito che aveva senso dire qualcosa su quella che Yves Bonnefoy ha chiamato “la comunità dei traduttori”. Fa sentire meno soli condividere l’esperienza di un lavoro tanto delicato: l’ho scoperto venendo a conoscenza dei pareri di amici e colleghi che nelle mie pagine si sono riconosciuti.

Ma torniamo a Pavia, ai tuoi studi.

Anzitutto Franco Alessio fu il mio maestro in filosofia. Da lui ho imparato a penetrare nel pensiero degli autori che leggo.

Poi non sono mancati quelli letterari. C’era Cesare Segre, al quale molti anni dopo abbiamo dedicato un Meridiano, che aveva allora un legame sentimentale con Maria Corti: in una città tanto piccola lo sapevamo tutti, e mi faceva sorridere di tenerezza vederli darsi del “voi” e fare i vaghi nei corridoi della facoltà [ride]. 

Accanto a questi due giganti, e al mio grande e finissimo amico Cesare Bozzetti, dominava nella scena letteraria pavese la straripante personalità di Lanfranco Caretti, uomo brillantissimo dalla sterminata cultura a cui devo molto. A quel tempo vivevo in un collegio universitario, il Castiglioni Brugnatelli, proprio di fronte al Ghislieri. La mia famiglia era a Roma e, diversamente dalle tante compagne di collegio che nel fine settimana tornavano a casa, dalle loro famiglie sparse in Lombardia, io restavo sola nella mia stanzetta di collegiale. Grazie all’amicizia di Caretti guadagnavo qualcosa dando ripetizioni ai suoi figli, che ricordo simpatici. È così che mi compravo i biglietti per il teatro. Ma soprattutto trascorrevo in compagnia della famiglia Caretti giornate altrimenti lunghissime.

Ho studiato sul commento di Caretti al Furioso: davvero ricchissimo. Lui era anche molto attento alla letteratura contemporanea, come spesso accadeva con i filologi del tempo, penso a Contini.

Hai ragione; è soprattutto grazie a lui che, specie all’inizio dei miei studi, ho conosciuto molti scrittori contemporanei. Teneva un seminario a Pavia in cui coinvolgeva sempre autori di notevole valore, che per di più erano suoi amici. Ricordo che vennero a trovarci in classe personaggi come Mastronardi, Vittorini, Pratolini…

Qualcuno di loro ti ha lasciato un’impressione particolare?

Soprattutto il tenero Mastronardi. Devi sapere che Caretti non solo ci faceva conoscere questi scrittori ma voleva che preparassimo delle domande da porre a ciascuno di loro a fine seminario. Le domande che formulavamo noi studenti, però, erano molto più complesse e articolate di quelle alle quali gli scrittori erano soliti rispondere. Il più delle volte gli scrittori sono persone assai più dirette e spontanee di come eravamo noi cavillosi studenti, per giunta armati di filologia.

“Ma vedi quand’è che la traduzione compie il suo dovere e diventa per davvero un lavoro letterario? Quando è capace di far entrare la voce di un importante autore straniero nella tradizione letteraria della lingua di arrivo. Quando forza e incrementa le possibilità espressive di una lingua, nel nostro caso l’italiano, e ne amplia il campo ideativo”.

Ricordo Mastronardi, che fu davvero buffo. “Ma io”, ci disse, “ho scritto le cose così come mi venivano ne Il maestro di Vigevano. Poi Vittorini mi ha incoraggiato: ‘Bravo, vai avanti!’ E io questo ho fatto: sono andato avanti”. Noi studenti abbiamo presto capito che le nostre avventurose esegesi si spingevano ben oltre le riflessioni di diversi scrittori. A monte non c’era chissà quale consapevolezza critica. Una lezione che ho fatto mia anche a proposito di altri scrittori, poi, in Mondadori.

Esistono però delle eccezioni, gli scrittori-professori.

L’unico più astruso di noi, cervellotici allievi, fu Edoardo Sanguineti. Che infatti ci lasciò ammutoliti. Pratolini invece era di un’ingenuità, o meglio di un’assenza di consapevolezza stilistica, che ci lasciò francamente stupefatti.

E in effetti, allora presentissimo nel canone, oggi sembra piuttosto superato secondo pareri unanimi. Tu hai a lungo diretto i Meridiani, la collana ammiraglia di Mondadori che più è in grado di orientare il canone, spesso di registrarlo o ampliarlo. Sotto la tua direzione sono state fatte scelte auspicabili ma imprevedibili: penso ai volumi che hai dedicato a Bevilacqua e Chiara, due scrittori spesso snobbati e ritenuti dalla critica troppo commerciali.

In Italia siamo stati in grado di snobbare perfino Fruttero e Lucentini, magnifici scrittori per i quali Domenico Scarpa ha apparecchiato una splendida curatela nei due tomi del Meridiano a loro dedicato. E lo stesso ho provato a fare con gli “stranieri”: Truman Capote, Hammett, Chandler, di cui si sono resi conto ora anche in Adelphi. Autori di alto intrattenimento il cui unico difetto, vizio tutto italiano, è quello di essere stati troppo amati dai lettori.

Per Soldati, autore oggi inspiegabilmente poco letto, ho fatto quello che nessun editore ha fatto, ossia tre Meridiani. E anche lì si sono levati i “ma come?!” a mio avviso ingiustificati. Continuo infatti a pensare che si tratti di uno scrittore importantissimo e decisivo. Non riusciamo a perdonargli un po’ di televisione, peraltro con divulgazione di alto livello? Le critiche non sono mancate neppure per i volumi dedicati a Scalfari, Terzani, Camilleri.

I Meridiani, però, non sono sempre stati così, direi, accoglienti: c’entra “la tua impronta di editore”.

In questo, in effetti, c’entrano le mie scelte. Sono arrivata a Segrate nel marzo del 1995 perché i miei rapporti con Adelphi, a causa di alcuni dissapori, si erano nel frattempo deteriorati. Lasciare la casa editrice dopo tanti anni è stato per me un grande dolore perché lì, in Via San Giovanni sul Muro, avevo goduto di grande fiducia, e fatto un lavoro bellissimo che mi è piaciuto immensamente. Non solo perché ho curato tutti i libri di letteratura tedesca dal 1979 al 1995, ma anche perché ho approfondito le ragioni della mia passione letteraria attraverso il lavoro di traduzione.

Nella Storia confidenziale dell’editoria Gian Arturo Ferrari scrive che sei una “persona cocciuta” con una gran voglia di mettersi alla prova.

Il mio carattere curioso, questo è certo, contò. Quando nel 1995 entrai in Mondadori, per esempio, i poeti italiani del Novecento accolti nei Meridiani erano i grandi classici: D’Annunzio, Gozzano, Moretti, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, Cardarelli: autori che avevo già studiato a scuola e ampiamente monumentalizzati.

Quello stesso anno, però, Mondadori organizzò un vivacissimo convegno su Vittorio Sereni. Come certamente sai, Sereni era stato direttore letterario della casa editrice e c’era anche un Meridiano, curato da Dante Isella, di cui si discusse animatamente in quell’occasione al Piccolo Teatro. Altri tempi. Io ero appena approdata a Segrate e sono andata ad ascoltare questo convegno molto dotto e molto filologico, proprio nelle corde di Dante Isella. E quando sono tornata a casa ho pensato: se la Mondadori fa un tomo su Sereni non può essere solo perché ne è stato il direttore. Ci deve essere un motivo più profondo.

E infatti c’era. Sereni appartiene a una stagione letteraria, il secondo Novecento, della quale fanno parte altri sommi poeti: Bertolucci, Caproni, Luzi, Raboni, Giudici, Pasolini, Penna, Sbarbaro, Rosselli, fino a Zanzotto. Andai allora dal grande capo di Mondadori, il mio amico Gian Arturo Ferrari e gli chiesi: “Mi permetti di andare da Bertolucci a proporgli un Meridiano? O da Luzi? O da Giudici?”. E di esplorare la possibilità di pubblicare nella collana il grande Caproni? Erano prevalentemente persone vive, a quel tempo. L’idea di conoscerle, di vedere i tavoli del loro lavoro, mi elettrizzava.

C’è un bel saggio di Enrico Fantini che ragiona sui modi in cui i poeti, lui ritiene dal 1975, iniziano a prendere coscienza del loro posizionamento pubblico e riflettono sull’esigenza di coltivare il proprio personaggio letterario. Immagino che le reazioni a un simile attestato furono le più diverse.

Certo, ti faccio un esempio: Giudici era un uomo tormentatissimo. Fu lusingato dalla proposta ma aveva problemi esistenziali profondissimi e laceranti. Era un uomo molto scontento per ragioni intime. Non fu facile approcciarlo e superare una barriera emotiva dovuta alla sua delicata sensibilità di poeta. 

Luzi ritenne che il Meridiano fosse un atto dovuto, che gli appartenesse per lignaggio da sempre e per sempre. Bertolucci, invece, che ci fu molto riconoscente e accolse la proposta con grande umiltà, alla fine però ci impose le sue regole: “Sì, Renata, io sono felice, facciamo tutto, ma non voglio finire come il povero Vittorio, sepolto dalle varianti” [ride].

Il povero Vittorio era Sereni, e il volume a lui dedicato era stato curato da Isella, il più filologo dei filologi, il quale lo aveva colmato di appendici variantistiche. Quel modo di concepire il Meridiano, che molti consideravano un atto di insuperabile cura e dedizione, Attilio Bertolucci non l’avrebbe sopportato. E infatti da principio non volle neppure farci vedere le sue carte: non ti dico quanto ho dovuto insistere per permettere ai curatori di procedere nel loro lavoro e compiere i necessari approfondimenti sulle vicissitudini testuali delle raccolte.

Ma vedi, i Meridiani di poesia sono importanti anche perché i ricchi apparati critici, filologici e biografici di cui sono dotati danno finalmente accesso a opere che sono, oltre che difficili da comprendere, quasi irreperibili in libreria. In molti citavano Paul Celan, ma in pochi, sono sicura, lo avevano capito prima dell’uscita del Meridiano a cura di Giuseppe Bevilacqua.

E ancora: quando le trovi tutte le raccolte di Andrea Zanzotto nelle librerie Feltrinelli? E poi, anche qui, vallo a capire un autore della complessità di Zanzotto, senza un’introduzione critica e delle note che ti orientino in qualche modo.

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Per quello c’è voluto un poeta come Stefano Dal Bianco. Zanzotto è un altro di quegli autori che hai curato quando ancora era vivo: forse il nostro poeta più complesso sul versante teorico.

Schivo e buffissimo, sono andata innumerevoli volte a casa sua a Pieve di Soligo. Mi raccontava molte cose, anche riguardanti la sua famiglia. Un genio in cui il talento si sommava alla nevrosi. Un giorno gli chiesi: “Andrea, ma perché ti lamenti così tanto di questi tuoi vicini?”, e lui: “Beh, perché hanno un cane”. Io, che pure empatizzo con questa sua paura, replicai: “Che fa, ti aggredisce, abbaia?”. “No, ma podarìa” (‘potrebbe’) [ride].

C’è tutto Zanzotto in questa angoscia potenziale… Con altri le cose, immagino, furono più facili: mi viene in mente Giuseppe Pontiggia, che hai conosciuto in Adelphi e a cui hai dedicato un Meridiano poco dopo la morte. Un uomo che sembra sorridere in ogni foto che lo ritrae.

Un uomo in tutto straordinario: ironia, intelligenza, finezza, immensa cultura e amore per i libri, anche concepiti come oggetti da contemplare. Custodirò sempre il ricordo della sua magnanimità di pensiero. D’altronde basta leggere Nati due volte per rendersene conto. Per me fu poi il primo grande adelphiano: devo soprattutto alla sua gentilezza sorridente l’essermi sentita immediatamente accolta. Aveva un tale gusto e ampiezza di orizzonti che ha potuto per anni fare il consulente sia per Adelphi che per Mondadori: difficile oggi immaginare un profilo simile.

Il suo è stato il Meridiano che abbiamo realizzato in minor tempo: alla sua morte ho fatto una promessa alla moglie Lucia, mia cara amica: “Uscirà entro l’anno”; e abbiamo lavorato come pazzi, credimi, per onorarla. Di notte e di giorno con Daniela Marcheschi, che è stata una curatrice generosissima. Una volta a cena confidai al Peppo che, quando ero bambina, nessuna delle mie compagne di scuola aveva come me il papà morto ammazzato: non era qualcosa che potessi condividere con qualcuno della mia età. Oltretutto, mio padre è stato assassinato molto vicino alla mia scuola, ossia nel quartiere Trieste, a piazza Bologna: è lì, infatti, in via Livorno, la sua lapide.

Capitava così che quando la maestra faceva l’appello, alle elementari, e leggeva il mio nome sul registro, subito poi mi domandasse: “Ma sei per caso parente del poverino che hanno ammazzato?”. Ho confessato questa mia tremenda esperienza infantile a Pontiggia e lui, tempo dopo, mi disse che non mi aveva raccontato una cosa analoga a parti invertite accaduta nella sua vita: per dirti il tatto di cui era dotato. Aveva un parente fascista che era stato torturato dagli antifascisti, e per non turbarmi si era tenuto questo dolore per sé.

E in effetti l’amore per i libri è in ogni suo romanzo, i cui protagonisti sono spesso bibliofili. Lui è stato, tra l’altro, tra i primi a ideare i corsi di scrittura: una pratica oggi molto diffusa.

Giusto, ma per me è suo anche un altro specialissimo primato: quello di essere stato tra i primi a credere nella buona qualità delle mie traduzioni. Mi fece tenere nella sua scuola uno dei suoi corsi; ho quindi tenuto lezioni, che piacquero molto agli studenti, sulla traduzione della Signorina Else di Arthur Schnitzler, che avevo da poco fatto per Adelphi. La misi a confronto con le altre versioni italiane e spiegai le ragioni delle mie scelte perlopiù mostrando ciò che negli altri mi sembrava meno convincente. Per tradurre bene, comunque, non servono a mio avviso solamente le scuole. Bisogna soprattutto leggere, leggere molto e bene i testi migliori della nostra lingua. Altrimenti si sfocia nel traduttese. Ai miei allievi ho consigliato spesso Manganelli: anche se personalmente prediligo uno stile più essenziale, è impossibile non cogliere la straordinaria eleganza ritmica della sua prosa.

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Un volume simile ai Meridiani dedicato a Manganelli uscirà a breve per La Nave Argo, a cura di Silvano Salvatore Nigro. Mi sembra che il tuo lavoro abbia spesso richiesto molta caparbietà, fatica e intraprendenza con alcuni autori. Da quello che intuisco spesso sei dovuta andare in prima linea a convincerli della bontà delle tue intuizioni.

A volte è successo, ma ho anche avuto grandi soddisfazioni. Ti faccio un esempio: con una certa fatica sono riuscita a convincere Bernardo Valli, che non lo aveva mai fatto prima, a pubblicare un libro che raccoglie tutti i suoi reportages usciti sui giornali a partire dal 1956 fino al 2014. Lo ha intitolato La verità del momento, include quasi sessant’anni di interventi e commenti, e lo ha curato Franco Contorbia, che allo studio della scrittura giornalistica ha dedicato molti anni della sua vita.

Lo stesso ho fatto, insieme ad Antonio Franchini, col quale ho collaborato per anni alla direzione della narrativa italiana Mondadori, con Fosco Maraini, del quale ho anche pubblicato un bel Meridiano con introduzione di Franco Marcoaldi, contribuendo peraltro alla sua attuale rinascita editoriale. Oggi i suoi libri li ripubblica la Nave di Teseo, ma i primi a credere in lui come a un grande autore, anche letterario, fummo noi in Mondadori con un libro originale, Case, amori, universi che per soli due voti non vinse il Premio Strega del 2000. Andammo più volte, Antonio e io, a trovarlo nella sua casa di Fiesole che coniugava splendidamente il passato toscano e le bellezze orientali. Ricordo un intellettuale e uno studioso di immenso fascino, libertà di pensiero e vastità di orizzonti e interessi, in grado di spaziare tra antropologia, fotografia e architettura, ma pure finissimo scrittore in fatto di stile. E poi, a dirla tutta, era un uomo di una postura e di un carisma d’altri tempi: bellissimo, e di una impressionante eleganza innata.

Ci furono poi Francesco Guccini e sua moglie Raffaella, che sempre con Franchini andai a trovare in più occasioni nella loro casa di Pavana e in un simpaticissimo ristorante di Porretta Terme di cui ricordo ancora con nostalgia le deliziose fettuccine con funghi. Di Guccini avevo deciso di inserire La cena, uno dei suoi racconti letterari, nel grande Meridiano in tre tomi curato da Enzo Siciliano, quello rivisitato e ampliato dei Racconti italiani del Novecento. Guccini fu onoratissimo di questo riconoscimento e, grazie alla fiducia, alla sintonia e al reciproco affetto che si innescarono in quell’occasione, riuscimmo poi ad acquisirlo come nostro autore in Mondadori. Questo episodio mi ha fatto capire quanto per lui sia stata importante la scrittura letteraria, non solo quella delle canzoni che tutti conoscono.

E poi diversi autori che appartengono saldamente ad altre case editrici sono usciti nei tuoi Meridiani.

Grazie alla legge dell’opera in raccolta abbiamo potuto portare in Mondadori parecchi autori che con la casa editrice non avevano avuto niente a che fare. Pasolini, per dire, non aveva pubblicato una sola riga con Mondadori: ha fatto tutto con Garzanti ed Einaudi.

Altro Meridiano piuttosto discusso. Nei suoi libri di autofiction Walter Siti riporta persino il dolore per le critiche che gli furono mosse per il lavoro, che io ritengo – a cominciare da una densa prefazione – molto riuscito.

A quel Meridiano mi lega una storia bellissima. Come sempre vado da Ferrari e gli dico: “Vorrei proporre Pasolini nei Meridiani”. E sulla scia di ciò che ti ho raccontato poco fa, aggiungo: Se c’è spazio per Sereni, voglio portare nella collana anche gli altri grandi contemporanei. Lui, e poi anche Leonardo Mondadori, mi dicono: “Benissimo, cosa vuoi fare?”. “Beh”, rispondo, “un volume di saggistica, uno di poesia, uno di prosa: sarà forse una curatela schematica per uno scrittore così corsaro, ma certo è doverosa”.

Chi si occupava a quel tempo di Pasolini? Maria Teresa De Simone, che è stata non solo una grande agente letteraria ma anche una grande agente cinematografica e teatrale. Tieni conto che i suoi assistiti erano autori del calibro di Italo Calvino e Luigi Pirandello. E poi registi importanti, per esempio Mauro Bolognini. Fu per molti anni intima amica di Liliana Cavani, era una donna che ricordo fascinosissima, e molto intelligente.

Col beneplacito dei capi vado a trovarla a Roma e lei mi dice: “Così lei è Mondadori e vuole fare i Meridiani Pasolini? Neanche per sogno, io non pubblico coi fascisti”. Io la lascio sfogare per un po’, ma poi sbotto: “Senta, a me fascista non me l’ha mai detto nessuno”…

Direi che il tuo albero genealogico non lascia dubbi sul tuo pensiero in proposito.

Appunto. “Cambiamo tono” le dico “sennò la prendo a schiaffi”. E lei, sorpresa: “Ma perché reagisce così?”. “Perché mi chiamo Renata Colorni, mio padre Eugenio è stato ucciso dai nazifascisti, è un martire della Resistenza, medaglia d’oro, e il mio patrigno è il grande europeista Altiero Spinelli”. “Eccolo là, lo vedi” [indica la foto su una mensola e il tono iroso si fa d’un tratto dolce]. Io continuo: “Non accetto simili accuse”. Lei allora si placa: “O Pasolini lo fate tutto, oppure io ho delle offerte da Einaudi”, che al tempo aveva ancora una collana stile Pléiade.

O tutto o niente. Capisci? Un bivio non semplice…

Torno allora da Leonardo Mondadori e Gianni Ferrari e loro mi dicono: “Cosa vuoi fare?”. “Tutto, non può mancare un intellettuale come Pasolini nei Meridiani, è troppo significativo per la civiltà che stiamo attraversando, a prescindere dal valore di alcuni testi che, sia detto per inciso, non sempre trovo riusciti. Il mio obiettivo primario è restituire anzitutto una temperie culturale. Non solo eccellenze”.

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E il tramite con Walter Siti?

Il contatto fu la mia grande amica Giovanna Gronda, una studiosa morta giovane, purtroppo, a cui affidai il Meridiano sui libretti d’opera – come vedi la musica ha segnato anche le mie scelte editoriali: dall’opera a Guccini. Difficilmente quest’ultimo volume si sarebbe fatto senza di me: metà della curatela era musicale, l’altra letteraria. L’ho donato con felicità a tutti gli amici amanti della musica che ho incontrato: mi sono piaciute, nella vita, queste incursioni al di fuori degli steccati più ovvii.

Ecco, la mia amica Giovanna Gronda mi disse che Walter Siti era la persona migliore per curare i Meridiani Pasolini. E me lo presentò. Sono passati i decenni, io e Walter non abbiamo mai smesso di volerci bene. 

E se tu fossi ancora alla guida della collana, quali sarebbero i prossimi autori che proporresti?

Io, se fossi ancora lì, farei due Meridiani di autori italiani. Di italiani viventi, intendo.

Ovvero?

Walter Siti e Domenico Starnone.

E Aldo Busi, che molto ha scritto per Mondadori?

Certo, ma Busi è un altro capitolo. Ho la sensazione che Aldo sia in contatto con poche persone al mondo e io ho il grande privilegio di essere tra queste. Qualche tempo fa è venuto a trovarmi e l’ho portato in un ristorante vicino a casa mia. Tutta la sala si è eccitata nel vederlo, ormai si è ritirato a Montichiari. Lui ha salutato tutti con grande gentilezza, platealmente accolto da un brusio di bisbigli. La curiosità attorno a lui è rimasta invariata.

Lo avevi conosciuto in Adelphi?

Sì, lo portò in casa editrice Piero Bertolucci. Il suo romanzo d’esordio, Seminario sulla gioventù, lo metto tra i grandi libri del Novecento. Ma con lui, se volesse, si potrebbero fare almeno un paio di Meridiani portentosi. Di contro, con lo spirito che si ritrova, mira giustamente in alto ed è stato difficile mettersi d’accordo su tanti fronti, a cominciare da quello economico.

Dei tuoi Meridiani mi è sempre piaciuta la dimensione di libro nel libro. È quello che ha palesato Adelphi da poco estraendone la cronologia di Arbasino scritta in collaborazione con Raffaele Manica e rendendola, fuori dal Meridiano, un testo autonomo.

Questa la trovo una cosa assai significativa. Sapessi quanto avrei voluto fare una collanina di cronologie, avevo steso anche un progetto, ero andata a trovare Ferruccio De Bortoli per chiedergli se l’avrebbe fatta volentieri con me per il «Corriere della Sera»; lui al momento ha risposto di sì, ma poi non se n’è fatto nulla.

Sono davvero molte le cronologie bellissime, alcune addirittura stupefacenti (sto pensando, per citarne una sola, a quella di Emily Dickinson, meravigliosamente scritta da Marisa Bulgheroni). Ma ti voglio fare ancora un paio di esempi: la cronologia del Meridiano Ottieri l’ho fatta fare a sua figlia, Maria Pace Ottieri, una scrittrice molto intelligente e sensibile. Qualcuno obietterà: come mai fai fare a un parente una cosa così delicata? Perché Ottieri, che era un uomo assai particolare, che ha passato più tempo sul lettino dello psicanalista che su quello suo proprio, meritava lo studio e il racconto di una persona sincera e acuta, tenera e smaliziata come Maria Pace. Se avessi assegnato la sua cronologia a un grigio accademico sarebbe uscito un racconto burocratico: eventi, opere, fatti, ma non avrei reso giustizia alla personalità dell’autore.

E ancora, a proposito di cronologie, Massimiliano De Villa ne ha redatto una di quasi cento pagine della vita di Martin Buber: davvero un libro nel libro su un pensatore vissuto per cent’anni, un uomo straordinario che ha attraversato un’intera epoca di cui oggi ancora discutiamo. Un racconto che non c’è da nessun’altra parte, un piccolo e utile gioiello. Resto dell’idea che quella collanina andava proprio fatta.

Ecco, quella di Arbasino – che tra i fatti notabili della sua vita mette sullo stesso piano l’acquisto delle prime magliette di cotone in America, la delusione per la scoperta del riso scotto in Asia e la conoscenza con T.S. Eliot – è uno di quei testi che lo meritava.

Ma certo, perché è proprio in quei dettagli che metteva il cuore: vedi quella coppia di bicchieri azzurri? Me li ha lasciati lui in eredità. Li amo molto e infatti li ho messi sul grammofono, altro oggetto a cui sono affezionata. E poi di lui conservo decine e decine di cartoline. Ora ti racconto anche una cosa un po’ intima, ma aiuta a capire lo spessore umano della persona. Nella mia vita ho avuto purtroppo un meningioma, ossia un tumore benigno alla testa. Sono stata operata, me l’hanno tolto e per un periodo ho indossato un turbante. Io ovviamente non ho detto nulla in giro, sono riservata e non sopporto le premure, ma le persone hanno spesso pensato che fosse una cosa molto grave.

In quei mesi Alberto ha continuato a spedirmi un sacco di regali, soprattutto dischi di classica. Condividevamo lo stesso turno alla Scala, quindi ci vedevamo sempre nella hall e all’intervallo commentavamo gli spettacoli. A un certo punto però ho dovuto scrivergli: “Alberto, non ho un cancro!”. 

Altrimenti sarei finita, sì, ma seppellita dai suoi doni [ride]. Un uomo generosissimo! E molto più caloroso di quanto si dica.

E poi in quel Meridiano Arbasino ha messo molto di se stesso: ha cambiato Fratelli d’Italia con quel capitolo personale dal titolo La condizione del dolore che, oltre a essere un palese omaggio a Gadda, dice molto della propria intimità. Una confessione tanto più sorprendente in uno scrittore che raramente aveva lasciato affiorare aspetti personali, sempre trattenuto da una sobria riservatezza. Se penso però a chi più di ogni altro ha messo i libri dentro i libri, davvero un gioco di botole e prefazioni, mi viene in mente Garboli col suo Meridiano Pascoli.

Uh, santo cielo, Mondadori per fare quel libro ci ha messo venticinque anni.

Eppure si legge come un giallo di Simenon.

Pensa che quando entrai in Mondadori era già in lavorazione da un mucchio di tempo. Feci una scommessa con Gian Arturo Ferrari su quel Meridiano. Un giorno gli dissi che sarebbe uscito entro dieci anni, lui che non sarebbe uscito mai. Ho vinto io, una cena bellissima da Cracco, che ancora mi lecco i baffi: ricordo una pasta alle vongole deliziosa, al profumo di liquirizia. Mai sarei andata in un ristorante stellato se Gianni non mi ci avesse portata: spero di cuore per lui che abbia pagato Mondadori!

In effetti c’è lì un dettaglio che non è presente in nessun altro Meridiano: il nome del curatore in copertina.

Corretto. Ho stimato tutti i curatori, ciascuno è stato fondamentale a modo suo, ma il nome di Cesare Garboli non potevo non metterlo nel dovuto rilievo.

Per ciò che di lui ho intuito leggendo le pagine che gli ha dedicato Emanuele Trevi in Sogni e favole immagino che non gli sia spiaciuto.

Però va detto che non l’ha chiesto. Sono stata io a proporlo. In questo libro il critico si spinse ben oltre il ruolo che gli era stato assegnato, si assunse con entusiasmo la parte del grande scrittore. Quando Enzo Siciliano ricevette il volume, mi fece al telefono la seguente battuta: “Grazie Renata, ho ricevuto il Meridiano Garboli, e ora aspetto il Meridiano Pascoli”. 

A proposito di critici che sono anche scrittori mi piace ricordare che Walter Siti ha voluto, pienamente d’accordo con me, che sul frontespizio dei volumi figurasse il nome di Silvia De Laude come co-curatrice dei Meridiani Pasolini. Silvia ha svolto in effetti un grande lavoro di scavo filologico e critico, ma non tutti al posto di Walter sarebbero stati altrettanto onesti e generosi: è una delle ragioni della stima che nutro per lui.

Oltre al fatto che dovunque mette la testa: i giovani, la letteratura di consumo, i social, per non parlare dei suoi importanti romanzi e stare solo agli interventi saggistici più recenti, dice cose acutissime e penetranti.

Prima mi dicevi che la città di Ventotene ti sta per assegnare la cittadinanza onoraria. Il luogo dove i tuoi genitori hanno steso il manifesto omonimo: immagino l’emozione. Bobi Bazlen riteneva che attraverso i libri si inocula “nuova civiltà”. Tu ritieni, tramite le traduzioni, di aver proseguito a modo tuo il lavoro intrapreso dai tuoi genitori per l’identità europea?

Non so se sono capace di rispondere a questa domanda. Mia madre, Ursula Hirschmann, ha coltivato in me l’amore per la lingua, la letteratura e la musica tedesca. E lo ha fatto anche se gli eventi della storia l’hanno tenuta a lungo separata dalla sua patria, come dice il titolo del suo libro (Noi senzapatria, pubblicato dal Mulino con prefazione di Cesare Cases).

Io ho tradotto solo dal tedesco ed è questa l’unica lingua, oltre l’italiano, che davvero sento mia. Nota, è così perché ho imparato il tedesco prima dell’italiano, per via del fatto che mia mamma, socialista ed ebrea berlinese emigrata in Italia negli anni Trenta per sfuggire alla follia del nazismo, quando io sono nata, nel 1939, l’italiano lo conosceva poco e male. Colorni invece sapeva bene il tedesco, quindi tra loro parlavano tedesco e poi lei i primi anni della sua vita in Italia li ha trascorsi a Trieste, quasi senza rendersi conto di trovarsi in un paese straniero. Solo dopo, con Altiero Spinelli, ha imparato e parlato bene l’italiano.

Più che “un atto di civiltà”, ma forse è troppo dirmelo da sola, a me pare che il lavoro al quale mi sono dedicata possa essere in qualche modo considerato il giusto risarcimento che ho voluto offrire alla cultura di mia madre.

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Foto di Ferdinando Scianna.

Posso chiederti perché chiami tuo padre per cognome? Lo fai per mantenere una rispettosa distanza con l’intellettuale?

Anche. Ma c’entra soprattutto il fatto che a guidarmi nella crescita e in sostanza a farmi da padre è stato Altiero Spinelli. Le braccia che mi hanno spinto in mare, la persona che mi ha insegnato a nuotare e andare in bicicletta, è stato lui. Avevo quattro anni quando Colorni è morto, io mi trovavo in Svizzera per via delle leggi razziali, lui già da tempo a Roma, a capo della redazione dell’Avanti clandestino, uomo di punta della Resistenza al nazifascismo. Non ho purtroppo tanti ricordi di lui, figura ieratica ed eroica, quasi da libro di scuola: se ci penso mi affiora soprattutto l’immagine di un uomo che tace, seduto in poltrona, come sempre intento a leggere un libro.

Come ti sei sentita quando Giorgia Meloni ha parlato del Manifesto di Ventotene in tono sprezzante?

Le ho replicato molto duramente, con rabbia e dolore, nel corso della trasmissione “Il cavallo e la torre” condotta da Marco Damilano su Rai 3.

Mi colpisce che, a differenza di tanti ebrei che legittimamente hanno rimosso la lingua del paese che li ha sterminati, tua madre Ursula Hirschmann abbia voluto preservare il tedesco.

Io lo trovo uno sforzo bellissimo proprio perché immagino il dolore che le costò. Pensa che suo fratello Albert Hirschmann, che è stato un grande economista, non ha mai più voluto parlare tedesco dopo le leggi razziali. Ha vissuto negli Stati Uniti per buona parte della sua vita, dove ha avuto una carriera accademica di grande prestigio, ma veniva in Italia ogni tanto per far visita alla sorella. Ebbene, tra di loro parlavano in francese. Ricordo che con le mie sorelle li guardavamo a tavola con gli occhi sgranati perché ci sembravano dei pazzi a compiere quello sforzo. Mia madre, invece, non solo usava volentieri la sua lingua madre, ma io grazie a lei conosco molte canzoni e Lieder e poesie in tedesco.

Un genere con cui non ti sei mai cimentata.

Non posso tradurre poesia: non ce la posso fare. Ritengo la traduzione della poesia un compito per me impossibile. E mi dispiace per tutte le poesie di Georg Trakl, di Stefan George, per non dire di Goethe e di Rilke e di Hoelderlin che mi ha recitato la mia mamma adorata in certi pomeriggi che per me sono come un sogno.

“Pensa che quando entrai in Mondadori era già in lavorazione da un mucchio di tempo. Feci una scommessa con Gian Arturo Ferrari su quel Meridiano. Un giorno gli dissi che sarebbe uscito entro dieci anni, lui che non sarebbe uscito mai. Ho vinto io”.

Andrea Zanzotto, diversamente da te, pensava che a volte, grazie alle traduzioni, le poesie possono diventare più belle.

Sì, certo, se le ha tradotte un poeta. Per tradurre poesia, ecco, devi essere poeta. Anche se leggendo alcune poesie di Ingeborg Bachmann, per dire, che ha amato e tradotto Ungaretti, ho capito che gran parte dell’interesse di questa operazione risiedeva per lei nel riscriverle, quelle poesie, più che nel tradurle.

A proposito di Trieste e poeti: tuo padre Eugenio Colorni è stato amico di Umberto Saba: ci sono pagine bellissime nei suoi Scritti in cui descrive, tra le memorie, un loro periodico incontrarsi in libreria…

Che bella quella storia, compare negli scritti autobiografici di mio padre con il titolo Un poeta. Cesare Cases mi ha fatto l’onore di ripubblicarla in un librino a sé stante…

Ma c’è un altro episodio divertente che riguarda Colorni e Saba, di cui pochi sono a conoscenza. Il poeta Sandro Penna non aveva una lira da mettersi in un occhio, come si suol dire, e vendeva quadri o cianfrusaglie per sbarcare il lunario. Non sempre però questo gli bastava e per campare decentemente spesso chiedeva aiuto a Saba, il quale però non era ricco e quindi gli rispondeva picche. “Io non posso aiutarti, se vuoi chiedo al mio amico Colorni”. Ci sono dei biglietti di Saba a Penna del seguente tenore: “Ma basta, non posso più chiedere a quel Colorni, ormai deve badare alle sue bambine”. Mi riempie il cuore di gioia sapere che fu mio padre ad aiutare il grande poeta Penna in qualche difficile frangente.

Ho trovato anche un’importante lettera in cui mia madre discute con Natalia Ginzburg, nell’autunno del 1972, sulla difficoltà di essere e sentirsi ebrea, e spero che a breve il loro dialogo possa essere letto anche dai giovani studiosi come te.

Restando in area ebraica, tu sei stata la traduttrice di Joseph Roth.

Proprio in questi giorni sto leggendo il carteggio Zweig-Roth, non mi stanco mai di tornarci. Hai visto invece che di Philip Roth è stato cambiato il titolo di un suo libro importante? Mi ha fatto ripensare alle diverse reazioni alla mia nuova traduzione dello Zauberberg di Thomas Mann, che ho reso con il titolo La montagna magica.

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Immagino che anche lì non siano mancate le polemiche.

Guarda, ho un faldone che custodisco gelosamente di recensioni e dibattiti attorno a quella traduzione: è quella che, dal punto di vista squisitamente narcisistico, mi ha dato più soddisfazioni, a dirla tutta.

Mann diceva di riuscire a scrivere solo per poche ore al giorno, tanta era la densità delle sue frasi. Tu quanto ci hai messo invece a portare a termine quella traduzione?

Tre anni. Tieni conto, per giunta, che poiché in quel periodo lavoravo otto ore al giorno anche ai Meridiani, non ho praticamente mai fatto una vacanza per tutto quel tempo. La sera e tutti i giorni festivi, di notte e di giorno, d’estate, a Natale, li ho trascorsi con Mann. Ho tanti amici che fanno viaggi meravigliosi: io, se mi guardo alle spalle, mi vedo chiusa in una stanza, china a leggere, a scrivere, a studiare. A questo servono i premi, a uscire di casa e partire.

Eppure se ripenso alle parole che ha scritto e pronunciato Claudio Magris ad Ascona su quella mia traduzione per il Premio Verità Filippini allora mi dico: forse è un sacrificio che è valso la pena compiere. Ma anche Gennaro Sasso, un grande pensatore da poco scomparso, ha scritto un saggio folgorante su quel mio lavoro, e tuttora mi chiedo se ne sono all’altezza, tanto è lusinghiero. 

La tua vacanza, quindi, è stata il sanatorio.

[Ride] È difficile far capire come ci si sente ad avere una traduzione sempre nella testa, nella mente e nel cuore, notte e giorno. Per tutta la vita ho lavorato sempre di notte, e ancora adesso per abitudine vado a letto tra le due e le tre del mattino. L’altro giorno la dottoressa mi ha rimproverata per questo, ma come posso mutare le abitudini su cui mi sono costruita? Lo facevo anche quando tornavo da un concerto a mezzanotte e mezza e il giorno dopo avevo dodici persone da governare e una miriade di riunioni e responsabilità dirigenziali.

Allora abitavo in un’altra casa con un ampio studio che si trovava lungo un corridoio in fondo al quale c’era la mia stanza da letto. La sera tardi, dopo una cena o un concerto, attraversavo il corridoio al buio e dentro di me mi ripetevo: “Adesso vado a letto, Renata adesso vai a dormire”, e poi però, appena superato lo studio, ero presa dal demone della responsabilità, tornavo indietro e mi mettevo al computer. A quel tempo, poi, fumavo quaranta sigarette al giorno, e così facevo mattina una sigaretta via l’altra davanti allo schermo. Sin da ragazzina, d’altronde, i miei mi davano pochi soldi perché sapevano che li avrei spesi in sigarette.

In superficie e in apparenza, dunque, conducevo una vita socialmente impegnata e perfino mondana, ma in pratica e per davvero non ho mai smesso in quegli anni di lavorare a quel libro. Ti confesso che ci pensavo anche mentre parlavo con gli altri, alle cene.

Hai smesso di fumare, mi dicevi, ma non hai mai smesso di tradurre: “un vizio assurdo”, per citare il titolo di Davide Lajolo a proposito di Pavese, ti è dunque rimasto.

L’ultima cosa che ho tradotto, ancora per Henry Beyle, come peraltro il magnifico racconto di Thomas Mann intitolato Disordine e dolore precoce, è Io. Novelletta di Schnitzler, un racconto deliziosamente perturbante che fa intensamente pensare a Freud: ho dunque chiuso il cerchio con l’autore con il quale tutto è iniziato. La veste del librino è come al solito elegantissima e resa più preziosa, allusiva e misteriosa dai disegni di Tullio Pericoli, mio storico e carissimo amico, artista geniale. Lo vedi lì [ne indica dei disegni alle pareti].

Schnitzler

C’è forse una ragione, invece, se non hai fatto Kafka, autore che tutti gli scrittori che hai tradotto hanno amato? Penso a Elias Canetti che gli ha dedicato alcune delle sue pagine più ispirate da te tradotte.

Sì, stai pensando a L’altro processo, un saggio straordinario di Canetti sul difficile rapporto fra Kafka e Felice. Gianni Ferrari, ogni volta che ci vediamo, mi sgrida perché non ho tradotto Kafka. Ma per me è troppo, non ce la posso fare ora. Ci vorrebbe un’altra vita solo per lui.

Credi che esistano traduzioni all’altezza? Quest’ultima di Einaudi, firmata da Daria Biagi, compie una scelta audace nel cambiare il titolo da Metamorfosi in Trasformazione. C’è una vulgata di germanofoni che sostiene che Kafka scriva male. Mi interessa molto sapere come la pensi.

È una tesi che non mi convince. La versione di cui parli non l’ho letta. Penso che Kafka sia uno scrittore asciutto, contratto, duro, ma anche capace di inarrivabili slanci lirici. Il problema di Kafka, per il traduttore, è che è un universo: devi starci degli anni, lasciare che penetri dentro di te profondamente, non puoi fare una cosa sola e poi basta. Ci vuole tempo per appropriarsi di un mondo. Io solo dopo La montagna magica mi sono sentita in grado di affrontare un altro testo di Mann. E della riuscita sono diventata sempre più sicura; mi appartiene. Però in quel caso, prima della traduzione dello Zauberberg, c’era stata a monte, da parte mia, una revisione delicatissima e fondamentale: quella dei Buddenbrook, che pure è stato ben tradotto da Silvia Bortoli. Un lavoro che mi ha richiesto diversi mesi prima che potessi dichiararmi soddisfatta per la resa italiana di un capolavoro assoluto scritto da un uomo toccato dalla grazia ancor prima dei suoi trent’anni.

Vedi, non posso mettermi una bella sera a tradurre un racconto di Kafka, come mi ha chiesto un simpatico editore: sentirei di aver fatto le cose a metà. E tradirei tutto ciò in cui credo.

“È difficile far capire come ci si sente ad avere una traduzione sempre nella testa, nella mente e nel cuore, notte e giorno. Per tutta la vita ho lavorato sempre di notte, e ancora adesso per abitudine vado a letto tra le due e le tre del mattino. L’altro giorno la dottoressa mi ha rimproverata per questo, ma come posso mutare le abitudini su cui mi sono costruita?”

Tu nel tuo libro usi il termine “libertino” per parlare del traduttore, un aggettivo che mi piace: fa sembrare che ogni volta il traduttore debba innamorarsi di un nuovo scrittore senza troppe fedeltà obbligate. Questo ti ha permesso di concederti autori anche fuori dal canone immediato: penso a Franz Werfel.

Infatti non sono stata mai monogama nei miei amori letterari. Su quel libro devo raccontarti una storia: quando Calasso mi assegnò la traduzione di Una scrittura femminile azzurro pallido fu sbrigativo: “Senti, c’è questo libro che non è esattamente un capolavoro della letteratura universale, ma credo che possa funzionare”, mi disse una sera. Ebbene, aveva ragione: solo da noi quel breve e triste romanzo sentimentale ha venduto più di centomila copie. “Io non voglio però che tu faccia quello che fai di solito”, aggiunse. Lui sapeva come lavoravo. Io, di norma, prima leggo integralmente un libro in tedesco, naturalmente. Alla seconda lettura mi approprio del ritmo e della sintassi, ma solo a partire dalla terza lettura comincio a tradurre. Necessito cioè di una lettura doppia dell’originale, lunga, meditata, per intero: altrimenti non riesco neppure a partire. Insomma, Calasso mi incitò a finire il lavoro molto in fretta.

Così io comincio a tradurre questo libro senza averlo letto prima: procedendo riga per riga. L’esperienza è per me inedita: la vicenda è molto emozionante ma io mi sento strana, a tratti sperduta. Ecco, non so se ti ricordi il finale, ma non appena ho voltato l’ultima pagina mi sono messa a piangere. Tanta era la commozione che, ti giuro, non riuscivo a smettere di singhiozzare. E una figlia accanto a me domanda: “Scusa mamma, lo scopri adesso che questa storia fa piangere?”. “Che ti devo dire”, rispondo, “questa volta non l’ho letta prima!”.

Trascorre un po’ di tempo e il libro ha un successo pazzesco, diventa un vero bestseller: ho ottenuto premi per tante traduzioni, eppure per questo non me lo sarei aspettato. Una mia amica, bravissima giornalista che conosceva bene anche Calasso e si chiamava Maria Giulia Minetti, un giorno mi dice: “Senti Renata, è bellissimo il libro che hai tradotto ultimamente”. E io a minimizzare: “Ma sì, sa far commuovere, è un testo un po’ così…”. Lei insiste: “Ma che dici, l’ho detto anche a Roberto che ho incontrato a una festa, l’ho fermato per dirglielo”. “E lui che ti ha risposto?”. “Ma Werfel non c’entra niente, è un’opera della maturità di Renata”. In famiglia ancora ci ridiamo.

Alla casa editrice serviva un libro di cassetta e io, invece, presa dall’impeto ci ho riversato tutta me stessa.

Werfel

E poi un libro tutt’altro che lacrimevole come La morte della Pizia di Dürrenmatt… immagino sia stato divertente rifare quel tono tra l’acido e il sarcastico, così diverso dal morbido Werfel.

Ecco, quello è un grande scrittore che forse meriterebbe un’attenzione maggiore. Anche lì bisognerebbe entrare a piccoli passi… Hai visto che tono ha? Caustico, grezzo. È stata una traduzione difficilissima. Pure lì ho dovuto trovare un linguaggio nuovo, un tono che funzionasse: è stata una traduzione tutt’altro che letterale. Per me conta più di tutto, per dirla con il mio amico Pontiggia, “l’intenzione letteraria dell’autore”.

A tal proposito, anche i film a modo loro – ossia in forme transmediali – sono traduzioni. Del tuo Schnitzler Kubrick ha fatto uno dei suoi film più estremi. Secondo te è una bella traduzione?

A me è piaciuta da matti, ben vengano interpretazioni così ardite. Certo, si vede che il punto di vista di Cruise è quello che il regista conosceva meglio.

Qualcuno in effetti potrebbe notare che hai tradotto quasi tutti maschi.

Eh sì, l’unica donna è Franziska zu Reventlow.

Ti sei chiesta perché? Al di là del dato quantitativo: gli scrittori, per ragioni che conosciamo almeno da Virginia Woolf in poi, sono più numerosi.

Senti, a me di questa cosa dei maschi e delle femmine non me n’è mai importato gran che. Per me esistono gli scrittori e i non scrittori. Ho tradotto scrittori nella mia vita. Poi io sono naturaliter femminista, come lo sono tutte le persone con un po’ di sale in zucca che appartengono alla mia generazione. Però non sono mai stata separatista e, a prescindere dalle mie personali esperienze, non ho mai avuto in odio gli uomini. Hanno sempre contato i libri decisamente di più di coloro che li hanno scritti.

Secondo te ci sono degli intraducibili?

Per me lo era il Finnegans Wake, ma Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, mettendosi di buzzo buono, mi hanno smentita.

Nelle tue traduzioni notavo poi che tu hai fatto autori sempre simili per stile: autori minimali e mai barocchi, spesso mitteleuropei.

È vero. La tua è un’osservazione sottile. Io ho tradotto tutti autori del Novecento, non sono mai andata troppo indietro né mi sono occupata di scrittori contemporanei: questi ultimi li ho seguiti solo quando ho lavorato in Mondadori con Franchini. Adelphi ha recuperato invece alcuni importanti scrittori vissuti a cavallo fra Ottocento e Novecento piuttosto ampollosi come per esempio Lernet-Holenia e Leo Perutz.

Alcuni di questi autori ho cominciato a tradurli, ma il lavoro mi tediava. Così a un certo punto sono andata da Roberto Calasso e gli ho detto: “Guarda, questo libro non mi interessa abbastanza, è una cosa che non mi riesce anche perché non mi va di affrontare una complessa ricerca linguistica nell’italiano del primo Novecento se poi, nel migliore dei casi, ne vien fuori una cosa che invece di persuadermi mi fa venire una gran voglia di ridere”.

Pertanto ho rinunciato a dei testi molto fantasiosi e anche affascinanti passandoli a una bravissima traduttrice che si chiamava Elisabetta Dell’Anna Ciancia. Sono libri interessanti ma linguisticamente talmente elaborati e ampollosi che a me crollava il capo non appena li aprivo per provare a tradurli. E poi richiedono una tale ricerca affinché si giunga a uno stile che gli corrisponda in italiano!

Vedi, in Bernhard questo sforzo di inventare un italiano all’altezza dello scrittore si saldava con un mio empatico interesse per la sua tremenda visione del mondo. In quel caso valeva la pena, insomma, immaginare una voce che gli rendesse giustizia. Mentre ho trovato spesso, forse a torto, questi scrittori un po’ asfittici.

Nutri rimpianti a causa di libri che non sei riuscita a fare?

Avrei voluto dedicare un Meridiano ad Annamaria Ortese, un’autrice che ritengo unica nel panorama letterario del nostro Novecento. Avevamo pronto tutto, il progetto, il curatore, ma poi è arrivata La Nave Argo a toglierci ogni speranza. Resto comunque felice di tutto ciò che è stato.

Zanzotto diceva che essere tradotti è un po’ come essere divorati: sei sazia?

Forse no, ma con l’età l’appetito si concentra su piatti più piccoli e prelibati [ride]. 

Renata Colorni e l’autore ringraziano Ferdinando Scianna per la gentile concessione delle foto.

Emiliano Ceresi

Emiliano Ceresi è ricercatore universitario, editor e autore di Lucy.

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