Daniele Cassandro
Palazzo Reale a Milano dedica una mostra a Leonor Fini, artista di straordinaria originalità e di difficile collocazione che merita di essere scoperta (o riscoperta).
Una bambina, di spalle, cavalca una sfinge di pietra. È vestita alla marinara, non la scorgiamo in viso ma immaginiamo il suo sguardo concentrato, spalancato su un mondo d’immaginazione e di favole belle e terribili, come sono sempre le storie inventate dai bambini. È una delle prime fotografie di Leonor Fini (1907-1996), la pittrice, scenografa e costumista a cui è dedicata una grande retrospettiva chiamata Io sono Leonor Fini curata da Tere Arcq e Carlos Martín e visitabile al Palazzo Reale di Milano fino al 22 giugno. Italiana, nata a Buenos Aires nel 1907, Leonor Fini fu riportata in fretta e furia dalla madre a Trieste dopo la violenta separazione dal padre quando aveva poco più di un anno. Temendo che il marito potesse ritrovarle, lei la travestiva da maschio quando viaggiavano. La bambina che vediamo in quella foto era dunque già abituata a travestirsi, a reinventare la sua storia ma soprattutto sapeva già cavalcare le sfingi, non alla amazzone come le fanciulle per bene, ma a gambe larghe come i maschi, come i gauchos di quell’Argentina che non aveva mai potuto conoscere. Quella creatura alata con corpo di leone e viso di donna ricorre nell’immaginario pittorico di Leonor Fini: ed è proprio con una sfinge su fondo arancione del 1973 che si apre la mostra milanese. Il volto reclinato con gli occhi chiusi, le labbra carnose e il lungo collo hanno il tratto dei manieristi italiani. La chioma riccia e disordinata tende alla pennellata astratta e sono i capelli selvaggi e spessi della stessa Leonor. Il busto è quasi privo di chiaroscuro e il seno dalle proporzioni perfette sembra una moderna illustrazione; non è il seno di una creatura mitologica o di una Venere rinascimentale, sono tette da burlesque, da Bal Tabarin. A quel busto da soubrette è attaccata un’ala spiegata, come quella della Nike di Samotracia, le cui piume sono rese con la stessa pennellata astratta dei capelli. Il corpo di leone torna al chiaroscuro manierista, con una lunga coda che ripiegandosi tra le zampe sporge come qualcosa di grottescamente fallico. In questo lavoro c’è già tutta Leonor Fini: il mito, il narcisismo, la seduzione, la mostruosità, il travestimento e l’attraversamento dei generi. Questa Leonor-sfinge ha gli occhi chiusi e si offre allo sguardo maschile ma è tutt’altro che passiva: l’ala suggerisce che è pronta a spiccare il volo quando vuole e la coda-fallo la identifica come inquietante creatura androgina.
Nel corso di una vita lunga che l’ha portata da Trieste a Milano, da Parigi a Monte Carlo, Leonor Fini ha sempre fuggito ogni catalogazione: era vicina ai surrealisti ma non ha mai aderito ufficialmente al movimento, era una donna stravagante e mondana ma non è mai stata una socialite, per molti versi è stata una femminista senza mai dichiararsi tale ed è stata sempre attratta ugualmente da uomini e donne. Il suo mondo ruotava essenzialmente intorno a se stessa: Leonor Fini era sempre davanti a uno specchio e non rimirava solo la propria immagine, ma un un mondo di sogni e d’inquietudini. Il suo narcisismo, diverso da quello di artisti maschi come Picasso o Dalí, non è un modo per imporsi nel mondo o per ricercare l’’ammirazione altrui, ma è uno strumento di scoperta di sé: si guarda perché si trova bella, potente, misteriosa, insondabile; si contempla, si accarezza, si adora e si misura incessantemente con se stessa.
Quando lo sguardo dell’artista si sposta su corpi che non sono il suo lo fa con una modalità che potremmo definire maschile. Se guarda agli uomini, solitamente giovani e molto magri, li oggettifica, esattamente come gli artisti hanno sempre fatto con le loro modelle. I nudi maschili di Leonor Fini sono ritratti di amanti e amici: nel 1942 ritrae il regista greco Nico Papatakis allora ventiduenne, nudo e addormentato su un prato, gambe e braccia esangui e affusolate come quelle del Marte dormiente di Botticelli della National Gallery di Londra. La classicità della posa è complicata da alcuni dettagli erotici: i peli scuri sotto le ascelle e sul pube, il pene e i testicoli realistici, la carnagione olivastra e i capelli nerissimi e lucidi. Per una volta non è una Venere assopita, o una Susanna sorpresa al bagno a essere scrutata e desiderata dall’artista ma è un giovane Narciso mediterraneo, addormentato e circondato da fiori, foglie e dai frammenti di quella che sembra essere la cornice dorata di un grande specchio barocco. Sempre nel 1942, sullo sfondo di un paesaggio da Cinquecento veneziano, Fini rappresenta una donna riccamente vestita e pensosa, seduta su un giovane uomo nudo e addormentato. Se non sono nudi o dormienti, i giovani uomini ritratti da Fini sono travestiti, femminilizzati o infantilizzati: nel 1932 ritrae lo scrittore e surrealista André Pieyre de Mandiargues nei panni del dio Ermes. Intorno al collo ha una ghirlanda e sulla mano dal polso leziosamente inclinato spicca un vistoso anello con pietra: sul suo dito indice è posato un esotico uccello dalla lunga coda variopinta. Il titolo del quadro completo è Ritratto di André Pieyre de Mandriargues / il travestito con uccello / Ermes. Spesso l’artista rappresenta se stessa in compagnia dei suoi giovani nudi o seminudi: in Nella torre (autoritratto con Constantin Jelenski) del 1952, lei ha un ricco abito nero molto scollato e con un gesto sicuro indica la strada al giovane Constantin, allora suo compagno, coperto solo da una tunica purpurea completamente aperta sul suo corpo nudo, filiforme e aggraziato. La donna appare matura e volitiva, il grande seno sembra scoppiare nella scollatura, e la figura maschile è quella di un adolescente che si lascia docilmente guidare. Fini dimostra una grande finezza di ritrattista anche nelle teste: nel 1955 ritrae di nuovo Constantin con immensa tenerezza. I suoi occhi verdi sono allungati e persi nel vuoto come quelli dei santi nei mosaici bizantini e il suo viso dorato emerge da un fondo scuro, come negli antichi ritratti funerari del Fayyum che ammirava per il loro stupefacente realismo.
La mostra svela anche un altro lato di Leonor Fini: la sua totale immersione nella contemporaneità. È stata una delle prime artiste a trasformare se stessa, i suoi abiti e la sua persona in un’opera d’arte: contemporaneamente a Dalí e prima di Andy Warhol, aveva capito che le feste e la mondanità potevano essere spazi di performance, di sperimentazione e di provocazione. Con i suoi costumi elaborati e le sue uscite in società, con i suoi ritratti fotografici che comparivano su giornali e rotocalchi, conquistava uno spazio dell’immaginario che allora era riservato solo ad attrici o stravaganti signore dell’alta società, ma se lo prendeva con il carisma e il piglio dell’artista. Una fotografia del 1951 di André Ostier la mostra vestita da angelo nero e china su un canale veneziano, con una parrucca di piume e due ali corvine. Era il suo abito per il celebre ballo in costume organizzato da Charles de Beistegui a Palazzo Labia, sul Canal Grande, il 3 settembre del 1951. Quando non inventava costumi e acconciature per sé, Fini li disegnava per il teatro. Per Il credulo di Domenico Cimarosa, in scena al Teatro alla Scala nel 1951, realizzò costumi e scenografie rococò, mescolando Commedia dell’arte e pittura francese e per il Ratto dal serraglio di Mozart (1952) il suo settecento diventava esotico e farsesco con costumi ispirati alle donne velate dei grandi teleri di Vittore Carpaccio e alle turcherie dei pittori del primo ottocento. In mostra a Milano ci sono anche due straordinari bozzetti per i costumi per 8 1/2 di Federico Fellini che svelano come Fini, oltre al tratto e al chiaroscuro dei maestri del rinascimento, padroneggiava anche il segno rapido e la capacità di sintesi della figurinista di moda. Alla moda e in particolare alla figura della stilista Elsa Schiaparelli è legato un altro curioso oggetto ideato da Leonor Fini che vediamo in mostra. Nel 1937 Schiaparelli lanciò in una sua collezione il colore rosa shocking abbinandolo con un profumo chiamato anch’esso Shocking. Il flacone, disegnato da Leonor Fini, riproduceva, in vetro, le forme del busto dell’attrice hollywoodiana Mae West che, privata di testa e braccia, si ritrovava trasformata, nelle vetrine delle profumerie e delle boutique di lusso, nella caricatura di una musa inquietante di de Chirico o in una Venere di Milo della società dei consumi. Quando, negli anni novanta, Jean Paul Gaultier lanciò il suo profumo Classique in un flacone che imitava le curve di un busto femminile citava quasi alla lettera il lavoro di Leonor Fini di più di cinquant’anni prima, solo che al posto di Mae West la sua Venere di Milo era la Madonna amazzone in corsetto del Blond Ambition Tour.
Io sono Leonor Fini riesce a catturare le varie facce di un’artista inafferrabile e imprevedibile, un’autodidatta che da quando aveva quattro anni dipingeva perché poteva e voleva farlo, una donna che ha vissuto una vita lunga, libera e ricca di esperienze a cavallo di due guerre mondiali e che ha sempre deciso chi e cosa essere. “Io ho una voce di contralto”, racconta in un suo testo autobiografico, “A volte mi telefonano e quando rispondo mi sento dire: Monsieur?; io non li correggo e spesso ribatto: Elle n’est pas là”. La signora non c’è, ha spalancato le sue ali di corvo ed è volata via, come una strega.
Io sono Leonor Fini
A cura di Tere Arcq e Carlos Martín
Milano, Palazzo Reale
Fino al 22 giugno
Daniele Cassandro
Daniele Cassandro è giornalista di «Internazionale» e collabora con diverse testate. Il suo ultimo libro è Dischi volanti (Curci, 2024).
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