Youtuber o performance artist? - Lucy

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Ivan Carozzi

Youtuber o performance artist?

23 Giugno 2023

E se i content creator fossero gli eredi dello sperimentalismo della performance art degli anni '60 e '70? Una riflessione a partire dal caso di cronaca che ha coinvolto i TheBorderline.

Qualche giorno fa, in un bel mattino estivo, sfogliavo il quotidiano «la Repubblica» seduto in un vagone del Treno del mare, il regionale che dalla stazione Garibaldi di Milano scende fino a La Spezia, passando per le Cinque Terre. Arrivato all’altezza di Voghera, ho cominciato a leggere l’articolo dove lo scrittore Paolo Di Paolo ripercorreva le imprese e la storia di TheBorderline, un gruppo di quattro YouTuber diventati improvvisamente famosi. La storia è nota. Viaggiando a bordo di un suv Lamborghini Urus, i TheBorderline hanno travolto una piccola vettura. Una Smart bianca. Gli youtuber si trovavano nel mezzo di una challenge: guidare per cinquanta ore di seguito una Lamborghini, dandosi il turno al volante. L’incidente è avvenuto all’incrocio tra via Archelao di Mileto e via Macchia di Saponara, in una zona della provincia di Roma al confine tra Acilia e Casal Palocco. Nello scontro – quanto è scabroso scriverlo nero su bianco – è rimasto ucciso un bambino di cinque anni. Al volante della Smart c’era la mamma del bambino e accanto a lei l’altra figlia di tre anni. 

Di Paolo nel suo articolo elencava le challenge intraprese in passato dai TheBorderline. Fra le tante menzionava una challenge risalente a un anno fa: vivere per cinquanta ore dentro una scatola di cartone. Sul momento ho immaginato che un membro dei TheBorderline avesse trascorso tutte quelle ore in totale solitudine, raggomitolato in posizione fetale tra le pareti di cartone, come un anacoreta. In realtà l’azione era stata effettuata in coppia e la scatola non era mai stata chiusa. Più che di una scatola, si era trattato di un recinto di cartone, dove i due YouTuber avevano vissuto per oltre due giorni. In ogni caso, l’immagine claustrofobica e punitiva della scatola di cartone mi aveva fatto tornare in mente un’altra immagine, in apparenza incongrua, estranea, distante, quella dell’artista tedesco Joseph Beuys, infagottato dentro un mantello di feltro e chiuso nella sala seminterrata di una galleria d’arte, con l’unica compagnia di un animale selvatico: un coyote. Nel vagone stracolmo e dondolante del Treno del mare, sono tornato a pensare a un’ipotesi che si era già affacciata alla mente in passato. Le challenge di YouTube e TikTok forse hanno un precursore: la performance art più spericolata ed estrema prodotta negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. L’ipotesi è che fra le challenge di YouTube e la performance art esista una parentela tutta da decifrare e ricostruire, un filo da ripercorrere nella sua lunga e tortuosa serpentina tra due secoli, una risonanza delle pratiche sperimentali dell’una negli usi goliardici dell’altra.  

Beuys portò a termine questa celebre performance rimasta nella storia dell’arte – il titolo era I Like America and America Likes Me – nel 1974, ospite della René Block Gallery di New York. Joseph Beuys all’epoca era un artista di cinquantatré anni (noto anche per la sua leggendaria vicenda di sopravvissuto a un incidente aereo durante la Seconda guerra mondiale e per essere stato curato e accudito da una tribù nomade di Tartari, che lo aveva ritrovato più morto che vivo in mezzo alla neve). Beuys era arrivato a New York in aereo dalla sua città natale, Düsseldorf, ed era stato portato in barella dall’aeroporto alla galleria. Credo di aver letto da qualche parte che Beuys avesse chiesto di essere trasportato in barella pur di non poggiare i piedi sul suolo degli Stati Uniti, un paese che evidentemente non amava. Ma potrei sbagliarmi. Ad aspettarlo nello spazio della galleria c’era una creatura che abitava gli Stati Uniti d’America da molto tempo prima che arrivassero gli europei. Per tre giorni di seguito, l’artista passò otto ore nella stanza seminterrata, sforzandosi di condividere insieme all’animale un’area di pochi metri quadrati e di costruire con lui un dialogo e una relazione. In alcune foto in bianco e nero, Beuys è avvolto da capo a piedi nel mantello di feltro, che trasforma la sagoma dell’artista in una figura ieratica e misteriosa, che forse suscitò nell’animale una reazione di curiosità, insieme a un istintivo timore reverenziale. In altre foto Beuys sembra andare in cerca di un nuovo linguaggio e di un codice di comunicazione con il coyote, servendosi di un elemento commovente e ancestrale della cultura umana come il bastone da pastore. 

La challenge delle cinquanta ore trascorse nella scatola di cartone, per come l’avevo immaginata sul momento leggendo quelle due righe di giornale, mi aveva ricordato, oltre all’impresa di Beuys, un’altra famosa performance: Seedbed. L’artista di Seedbed è Vito Acconci (un “maestro della performance”, come viene chiamato oggi), nato a New York nel 1940. La storia di Acconci riecheggia quella di altri immigrati italo americani che hanno avuto un percorso umanistico. Si era formato in una scuola molto cattolica di New York ed era stato suo padre, dipendente di una piccola manifattura di accappatoi, a trasmettergli l’amore per l’arte e la letteratura. Anche nel caso di Seedbed il protagonista si era forzato a un periodo di autosegregazione. Nel 1972 Acconci era rimasto nascosto per tre settimane e per otto ore al giorno in un’intercapedine situata sotto il pavimento di una galleria d’arte. In quel piccolo antro segreto Acconci si era masturbato a ripetizione. Un altoparlante sistemato nello spazio diffondeva la voce di Acconci mentre narrava le proprie fantasie, provocate dai passi dei visitatori che rimbombavano sopra le tavole di legno della pavimentazione. Un altro lavoro di Acconci, Trademarks, ricorda invece una sfida on line diventata popolare su TikTok. Nelle foto scattate durante Trademarks, Acconci è seduto per terra, svestito. Offre al pubblico un campione di semplice nudità maschile, con quello stesso spirito aperto e disarmato che aveva caratterizzato gli happening pacifisti al tempo della guerra americana in Vietnam. Una volta seduto, Acconci si morde con violenza la pelle delle braccia, delle gambe, fino a lasciare sul corpo il segno dei denti, poi immortalato in una fotografia. La challenge TikTok della “cicatrice francese”, di cui si è parlato in questi mesi, dove ci si stringe le guance fino a quando non appare un ematoma, sembra un esperimento di body art proprio come lo è stato l’autolesionismo di Vito Acconci in Trademarks. Le differenze tra performance e challenge stanno in un diverso grado di consapevolezza e intenzionalità, ma oltre le differenze deve esistere un comune sfondo esistenziale e pulsionale. 

I due lavori di Beuys e Acconci e la challenge della scatola di cartone dei TheBorderline sono accomunati solo da una fantasia di reclusione e autoprigionia, da non molto altro, ma la mia sensazione è che più in generale qualcosa dell’attitudine estremista della performance sia percolato, nel corso del tempo e lungo lo spazio, fino a nutrire il linguaggio e la grammatica di una generazione di creator. Da una parte c’è un piccolo gruppo di artisti, di pionieri e sperimentatori, che parla di fronte alla nicchia dell’arte; dall’altra c’è una moltitudine di creator nativi di un ecosistema posteriore, che di fronte a vastissime comunità di follower si trovano spesso a produrre gesti, circostanze e situazioni, che riecheggiano le esperienze della performance art e della body art, a partire da un certo gusto per sfide e imprese, a volte comiche, a volte disturbanti, che riguardano i limiti del corpo fisico.

Anni fa mi ero imbattuto nel canale di uno youtuber di nome Mario Marku. Gli avevo spedito una email per proporgli di scrivere il promo di una trasmissione televisiva per la quale stavo lavorando, ma poi non se ne fece nulla. Scorrendo i contenuti caricati nel canale di Marku, mi ero entusiasmato davanti a un video di 11 ore, 57 minuti e 25 secondi. Aiutandosi con un counter che scorreva in alto a destra del fotogramma, Marku si era impegnato a ripetere per centomila volte il nome “Luis”. Si trattava infatti di un omaggio a Luis Sal, il suo YouTuber preferito. In un altro video della lunghezza di un’ora (titolo: Tengo il Muso come Papa Francesco per 3.555 secondi), Marku s’impegna nell’imitazione del broncio di Papa Francesco. L’idea di Marku ricorda gli screen tests girati da Andy Warhol fra il 1964 e il 1966, dove decine di amici e avventori della Factory  – le varie Nico, Benedetta Barzini, Yoko Ono, Edie Sedgwick e i vari Lou Reed, John Cale, Dennis Hopper, Allen Ginsberg, etc – vengono ripresi in primo piano per diversi minuti, senza parlare. Lou Reed si limita a bere da una bottiglia di Coca-Cola. Per Warhol lo screen test era un modo per reinventare il ritratto. L’imitazione di Papa Francesco da parte di Marku è altrettanto un ritratto, seppure sospeso in una terra di mezzo tra goliardia, “genialata” e una sorta di agonismo YouTuber (A proposito di goliardia o ironia: in un vecchio libro ho ritrovato la foto di un lavoro del 1974 di un artista italiano, Fernando De Filippi, che si tagliò i capelli e si fece crescere il pizzetto fino a diventare una sorta di sosia di Lenin).

“Le differenze tra performance e challenge stanno in un diverso grado di consapevolezza e intenzionalità, ma oltre le differenze deve esistere un comune sfondo esistenziale e pulsionale”.

Centrale Fies è un centro di ricerca per le pratiche performative in provincia di Trento. Ci sono stato una sola volta, ormai moltissimi anni fa, in occasione del Primo Premio Internazionale della Performance. Quell’anno vidi un lavoro dell’artista Nico Vascellari. Fu una performance che, a ripensarci, si poteva definire come una sfida, una challenge, nella quale Vascellari aveva coinvolto tutta la sua famiglia. S’intitolava Nico & The Vascellaris. Salito su un palco, Vascellari sbraitava dentro un microfono, nelle vesti di un performer punk, mentre suo padre, sua madre e sua sorella erano costretti a sorreggere un lastrone che faceva da tetto al figlio e fratello, ma si trattava di un lastrone davvero pesante e perciò il padre, la madre e la sorella di Vascellari, tramutati nelle cariatidi di un tempio, avevano le braccia e le gambe che tremavano per lo sforzo, ma resistevano, tenevano duro, non mollavano e facevano di tutto per evitare che il tetto crollasse sulla testa del cantante punk, sangue del loro stesso sangue. Il pubblico osservava la scena con apprensione. Per quanto mi riguarda quella sera a Centrale Fies pensai che in Vascellari ci fosse un istinto profondamente narcisista e sadico, che era riuscito a esprimere in una messa in scena indubbiamente originale e carica di tensione. E infatti quell’anno Vascellari fu eletto vincitore del Primo Premio Internazionale della Performance, presieduto da Marina Abramovic.

Dubito si possa identificare un oggettivo anello di congiunzione tra la tradizione delle performance art e la generazione dei creator di YouTube e TikTok. Eppure corrispondenze e somiglianze esistono. Il video di Mario Marku Sbatto le Palpebre 30.000 Volte in 200 Minuti potrebbe essere un lavoro di Bruce Nauman. Così come il macrogenere YouTube dei contenuti ASMR ha diffuso presso un pubblico di milioni e milioni di utenti un’assurda e sofisticata cultura dell’ascolto, che ha molti più collegamenti con la musica colta e d’avanguardia che non con la pop music. È più facile ipotizzare che le innovazioni introdotte dalla performance negli anni Sessanta e Settanta si siano diffuse sottotraccia, in più ambiti della cultura e della vita sociale, e abbiano reso possibile quella libertà di linguaggio e sperimentazione che oggi praticano istintivamente e naturalmente moltissimi creator.

Guardando i video petulanti di TheBorderline, ipergraficati e troppo sonorizzati, ci troviamo invece di fronte a una banalizzazione e a uno svuotamento della libertà, della bellezza e della potenziale radicalità che possono animare la cultura della challenge. Inoltre, a monte della disastrosa challenge della Lamborghini Urus non si può non vedere un peccato originale: un gruppo di ventenni che persevera nella mitologia dell’automobile (più boomer di così…) e scherza col combustibile fossile. 

Ivan Carozzi

Ivan Carozzi è giornalista, scrittore e autore tv. Ha curato la raccolta Che traccia hai scelto? (Utet, 2023).

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