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Benedetta Fallucchi

Basta ancora la paghetta per insegnare ai bambini il valore dei soldi?

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Soldi

La paghetta è spesso il primo banco di prova, ma il modo in cui i bambini imparano a spendere, risparmiare e distinguere tra desideri e bisogni dipende soprattutto da ciò che vedono fare (e che sentono dire) agli adulti. Come si trasmette oggi il senso del limite e della responsabilità economica?

“Papà, mi compreresti un libro?”

“Un libro? E per che cavolo farci?”

“Per leggerlo”.

“Diavolo, ma cosa non va con la tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia!”.

Così parla il signor Dalverme alla quattrenne figlia Matilde, nell’eponimo romanzo di Roald Dahl, del 1988.  Nelle prime pagine del libro, il signor Dalverme espone alla prole la sua aberrante idea di educazione al denaro basata sulla spilorceria e la truffa; invita la figlia a usare la sua paghetta settimanale per ripagare il volume della biblioteca che lui e la madre le hanno stracciato; sprona il figlio maschio, il prediletto, all’imbroglio, come fa lui stesso nel suo lavoro di rivenditore di auto usate. Matilde traligna dall’insegnamento dei genitori, ma il suo giudizio viene deriso e ripudiato dal resto dei familiari, anche in virtù del suo appartenere al genere femminile.

Chiaramente, a Dahl interessa solo mostrarci la bassezza nelle più disparate forme, inclusa quella economica; tuttavia, più o meno consapevolmente, l’autore ci dice anche che, nella letteratura e fuori di essa, il primo contesto di socializzazione con lo “sterco del Diavolo” è quello del nucleo familiare.

I genitori sono in effetti i principali modelli per il comportamento finanziario dei bambini. 

Una ricerca di qualche anno fa dell’Università di Cambridge ha illustrato questo assunto in modo dettagliato mostrando le varie fasi del processo di apprendimento. Quando sono molto piccoli, i bambini devono elaborare la nozione di dare e ricevere, e anche laddove arrivino a capire che per comprare un prodotto è necessario pagarlo, talvolta desiderano prendere alcuni oggetti senza che ci sia una transazione (personalmente ricordo con angoscia il momento in cui venni redarguita per un piccolo “furto” commesso al supermercato: nella distrazione dei miei genitori, avevo staccato il peluche in omaggio da una confezione di detersivo e me lo volevo portare via senza che però il detersivo in questione figurasse tra i nostri acquisti). 

I bambini, dice ancora la ricerca, faticano a elaborare che a diverse monete o banconote corrispondono valori diversi, così come che il denaro provenga dal lavoro – l’ho sperimentato con i miei figli, i quali, di fronte alla nostra costernazione per qualche spesa ingente, più volte hanno suggerito: “Basta che vai dove prendi i soldi, no?”, intendendo con questo lo sportello bancomat da cui si fanno prelievi. Ancora più complessa per un bambino è l’idea che per ottenere un beneficio è necessario ritardare la gratificazione, cioè la nozione alla base del risparmio. 

Secondo gli stessi studiosi, i bambini mediamente arrivano a maneggiare alcuni concetti di base relativi ai comportamenti finanziari intorno ai sette anni. È chiaro che in questo lasso di tempo il ruolo di guida dei genitori è cruciale.

Anche per Giovanna Boggio Robutti, Direttore generale di FEduF che si occupa da anni di promuovere l’educazione finanziaria, “la famiglia è il primo vero ecosistema finanziario di un bambino”. “Molto prima di comprendere cosa sia il denaro, un bambino impara osservando gli adulti: le conversazioni sulle spese, il modo in cui si gestiscono gli imprevisti, le scelte tra ciò che serve e ciò che si desidera, gli atteggiamenti emotivi legati ai soldi (ansia, controllo, fiducia). In questo senso, la socializzazione economica comincia molto presto, e non attraverso lezioni formali, ma tramite comportamenti, linguaggi, modelli”. E la condizione socio-economica delle famiglie incide fino a un certo punto: assai più del reddito, conta “la cultura economica familiare, ovvero la capacità di rendere i figli partecipi, in modo adeguato alla loro età, del valore delle scelte economiche quotidiane”, continua Boggio Robutti.

Con l’aumentare dell’età crescono le competenze dei bambini e, in qualche misura, la complessità delle questioni che si pongono ai genitori. Se nei primi anni il dilemma più pressante è comprare o non comprare le figurine in edicola – e solo apparentemente si tratta di cifre irrisorie, perché, di fronte all’insistenza dei figli, si corre il rischio, come accadeva alla sottoscritta, di buttar via mezzo stipendio in animaletti di gomma e carte Pokémon – più avanti le sfide da affrontare sono di altro genere. 

Esiste un ovvio scarto nel modo in cui ci si avvicinava in passato e ci si avvicina oggi all’oggetto-denaro: il classico resto del gelato lasciato in mano ai bambini perché lo usino per i loro piccoli acquisti o per riporlo nel salvadanaio, si trasforma, con l’adolescenza, in carte prepagate o in cifre che esistono solo su uno schermo. Ancora Boggio Robutti: “La dematerializzazione dei pagamenti – carte, app, wallet, smartphone – ha reso tutto più semplice, ma anche più intangibile”, comportando due fenomeni paralleli: da un lato una maggiore dimestichezza tecnologica, dall’altro una “minore comprensione del denaro come risorsa finita”. 

Secondo un’indagine condotta per il Salone dei Pagamenti 2025 da Webboh Lab e Sylla su un campione di 4.000 ragazzi tra i 14 e i 19 anni, il 40% degli intervistati circa utilizza abbastanza di frequente le carte o il bancomat di un familiare, e la maggior parte degli intervistati ritiene il pagamento digitale una routine. Di fronte a una domanda su come immaginano i pagamenti nel futuro, quasi otto giovani su dieci (78%) pensano che saranno “personalizzati e invisibili”. 

Non bisogna subito immaginare scenari apocalittici, in cui le generazioni più giovani sono incapaci di capire il valore dei soldi perché si usa sempre meno il contante: secondo un’altra ricerca, pubblicata nel 2023 da alcuni docenti dell’Università Cattolica di Milano, la maggiore propensione alla spesa incontrollata attraverso i pagamenti elettronici vale più per gli adulti che per i giovani, i quali sono maggiormente abituati agli strumenti digitali. Anzi, nel caso dei ragazzi è vero il contrario: è proprio allorché utilizzano i contanti che non sentono di spendere davvero. 

Una domanda che spesso circola tra i genitori di adolescenti riguarda la paghetta: darla o non darla? Secondo uno studio del 2022 la maggior parte delle famiglie italiane opta per dare ai figli una somma da gestire in autonomia (lo fanno 7 famiglie su 10). Con il mio primogenito, che ora ha 13 anni, per il momento non abbiamo un sistema strutturato: lui chiede del denaro per le singole occasioni e noi gli diamo dei contanti. Tutto qui. Non è uno spendaccione, si ricorda sempre di restituire il resto, quindi per ora tutto è filato liscio. Mi rendo conto però della superficialità del mio approccio quando affronto l’argomento con Emanuela Rinaldi, professoressa associata di Sociologia dei processi culturali all’Università Bicocca di Milano, che ha scritto La paghetta perfetta. Come educare i figli all’uso del denaro su basi scientifiche (Il Sole 24 Ore, 2022). Il punto centrale, mi fa capire Rinaldi, sta non nella singola misura ma nel complesso delle strategie che una famiglia vuole mettere in atto per costruire e rafforzare nel tempo le competenze finanziarie dei figli. In questo senso, la paghetta non incide in modo significativo: le variabili decisive sono altre: “La prima, fondamentale, sono le competenze matematiche. La seconda è la capacità di tenere un budget: insegnare ai bambini sin da piccoli a monitorare le entrate e le uscite è utilissimo – magari all’inizio su un quaderno e più avanti su un’app. La terza è l’autonomia del guadagno: si è visto che a parità di competenze di matematica avere un’esperienza lavorativa migliora le competenze finanziarie”. Quando parla di esperienze lavorativa, Rinaldi intende i classici lavoretti come dare ripetizioni o fare da dog sitter, tutte occasioni per incrementare la consapevolezza e l’autonomia dei ragazzi. Mi racconta che anni fa, nel 2018, da una sua ricerca era emerso che i bambini, interrogati su che lavori avrebbero voluto fare, citavano con grande scorno degli adulti il mestiere di youtuber: i genitori erano scettici ma la verità era che i più piccoli avevano individuato con lucidità quelle situazioni in cui c’era la possibilità di guadagnare anche alla loro età. Nel momento in cui ci si trova con adolescenti che guadagnano più dei genitori, è chiaro, mi dice Rinaldi, che se non si sono gettate delle basi di consapevolezza e se non c’è stato un dialogo aperto rispetto al denaro, si possono creare dei problemi. Ci ricordiamo tutti delle vicende dei giovani milionari alla Britney Spears, del resto. Dunque va bene la paghetta ma non fissiamoci solo su quella, né bisogna accanirsi pro o contro l’idea di paghetta come premio, aspetto, questo, talvolta affrontato in modo un po’ ideologico. Rinaldi mi dice pure che, ai fini di un futuro benessere finanziario, concorre anche un’altra variabile: la capacità di differimento della gratificazione. Com’è intuitivo, chi riesce di più a rimandare il momento di un acquisto rischia meno di compromettere le proprie finanze – e uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità del 2018 arrivava a correlare un’elevata disponibilità economica nella paghetta dei ragazzi con l’insorgenza di comportamenti a rischio (come il consumo di alcol o l’acquisto di sigarette). 

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La questione della paghetta rappresenta forse il punto di caduta più vistoso delle considerazioni quotidiane delle famiglie ma nasconde in sé il tema più ampio dell’educazione finanziaria, che nel nostro paese ha guadagnato una maggiore attenzione solo in anni recenti. Secondo Rinaldi, anche la ricerca scientifica italiana se n’è occupata poco perché il denaro in famiglia è stato spesso trattato come un tabù: “Dal 2008 in poi, però, in seguito alla crisi dei mutui subprime, l’attenzione sulle competenze finanziarie anche tra i più piccoli è cresciuta moltissimo”; inoltre, a partire dal 2012, l’OCSE attraverso il programma PISA, ha iniziato a valutare le competenze finanziarie degli studenti quindicenni. E si è visto che in Italia c’è un problema. Prendendo i dati più recenti – quelli dell’ultima indagine PISA OCSE 2022 – si può constatare che i quindicenni italiani ottengono in media un punteggio più basso in alfabetizzazione finanziaria rispetto alla media OCSE: solo il 5% raggiunge i livelli più alti, mentre quasi uno su cinque non supera la soglia minima. Si evidenziano differenze nelle prestazioni sia legate al genere – i ragazzi hanno ottenuto 20 punti in più nelle risposte rispetto alle ragazze – sia legate alle diverse condizioni socio-economiche di partenza. 

Nel tempo è aumentata l’offerta di progetti volti a supplire alle lacune in tema di educazione finanziaria, con particolare attenzione ai giovani. 

Dal 2017 esiste il Comitato Edufin (Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria), che si innesta in una strategia nazionale di implementazione delle competenze finanziarie, assicurative e previdenziali dei cittadini italiani; inoltre, diversi enti hanno intrapreso il dialogo con le scuole (ad esempio sia Banca d’Italia che Consob offrono corsi di formazione per i docenti e materiali informativi), e nel 2024 è stata approvata una legge che mira a integrare l’educazione finanziaria all’interno dei programmi di educazione civica. Tuttavia, resta ancora parecchio da fare: secondo Boggio Robutti, c’è, in primis, la necessità di costruire una strategia unitaria e non fermarsi a una serie di iniziative pregevoli ma frammentarie; bisogna poi eliminare le differenze sociali, economiche e geografiche che sono ancora molto marcate, e, infine, adattarsi alla velocità delle innovazioni. 

C’è anche il discorso, solo accennato, della questione di genere: Rinaldi sottolinea che l’Italia, insieme alla Polonia, rappresenta l’anomalia nel panorama dell’indagine PISA OCSE: “Da noi già a 15 anni il gender gap è fortissimo”, e questo è legato a un processo di socializzazione, sia in famiglia sia nella società intesa in senso più largo, che “induce più i ragazzi a interessarsi di finanza e a studiare questi temi rispetto alle ragazze”. Rinaldi mi racconta che dirige un summer camp dell’Università Bicocca, con il sostegno anche di enti come Credem e Fondazione Deutsche Bank, finalizzato proprio all’empowerment femminile in ambito finanziario. Nell’ambito di questo progetto, ha realizzato anni fa un’indagine per capire quali fossero i modelli imprenditoriali di riferimento dei giovani. “Quando abbiamo rivolto questa domanda a maschi e femmine, si è visto che entrambi i gruppi citavano per lo più uomini: Mark Zuckerberg, Jeff Bezos o Elon Musk. Le donne menzionate erano pochissime”. Resta un bias nell’immaginario che collega immancabilmente la sfera del denaro a quella maschile: “Anche i personaggi ricchi dell’immaginario sono uomini: Paperon De’ Paperoni, Iron Man, Batman, Richie Rich – oppure sono principesse”. In Italia, c’era una donna che era riuscita a scardinare questi topos qualche anno fa: Chiara Ferragni. Ma, ammette Rinaldi, dopo le ultime vicende, la sua popolarità ha avuto un tracollo e quindi è tramontata anche come modello per le nuove generazioni. 

Insomma, per tornare alla Matilde del libro di Dahl da cui siamo partiti, l’ingentilimento attraverso la cultura è fondamentale per andare oltre una ridotta o distorta – come nel caso dell’eroina di Dahl – educazione familiare rispetto al denaro, ma ancor meglio se alla lettura si aggiunge il calcolo matematico, un lavoretto che ci dà autonomia, e, perché no?, un bel budget da tenere. Soprattutto quando si è donne. 

Benedetta Fallucchi

Benedetta Fallucchi è giornalista, scrittrice e lavora nella sede di corrispondenza romana del maggiore tra i quotidiani giapponesi. Il suo primo libro è L’oro è giallo (Hacca, 2023).

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