Perché ci interessa la sessualità di Taylor Swift? - Lucy
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Viola Stefanello

Perché ci interessa la sessualità di Taylor Swift?

19 Marzo 2024

Come tutto quello che riguarda Taylor Swift, anche la sua sessualità è motivo di interesse e fonte di pettegolezzi e teorie. C’è chi analizza i testi delle sue canzoni in cerca di indizi e chi specula sulle sue relazioni passate. La sua fandom è divisa in fazioni opposte e persino il «New York Times» se n’è occupato. Se il tema sembra frivolo, le domande che possiamo ricavarne non lo sono: ad esempio, cosa ci aspettiamo dalle star che amiamo?

Storicamente, all’interno della comunità queer anglofona, “far cadere una forcina’”(“dropping a hairpin”) vuol dire lasciar intendere a qualcun altro di essere gay, nella speranza che l’altra persona colga il segnale e reciprochi il proprio interesse, o quantomeno mostri di essere parte della stessa comunità.

In Gay New York, importante resoconto della storia della comunità LGBTQ+ della città dal 1890 agli anni Novanta del Ventesimo secolo, lo storico George Chauncey Jr spiegava che molti uomini mantenevano la propria vita gay nascosta agli osservatori eterosessuali, potenzialmente ostili, “tenendo i capelli raccolti”, ma questo non vuol dire che fossero isolati o nascosti gli uni dagli altri: spesso “facevano cadere una forcina” che soltanto altri uomini gay avrebbero notato” – magari anche appuntando un garofano verde sul bavero della giacca, o regalando un mazzo di violette a una donna che ti interessava, se eri lesbica. Dei moti di Stonewall, la prima grande lotta per i diritti e la liberazione della comunità LGBTQ+, si disse che “fecero risuonare in tutto il mondo il rumore di una forcina che cade”.

Se non appartenete alla comunità LGBTQ+ o non vi siete mai interessati più di tanto alla sua storia potreste non aver mai sentito questa espressione. Io stessa ne sono venuta a conoscenza di recente: da qualche anno gli algoritmi mi spingono sempre più a fondo in una comunità al limite del complottismo, le cosiddette “gaylor”, ovvero persone convinte che Taylor Swift sia lesbica, bisessuale, o che quantomeno abbia avuto in passato relazioni romantiche con delle donne.

In questo caso specifico, le nicchie gaylor dell’internet – uno sciame sparso di account su Twitter, Tumblr e TikTok, discussioni su Reddit e vari blog che esistono ormai da un decennio – facevano riferimento a Right Where You Left Me, canzone del suo nono album in studio, Evermore.

La canzone parla di una donna incapace di accettare la fine della storia con la persona che ama. Swift, che ha scritto la canzone, canta: “I swear you could hear a hair pin drop” (‘Ti giuro che avresti potuto sentire un forcina cadere’). Per molti è solo un riferimento al modo di dire inglese “you could hear a pin drop”, che descrive una situazione di silenzio assordante, dovuta a varie ragioni: imbarazzo, curiosità, eccitazione, sorpresa.

Tra le gaylor, però, la decisione di Swift di usare proprio quel riferimento, è stata analizzata minuziosamente, come d’altronde accade da anni con qualunque sua canzone, foto, video, apparizione pubblica, concerto, interazione online. 

All’interno del fandom di Swift le rivalità sono piuttosto esplicite, al punto che le gaylor hanno coniato un nomignolo per chi difende strenuamente l’eterosessualità della cantante: “hetlor”, crasi di “heterosexual” e “Taylor”. 

Ma nemmeno le gaylor la pensano tutte allo stesso modo: c’è chi sostiene che Swift sia completamente lesbica e che quindi tutte le relazioni che ha avuto finora – tra cui quella attuale con il giocatore di football Travis Kelce – siano delle coperture, chi crede sia bisessuale e abbia avuto qualche relazione con altre donne, tenute però segrete, e chi, semplicemente, si diverte a cercare richiami queer nelle sue canzoni. Quasi tutte le gaylor pensano che ci fosse del tenero tra lei e la modella Karlie Kloss, con cui Swift ha avuto un rapporto molto stretto a partire dal 2013, scemato negli ultimi anni senza motivo apparente.

Lo scorso gennaio, il tema ha fatto il salto di specie – da dramma di nicchia a questione d’attualità – quando l’opinionista del «New York Times» Anna Marks ha scritto un articolo intitolato “Look what we made Taylor Swift do”. Nel pezzo Marks riassume molte ragioni delle gaylor. Scrive che Swift da tempo esprime esplicito sostegno nei confronti della comunità LGBTQ+, pubblicando per esempio foto in cui indossa un braccialetto con scritto “proud” e i colori della bandiera bisessuale, dichiarando nel suo documentario che “l’orgoglio gay è una delle cose che mi rendono la persona che sono”; esibendosi allo Stonewall Inn, uno dei bar gay più famosi del mondo, in occasione del cinquantesimo anniversario dei moti di Stonewall, che diedero inizio al movimento per la liberazione delle persone omosessuali. Sottolinea che le canzoni di Swift contengono molto spesso tematiche che rispecchiano alcune esperienze comuni alle persone queer: il fatto di coltivare amori proibiti o scandalosi, l’importanza di essere sé stessi nonostante le critiche e la difficoltà di tenere nascosto qualcosa che non verrebbe accettato dal pubblico. E ricorda che molte delle donne a cui Swift si è ispirata nel tempo, dalla coreografa Loie Fuller alla poetessa Emily Dickinson, sono icone queer.

Marks ha scritto che l’intenzione del pezzo non era speculare direttamente sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere di Swift, né sulle donne a cui sarebbero ispirate alcune delle sue canzoni. Quello che le interessava, ha scritto, era utilizzare l’esempio di Swift – che negli ultimi anni si è posizionata come forte alleata della comunità LGBTQ+ – per parlare del fatto che le persone vengono ancora considerate eterosessuali fino a prova contraria, anche quando hanno sempre evitato di definire esplicitamente il proprio orientamento sessuale, come nel caso di Swift. 

La reazione all’articolo è stata scomposta: i detrattori sostengono sia solo una speculazione pruriginosa sull’orientamento sessuale di Swift, non un’analisi seria del suo posizionamento rispetto alla comunità queer. Perché il quotidiano più letto e più autorevole al mondo deve impicciarsi dell’orientamento sessuale di una persona, per quanto famosa? 

C’è chi però, grazie all’articolo, ha scoperto per la prima volta le teorie gaylor e ne è rimasto affascinato. Tantissime fan si sono sentite in dovere di difendere l’eterosessualità di Swift, come se il suo possibile interesse per le donne fosse di per sé diffamante. Alcuni hanno approfittato della discussione per parlare del fatto che le persone, per quanto famose possano essere, dovrebbero sempre avere il diritto di scegliere se fare o meno coming out, e che scegliere di non farlo dovrebbe essere considerata una scelta legittima, e non vigliacca come spesso la si fa passare anche all’interno della comunità queer. 

Nel 1992 la psicologa Halla Beloff scriveva che uno dei vantaggi dell’eterosessualità è sapere di “potersi rapportare a quasi tutte le narrazioni culturali, dai romanzi ai film all’arte, con una semplice e soddisfacente identificazione”. Se sei un uomo a cui piacciono solo le donne, o una donna a cui piacciono solo gli uomini, la tua esperienza vissuta è riflessa, raccontata, sviscerata ovunque, a partire dai cartoni animati che si guardano da bambini.

Nel 1980, l’attivista femminista e lesbica Adrienne Rich coniava l’espressione “eterosessualità obbligatoria” (‘compulsory heterosexuality’) per descrivere come la società e la cultura abbiano a lungo perpetuato l’idea che essere eterosessuali sia la norma, e che non esserlo voglia dire deviare da essa.

Ancora oggi, il messaggio secondo cui le relazioni eterosessuali dovrebbero essere una parte centrale dell’esperienza umana è talmente pervasivo da far sentire soffocate anche certe persone eterosessuali che per un motivo o per l’altro – ad esempio perché asessuali o perché non vedono le relazioni romantiche come priorità – non sono interessate alle relazioni o al sesso.

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Fino a qualche decennio fa, non si poteva invece dire che le persone queer avessero lo stesso quantitativo di storie a cui ispirarsi o di esempi a cui aspirare: anche dove il loro orientamento sessuale e romantico non era illegale, la rappresentazione dell’attrazione omosessuale era scarsa, relegata al di fuori delle opere mainstream. Per trovarla era necessario sapere molto bene cosa cercare. Bisognava imparare a riconoscere il suono di una forcina che cade.

Oggi di persone dai capelli liberamente sciolti ce ne sono tantissime, e molto visibili: le boygenius – la band che ha portato a casa più premi agli ultimi Grammy’s – limonano felicemente tra loro sul palco a ogni concerto e vincono un premio dopo l’altro cantando gioiosamente dell’amore queer che provano l’una per l’altra; l’attrice che interpreta Regina George nel remake di Mean Girls è apertamente lesbica e si presenta con la nuova fidanzata agli Oscar, Kristen Stewart appare sulla cover di Rolling Stone con un look molto mascolino e le persone che la criticano fanno la figura degli squilibrati. Le rappresentazioni queer – e anche specificatamente saffiche – sembrano insomma ovunque. 

E quindi, ha senso cercare simboli e significati queer nell’opera di un’artista che non ha mai detto esplicitamente di far parte della comunità?  Perché poi cercarli in Taylor Swift, che con i suoi capelli biondissimi, gli occhi azzurri, l’aria da brava ragazza e i tanti celebri ex fidanzati viene definita da alcune swiftiela donna più etero del mondo“? Cosa ci aspettiamo da lei?

Io stessa mi diverto forse un po’ troppo a inseguire fantasiose teorie online: non posso mettermi a spiegare il motivo senza sembrare la classica teorica del complotto paranoica che tiene una tavola di sughero con tutte le prove connesse tra loro in camera propria, ma mi rifiuto categoricamente di pensare che Dress o Maroon parlino di un uomo (qui però trovate qualche link, se, come spero, siete ormai curiosi).

Come scrive Ryan Broderick, celebre giornalista che si occupa da almeno un decennio di comunità online, “la maggior parte delle persone ormai si vivono la disinformazione come una nuova forma di intrattenimento. (…) Leggiamo e condividiamo queste cose perché sono salaci, eccitanti e divertenti”.

Nel contesto dei fandom contemporanei questo è particolarmente vero. Per quanto riguarda Swift, è indubbio che nell’arco della sua carriera la cantante abbia fondato una buona parte del suo stretto rapporto con i fan sulle “easter eggs”, ovvero quei messaggi segreti o in codice che, inseriti in canzoni, video e post sui social network, possono incoraggiare letture particolarmente attente – o strampalate – dei suoi testi e del suo personaggio.

Taylor Swift è un caso da manuale della crescente aderenza tra l’identità delle persone e i prodotti che amano. Come ha detto di recente il critico musicale Israel Daramola, “non basta comprare le cose, ci si deve identificare con esse. Quei prodotti devono entrare a far parte di ciò che senti di essere come individuo, perché questo vuol dire che continuerai ad acquistarli. E quindi finisce che se qualcuno critica Beyoncé [i suoi fan] si sentono come se a essere criticati personalmente fossero loro”.

“Ancora oggi, il messaggio secondo cui le relazioni eterosessuali dovrebbero essere una parte centrale dell’esperienza umana è talmente pervasivo da far sentire soffocate anche certe persone eterosessuali”.

È una massima che vale per le gaylor, che non sono tutte donne queer, ma spesso sono persone tendenzialmente progressiste che sperano di aggiungere un ulteriore strato di complessità a un’artista a lungo accusata di essere superficiale, “da ragazzine”. Ma vale altrettanto per i fan che sentono di doverne proteggere la reputazione di fronte a queste terribili accuse, pensando probabilmente che non guarderebbero più la sua musica allo stesso modo se venisse fuori che le piacciono le donne.

La giornalista Aja Romano ha invece una teoria affascinante sui motivi “non gay” per cui Swift potrebbe includere così spesso temi e sottotesti cari alla comunità queer nelle proprie canzoni. “È del tutto possibile che Taylor stia intenzionalmente inserendo sottotesti queer nelle proprie canzoni per aggiungere un ulteriore livello di tensione e sfumatura nella propria musca [senza per questo essere bisessuale o lesbica]”, ha scritto a proposito di Folklore, l’ottavo album in studio di Swift. “Dopotutto sono molti gli scrittori che lo fanno: aggiungere un sottotesto queer non ti rende queer, così come scrivere una storia d’amore tra uomini non ti trasforma in un uomo gay. Aggiungere questo sottotesto permette però senza dubbio a un maggior numero di persone di riconoscersi in un testo, e Swift ne è senza dubbio consapevole”. 

Non sarebbe la prima volta che la comunità queer “adotta” una celebrità etero: ne sanno qualcosa Stanley Tucci e Cate Blanchett. A questa possibilità se ne aggiunge un’altra: quella che Swift, che da anni ormai concede pochissime interviste e commenta molto di rado le voci che circolano su di lei, stia scegliendo volontariamente di non dare spiegazioni sul proprio orientamento sessuale non solo per sacrosante questioni di privacy ma anche per non dare l’idea di sentirsi offesa dalle voci che circolano sulla sua possibile queerness.

Un po’ come George Clooney, che nel 2012 ha detto che non aveva la minima intenzione di smentire le voci secondo cui era gay perché sarebbe stato “ingiusto e scortese” nei confronti della comunità LGBTQ+ dare a qualche cretino l’idea che “essere gay sia una brutta cosa” da cui scagionarsi.

Spesso però, il coming out non è raccontato come un gesto che potrebbe avere un importante impatto politico sul pubblico, ma come una sorta di obbligo da parte del personaggio in vista di turno. Una cosa che ogni persona queer con un po’ di visibilità è tenuta a fare. Questo genere di pressioni negli ultimi anni ha spinto persone come Kit Connor, attore bisessuale della (dolcissima) serie Netflix Heartstopper, a fare un riluttante coming out.

Nei mesi precedenti al proprio coming out Connor – che in Heartstopper interpreta un giocatore di rugby liceale, bello e popolare, che scopre di essere bisessuale innamorandosi di un altro ragazzo – aveva lasciato qualche commento ammiccante sotto ai post di alcuni colleghi uomini e aveva partecipato insieme al resto del cast al Pride di Londra, ma non aveva mai discusso pubblicamente il proprio orientamento sessuale.

Dopo essere stato paparazzato insieme a un’attrice con cui stava lavorando a un nuovo film, era stato accusato da diversi fan di fare “queerbaiting”, ovvero di aver finto di essere parte della comunità LGBTQ+ per ottenere attenzione e consensi, pur essendo in realtà eterosessuale. Alla fine, dopo settimane di critiche e insulti, anche da parte di membri della comunità queer, l’attore aveva pubblicato un tweet in cui scriveva: “Sono bisessuale. Congratulazioni per aver costretto un diciottenne a fare coming out. Penso che molti di voi non abbiano colto il punto [di Heartstopper]. Ciao.”

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Già nel 2012 il celebre giornalista televisivo americano Anderson Cooper si era sentito costretto a fare coming out dopo decenni di carriera spinto non dalle accuse di queerbaiting, ma dalla necessità di sottolineare di non vergognarsi del proprio orientamento sessuale. “Sono sempre stato molto aperto e onesto riguardo a questa parte della mia vita con i miei amici, la mia famiglia e i miei colleghi. In un mondo perfetto, non penso che siano affari di altre persone, ma penso che ci sia anche un certo valore nell’alzarsi in piedi e farsi contare “come parte della comunità”, ha spiegato. “Aveva cominciato a essere chiaro che il mio silenzio su questo aspetto della mia vita personale aveva dato ad alcuni l’impressione errata che io volessi nascondere qualcosa, o che fossi a disagio [con la mia sessualità], che me ne vergognassi, che avessi paura di qualcosa”.

Taylor Swift – l’individuo, non l’artista, e tantomeno la celebrità – è una persona che come tutte avrà i suoi dubbi, delle debolezze, delle difficoltà interpersonali, degli equilibri familiari di cui non possiamo essere al corrente. Potrebbe essere attratta dalle donne e non volersi assumere le conseguenze che il suo coming out senza dubbio avrebbe; potrebbe pure aver scelto di non confermare né smentire voci che circolano da dieci anni per evitare cinicamente di alienarsi una parte del proprio sterminato fandom; potrebbe semplicemente essere amica e alleata di moltissime persone LGBTQ+ e aver voglia di riflettere anche le loro esperienze nella propria musica.

I suoi amici, la sua famiglia e i suoi colleghi, come quelli di Cooper, sapranno una verità che ha scelto di non estendere al resto del mondo. Sta a noi decidere se continuare o meno a cercare forcine sul pavimento o se rivolgere l’attenzione verso le decine di popstar apertamente queer che fanno musica oggi.

Viola Stefanello

Viola Stefanello è giornalista. Ha collaborato con «Repubblica», «Internazionale» e altre testate. Fa parte della redazione de «Il Post».

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