Alice Munro e l'arte dell'intuizione - Lucy
articolo

Irene Graziosi

Alice Munro e l’arte dell’intuizione

15 Maggio 2024

Alice Munro, Nobel per la letteratura nel 2013, è morta a 92 anni. I suoi racconti, capaci di suscitare nel lettore acute e profonde intuizioni sul mondo e sulla natura umana, sono destinati a sopravviverle.

Ricordo che, da ragazzina, mia madre leggeva Alice Munro al mare. Aveva una raccolta di Selected Stories piuttosto massiccia le cui pagine si gonfiavano per la salsedine. Quando tornavamo a piedi dal molo di scogli verso casa, lei se ne stava per lo più in silenzio, come se qualcuno le avesse appena rivelato qualcosa di intimo e sconvolgente. Non avevo né la pazienza né l’interesse a chiederle cosa stesse pensando. 

Quando terminò la lettura, mi offrì la raccolta perché potessi leggerla. “Sono bellissimi”, mi disse, “non ho mai letto niente del genere”. La raccolta si apriva con il racconto di due donne, una giovane, una di mezza età. Vivevano in campagna, in due case vicine. C’era una macchina che procedeva nel fango e una capra di nome Flora che si era smarrita. A vent’anni, nulla mi pareva più noioso di due donne di mezza età in campagna tra gli animali da fattoria. Volevo leggere di ragazze poco più grandi di me che abitavano il mio tempo, che si innamoravano follemente, che studiavano, che venivano rifiutate, che facevano un sesso penoso e si chiedevano come mai i loro desideri le conducessero verso esperienze violente. Abbandonai la raccolta e non ci pensai più. 

Un’estate di dodici anni dopo mi trovavo in viaggio in Indonesia, precisamente nell’arcipelago delle Togean, in Sulawesi. Dall’estate in cui mia madre mi aveva offerto la raccolta di Munro ero stata almeno cinque o sei persone diverse: ero andata via di casa, avevo lasciato il mio primo fidanzato, mi ero innamorata con la convinzione cieca dei vent’anni, avevo tradito, ero stata abbandonata, avevo lasciato sbiadire un’amicizia che mi aveva ferita, ero innamorata di nuovo ma con una qualità di affetto mai sperimentata prima. Il tempo, che a vent’anni pareva esistere solo come un presente infinito, ora aveva preso a dilatarsi in tutte le direzioni, rivelandomi il passato e sfrecciando verso il futuro. Anche i fatti della vita mi giungevano attutiti, come se fossi immersa in un banco di nebbia che ottundeva la frenesia che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Solo, qualche volta, la foschia veniva squarciata da lampi improvvisi, che in un istante illuminavano con una chiarezza divina tutto ciò a cui non avevo prestato attenzione, più intensi e rivelatori di qualunque cosa avessi mai percepito. 

Avevo con me il Kindle, e decisi di scaricarmi alcune raccolte di Alice Munro. Iniziai da In fuga, che si apriva con il racconto omonimo: due donne, un uomo, e una capra di nome Flora. Sylvia e Carla abitano in campagna, sono vicine di casa. Sylvia – Mrs Jamieson – insegna botanica ed è vedova di suo marito, un poeta, di cui Carla si è presa cura fino alla morte. Carla è giovane e sta con Clark, un uomo tormentato, animato da fiammate d’ira che la lasciano svuotata. Sylvia torna da un viaggio nel momento in cui la capretta di Carla, Flora, è scomparsa. Il rapporto tra le due donne è percorso da una tensione fioca, sotterranea, come se entrambe stessero esplorando timidamente la possibilità di una vita diversa da quella che abitano, ma senza saperlo davvero. C’è un momento, nella loro storia, in cui Carla ha posato un bacio frettoloso sul capo di Sylvia, che Munro descrive così: 

Quando udì Carla tirar giù la scala e poi i suoi passi sulla veranda, la colse un moto di timidezza. Restò seduta dov’era, a testa bassa, mentre Carla le passava alle spalle, diretta in cucina per riordinare il secchio e il rotolo di carta sotto il lavello. Carla si fermò appena, passando rapida come un uccello, ma riuscì a depositare un bacio sul capo chino di Sylvia. Poi continuò a fischiettare qualcosa tra sé e sé. Da allora quel bacio non era più uscito dalla mente di Sylvia. Non significava niente di speciale. Voleva dire Su con la vita. Oppure Ci siamo quasi. Voleva dire che erano due buone amiche, e che insieme avevano sbrigato un mucchio di faccende deprimenti. O magari soltanto che era uscito il sole. Che Carla stava pensando di tornare a casa dai suoi cavalli. Eppure, a Sylvia sembrò un fiore coloratissimo i cui petali le invasero il corpo di un impetuoso calore, come una vampata da menopausa.

Sylvia vive nella paura che, approfondendo la conoscenza di Carla, questa possa rivelarsi deludente. Un giorno Carla scoppia in lacrime, esasperata dalla propria vita, da Clark, dall’assenza di Flora, forse dal ritorno di Sylvia. Sylvia improvvisamente la trova banale, piagnucolante. La donna che ha di fronte ha tradito l’idea che lei se n’era fatta. Ciononostante l’aiuta, le chiede cosa c’è. Carla le racconta di Clark, dei suoi silenzi, della sua vita costellata di piccole e grandi umiliazioni. Sylvia allora l’aiuta a scappare. Chiama la sua amica Ruth che vive a Toronto perché ospiti Carla, la fa salire su un bus e la guarda andare via. Carla ora è sola:

Lo sguardo, fece un respiro profondo e osservò i prati vagamente tinti di viola dal colore del vetro. La presenza di Sylvia l’aveva fatta sentire avvolta da un misto di profonda sicurezza e buon senso alla luce dei quali la sua fuga appariva come la più logica delle decisioni, anzi l’unica decisione dignitosa che una persona nei suoi panni potesse prendere. Carla si era sentita inaspettatamente padrona di sé, perfino dotata di un maturo umorismo, mentre raccontava la propria vita a Sylvia in un modo che le pareva destinato a suscitare partecipazione, senza perdere di ironia e sincerità. E si era anche sentita pronta a mostrarsi all’altezza di quelle che dal suo punto di vista sembravano le aspettative di Mrs Jamieson, di Sylvia. Aveva in effetti pensato che ci fosse la possibilità di deludere Mrs Jamieson, una persona che era parsa ai suoi occhi molto sensibile e rigorosa, ma riteneva personalmente di non correre il minimo rischio in tal senso.

Improvvisamente la compiacenza che aveva permeato il suo sfogo con Sylvia inizia a emergere. Da sola è ancora la persona che era davanti a Sylvia? Pensa a Clark, a tutto ciò che di fronte alla vicina le pareva inaccettabile: 

La concentrazione di Clark sul traffico mattutino (avevano ormai imboccato la Superstrada 401), l’ansia di lui per il funzionamento del furgone, le sue risposte brusche, gli occhi serrati, perfino la sua lieve irritazione di fronte all’allegria incosciente di lei – ogni cosa le pareva esaltante. Come pure il disordine della vita passata di Clark, la sua dichiarata solitudine, la tenerezza che sapeva mostrare con un cavallo, o con lei. Carla vedeva in lui l’architetto della loro esistenza futura, e in se stessa una prigioniera la cui sottomissione era giustificata e sublime.

Carla chiede all’autista di fermarsi in preda all’angoscia e scende dal bus. Chiama Clark che la va a prendere e la riporta a casa. Sylvia non sa nulla del ripensamento di Carla fino a quando Clark di notte si reca da lei mosso da un’aggressività pacata e spaventosa e arrogante e le dice che Carla è tornata da lui e di farsi gli affari suoi. Ho vinto io, sembra dire Clark. La loro conversazione viene però interrotta da qualcosa: 

La nebbia si era infittita, assumendo una forma diversa, trasformandosi in un alone stellato e radioso. Da principio un morbido soffione di luce ruzzolante, che a poco a poco si addensò in un animale ultraterreno, bianchissimo, caparbio, come una specie di gigantesco unicorno diretto a testa bassa verso di loro.

Poi la visione si frantumò. Dalla nebbia e dall’effetto di ingrandimento del chiarore, che si rivelò provenire da un’auto in corsa nella via laterale, alla probabile ricerca di un parcheggio, emerse una capra bianca. Una capretta bianca saltellante, non piú grande di un cane da pastore.

Flora è tornata, ma Carla non lo sa. E continua a non saperlo, perché dopo la sua tentata fuga, la capra scompare di nuovo. Lei e Clark si trattano con qualche dolcezza in più, promettendosi di non lasciarsi. Dopo qualche giorno trascorso nella vergogna per la figura fatta con Sylvia, Carla trova una lettera dell’amica, la cui casa appare ora disabitata, che tenta di stemperare l’imbarazzo tra loro. Nella lettera però Sylvia fa anche riferimento al ritorno della capretta, di cui il marito non le ha mai parlato e che lei non ha mai visto. Dov’è Flora? Carla non vuole pensare alla risposta. Accartoccia la lettera e la getta via, continua a lavorare come se niente fosse.

E qui Munro compie il suo incantesimo, lo stesso che si manifesta in ogni racconto: un momento, una frase, una descrizione che squarcia la narrazione che fino ad allora era stata piana, trattenuta. 

Scrive che Carla, malgrado la sua indifferenza sentiva questo: 

Era come se avesse un ago mortale ficcato nei polmoni, ma respirando con attenzione, potesse evitare di sentirlo. Ogni tanto però doveva respirare a fondo, e l’ago era ancora lí.

Carla ora è sola.

Con l’avvicinarsi delle giornate secche e dorate dell’autunno – stagione confortante e generosa – Carla scoprì di essersi abituata al pensiero straziante che albergava in lei. Non era più così acuto, anzi, non la sorprendeva neanche più. Al momento invece l’abitava un’idea quasi seducente, una sorda tentazione profonda. Le bastava alzare gli occhi, guardare in una particolare direzione, per sapere dove poteva dirigere i propri passi. Una passeggiata serale, una volta concluse le faccende del giorno. Al margine del bosco, all’albero spoglio su cui gli avvoltoi avevano gozzovigliato. E poi le piccole ossa sporche in mezzo all’erba. Il teschio con appeso forse qualche brandello di pelle insanguinata. Un teschio che le sarebbe stato nella mano, come una tazza da tè. La consapevolezza in una mano. O magari no. Magari non c’era niente, laggiù. Potevano essere successe altre cose. Clark poteva aver cacciato via Flora. O averla legata nel retro del furgone e averla liberata chissà dove. Averla riportata dove l’avevano presa. Per non ritrovarsela d’attorno, a ricordare a entrambi… Poteva anche essere libera. I giorni passavano e Carla non si avvicinava a quel luogo. Resisteva alla tentazione.

Una volta terminato il racconto mi sono dovuta fermare. In ciò che avevo appena letto brillava una conoscenza così profonda degli esseri umani e della complessità dei desideri, di ciò che a volte raccontiamo agli altri e che ci sembra verissimo e che poi scopriamo essere falso, e quindi di quanto il linguaggio sia un codice che per la sua stessa natura astratta non può che mentire. E brillava, data questa consapevolezza, anche una tecnica straordinaria: Munro è sì consapevole della natura umana ma soprattutto della componente bugiarda del linguaggio, e lo manipola a sua volta per ottenere qualcosa di vero. La cosa più difficile quando si racconta è ricreare artificialmente la vita. Gli aspiranti scrittori credono che per generare la scintilla emotiva basti descriverla. Siamo invasi da libri che ricalcano la realtà, rendendola ancora più avvilente di quanto già non sia. Munro invece fa qualcos’altro: sceglie le parole, come una chimica che mescolando con maestria elementi diversissimi fra loro crea qualcosa di inedito. E quella novità è la vita, che emerge non da ciò che si racconta, ma da un’equazione gelida. La vera arte è sempre gelida. 

Ho letto più volte nel corso degli anni la sua intervista apparsa nel 1994 sulla «Paris Review» e l’ho sempre trovata deludente. Anche ieri notte, rileggendola, mi è parso che le domande delle intervistatrici fossero tese a esplorare più la vita della scrittrice, i suoi matrimoni, i suoi figli, della sua arte. O forse era Munro stessa a nascondersi indugiando sulla sua vita per custodire il segreto della tecnica e della sua arte; o forse, ancora, i suoi racconti appaiono così veri – la parola più nitida che mi viene in mente per descriverli –, che chi li legge vuole credere che siano sgorgati da una fonte magica più che da uno studio minuzioso, e non riesce o non vuole vedere la raffinatissima architettura che li sostiene. 

Alice Munro è una scrittrice da adulti. Ha raccontato le donne dal momento in cui lo diventano fino alla vecchiaia e lo ha fatto dal Canada rurale, da villaggi piccoli e isolati, lontana dal bagliore delle città e degli ambienti letterari. La soglia che separava la mia giovinezza dall’inizio dell’età adulta è stata marcata dalle sue parole. Superati i trent’anni le cose diventano più importanti, più sacre. L’amore non è più un impeto tumultuoso; è un amore che si svolge entro i confini del “Ti amo nonostante” e non più del “Ti amo perché” dell’adolescenza. Pare che la pelle si faccia più spessa, più impermeabile alla tempesta di relazioni e amicizie leggere di quando non si hanno responsabilità. Tornando a casa dopo una serata fuori, si giace a letto aspettando che la verità delle ore trascorse si depositi sul fondo della pancia, coprendo l’umore artefatto che occorre per parlare con persone in fondo inconoscibili. I mesi si esauriscono in un giorno, qualche volta si ha la sensazione di non aver scelto le cose che si hanno attorno, di non riconoscersi nelle strade intraprese appena qualche anno fa. E altre volte, quando meno la si aspetta, ecco che un evento minuscolo scardina la porta che ci separa dall’esterno, e siamo accecati da un’epifania che rende tutto perfettamente chiaro, prima di sprofondare nuovamente nel buio. È il bacio come un fiore coloratissimo, è un amore infelice eppure ineludibile descritto come l’architetto della vita futura, è l’ago conficcato nei polmoni. 

La traduzione dei brani di Munro presenti nell’articolo è di Susanna Basso.

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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