Memorie sentimentali di un redattore di «Kiss me!» - Lucy
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Daniele Cassandro

Memorie sentimentali di un redattore di «Kiss me!»

26 Marzo 2024

Prima di Instagram e TikTok non era facile per le ragazze trovare qualcuno che spiegasse loro l'amore, l'amicizia, il sesso, che mostrasse i loro idoli e che ascoltasse i loro problemi. A venirgli in soccorso c'erano però delle riviste particolari, e «Kiss me!» era una di queste. Ma cosa significava per un uomo mettersi al servizio dei bisogni delle giovani lettrici?

Ricordo i due grandi zerbini davanti all’entrata dell’ufficio. Su uno c’era scritto Rockstar e sull’altro Kiss Me!

«Rockstar» era il mensile musicale con cui ero cresciuto. Da ragazzo, negli anni Ottanta, divoravo i loro articoli e le loro recensioni ed ero fatalmente attratto dalle loro copertine con Grace Jones, David Bowie, U2, Sade e Prince. Su «Rockstar» aveva avuto una rubrica anche Pier Vittorio Tondelli, eroe della mia giovinezza. «Rockstar», in quel periodo, si ispirava alla grafica di riviste inglesi inarrivabili come «The Face» o «I-D», riviste che compravo svenandomi nelle edicole del centro di Roma e che mi facevano sognare di entrare, un giorno, in quel mondo. Lavorare a «Rockstar» per un giornalista alle prime armi come me, sarebbe stato un sogno. «Kiss Me!» invece (stesso editore e stesso ufficio), era un mensile per ragazze. “Per ragazzine” come si diceva con un po’ di sufficienza e non troppo velato disprezzo. 

Io ero lì per fare un colloquio per lavorare a «Kiss Me!»

Nel 2001, quando entrai per la prima volta in quelle stanze di via Cristoforo Colombo 440 a Roma, non ero digiuno né di giornali femminili e né di cultura pop. Lavoravo da qualche anno in un service editoriale che realizzava prodotti collaterali (allegati, numeri speciali e spinoff) per testate ultrapopolari come «Tv Sorrisi e Canzoni», «Bella», «Donna Moderna», «Chi» e «Cosmopolitan». Facevamo inserti di cucina, di enigmistica, di oroscopi e di viaggi. Abbiamo anche realizzato un settimanale da zero per Mondadori: il giornale ufficiale del Grande Fratello, legato alle prime stagioni del reality show. In quel service ho imparato tutto quello che riguarda la macchina di un periodico: a scrivere (che era la cosa che facevo meno), a gestire gli spazi, a parlare con marketing e pubblicità, a fare un timone, un menabò da dare ai grafici, a scegliere foto che costassero poco, o meglio niente.

I timoni si fanno ancora (sono schemi grafici dei contenuti del giornale pagina per pagina), i menabò invece sono relitti di un passato pre-digitale: erano cartelline che contenevano una stampata dell’articolo in Word con una proposta di titolo, le foto da far scansionare e uno schema del disegno della pagina: da anni ormai si fa tutto su InDesign e via andare. 

Un’altra cosa che ho imparato è che ogni giornale ha una sua voce. Era fondamentale che ogni pubblicazione, soprattutto un periodico femminile, avesse un tono riconoscibile. Doveva essere amichevole, informato, non troppo complicato o escludente, assolutamente mai e per nessuna ragione con la puzza sotto il naso. Il giornale doveva essere come un amico per la lettrice, per questo ogni parola andava scelta con cura.

Sarà perché chi mi insegnava queste cose era un uomo di una certa età (e con molta esperienza nell’editoria popolare) avevo introiettato l’idea che un buon giornale femminile fosse un uomo che parlava alle lettrici con tono informato ma vellutato e suadente. Una via di mezzo tra un amante platonico e un parrucchiere. Tra il giornale e la lettrice doveva esserci una cauta confidenza ma mai troppa espansività. Il giornale non doveva disturbare, destabilizzare o turbare: anche quando si parlava di sesso lo si faceva con cautele ed eufemismi.

“Il giornale doveva essere come un amico per la lettrice, per questo ogni parola andava scelta con cura”.

Ovviamente tutto questo non valeva per il Grande Fratello, che essendo tutto sul registro del gossip, poteva osare un linguaggio più colorito. Lì per esempio ho scoperto la differenza tra “nudo totale” e “nudo integrale” negli strilli di copertina.

Il “nudo integrale” era quello paparazzato in spiaggia e il “nudo totale” quello posato, tra veli e lenzuola di raso. O forse era il contrario, chi se lo ricorda?! In ogni caso non importa: sto parlando di un’editoria ormai morta e sepolta.

Tutto questo avveniva prima che esistessero i social network. Internet lo usavamo a turno per fare le nostre ricerche e poi lasciavamo la postazione a un collega. Erano ancora gli anni in cui queste testate vendevano centinaia di migliaia di copie e nei casi più eclatanti sfioravano il milione. Ma soprattutto erano ancora molto rilevanti nella vita delle persone.  

Quando ho varcato lo zerbino di «Kiss Me!» per parlare con la direttrice Chiara Calpini, una donna vivace e intelligente poco più grande di me, anche lei amante della musica – lei ci aveva lavorato a «Rockstar»! – mi sono presentato come uomo di macchina (così si chiama il redattore che segue la pagina di un giornale dall’inizio fino alla tipografia) e come scrivente attento al lettorato femminile. Ci siamo piaciuti immediatamente – abbiamo parlato più di musica che di editoria – e ho cominciato a collaborare con «Kiss Me!» all’inizio come esterno e solo dopo mi è stato proposto un contratto di praticantato giornalistico. 

E non so se questo può essere un buon consiglio per chi si affaccia alla professione giornalistica (qualunque cosa sia diventata oggi) ma io ho sempre trovato lavoro nelle redazioni presentandomi come persona di macchina e non come scrivente. Tutt’oggi la scrittura è la parte meno rilevante del mio lavoro. Non so se è stato un bene per me (forse no) ma so che questo approccio mi ha permesso di vivere di lavoro giornalistico per più di 25 anni. In ogni caso mi rendo conto che la mia è la testimonianza di uno che parla di telai a vapore e di calessi nell’epoca delle auto che si guidano da sole e delle stampanti 3D. 

«Kiss Me!» era un giornale teen un po’ diverso dagli altri. Anzitutto era un mensile e non un settimanale come «Cioè», «Dolly» o «Ragazza In». Più che come “giornaletto”, «Kiss Me!» si presentava come una rivista femminile per lettrici giovani o giovanissime. I modelli che l’editore e la direttrice avevano in mente erano «Teen Vogue» ed «Elle Girl».

C’erano molta moda posata, molti consigli di bellezza e molti still life. Quelle erano le uniche pagine su cui non mettevo le mani: la moda e la bellezza in tutte le redazioni sono un mondo a parte. Ogni tanto, ma solo perché insistevo, ripassavo una rubrica che si chiamava “Copia il look” in cui, accanto alla foto di una star tipo Jennifer Lopez o Britney Spears, c’erano gli still life scontornati di vestiti o accessori simili ai loro che una lettrice poteva permettersi. In quelle rubriche c’era molta attenzione a non proporre capi troppo costosi. Con le colleghe “Copia il look!” era diventato una specie di intercalare, lo dicevamo per indicare una persona vestita particolarmente male o come imprecazione se cadeva il caffè sulle prove di stampa appena arrivati dalla tipografia.

A «Kiss Me!» non ero l’unico maschio. Ma ero il solo che, a parte moda e bellezza, metteva le mani un po’ dappertutto: dalla musica alla tv, dalle lettere alla psicologa alle rubriche di storie vere, dal gossip alle rubriche sul sesso. E che cercava di sintonizzarsi con la sensibilità e gli interessi di lettrici adolescenti o preadolescenti, ragazze, per capirci, nate tra il 1980 (le più grandi) e il 1990 (le più precoci). 

Memorie sentimentali di un redattore di «Kiss me!» -

La lingua di «Kiss Me!» non era quella dei femminili per signore di mezza età che conoscevo così bene. «Kiss Me!» non era un uomo che sussurrava alle lettrici, ma era una ragazza, magari più grande e più scafata, che ne aveva viste di ogni ed era pronta a raccontare,  spettegolare, ascoltare. Quella di «Kiss Me!» era una lingua più gergale e più giovane, anche se stavamo bene attente (sì, uso il femminile sovraesteso)  a non strafare.

Il rischio di sembrare fasulle era sempre dietro l’angolo e poi si rischiava anche di cadere in localismi e romanismi e, essendo in via Cristoforo Colombo, in eurismi e garbatellismi. C’era un certo dibattito linguistico a «Kiss Me!» e a complicare le cose c’erano anche due colleghe napoletane.

Marketing e pubblicità erano a Milano e quello era un altro pianeta linguistico ancora. Non dimenticherò mai una telefonata in cui una redattrice romana parlava di uno speciale sul make up di carnevale che si apriva con la foto “di un pagliaccio”. La milanese dall’altra parte del filo ha risposto: “Il nostro non è un pagliaccio ma un clown. Un clown fashion”. Clown fashion è diventato ovviamente un tormentone: “Ao’ me pari un clown fashion”. 

La redazione non era un paradiso – nessuna redazione lo è –  ma a «Kiss Me!» lavoravo con persone per nulla banali. Gente noiosa (o normativa) lì non ne ho conosciuta, pure se non andavo sempre d’accordo con tutti, come è ovvio.

Discutevamo molto, pure in modo acceso, ma eravamo accomunati dalla capacità di ridere del buffo lavoro che facevamo. Di rado, però, si rideva delle lettrici. 

In quel giornale ho imparato un rispetto per le lettrici che non era solo “la cliente ha sempre ragione” ma anche una forma di comprensione e di partecipazione ai loro problemi e ai loro entusiasmi.

Come maschio facevo più fatica ad adattarmi ma cercavo di rimanere in ascolto. Per me era lavoro, certo, non così diverso dai femminili a cui ero già abituato ma la materia con cui lavoravamo era più urgente, più calda e a volte incontrollabile, proprio come gli umori degli adolescenti.

Le lettrici, anche quando scrivevano lettere molto ingenue, completamente sgrammaticate o farneticanti, non venivano mai trattate da stupide.

Il più delle volte esprimevano problemi o dubbi autentici di cui magari non riuscivano a parlare a casa o con le amiche. Si andava dal classico e innocuo “Oddio mi ha guardata! Che figura!” (come se bastasse essere oggetto dello sguardo altrui per sentirsi schernite) alle insicurezze sul proprio aspetto; dall’imbarazzo davanti al prof bono, all’ansia di fronte alle attenzioni di ragazzi più grandi. 

“Le lettrici, anche quando scrivevano lettere molto ingenue, completamente sgrammaticate o farneticanti, non venivano mai trattate da stupide”.

La pubblicità innervava il giornale ma non era, almeno nei tempi in cui lavoravo lì, troppo invadente: la pubblicità veramente prepotente e ricattatoria l’ho incontrata dopo, lavorando per editori più grandi e in testate più note. Su «Kiss Me!» avevamo marchi di abbigliamento (erano gli anni dei crop top, dei jeans a vita a bassa e di quelle scarpettone da bambola Bratz), prodotti di bellezza (shampoo che sapevano di Nutella o di marshmallow e trousse che sembravano il quadro comandi di un’astronave) e loliteschi accessori di plastica fluo. Al grado più basso della pubblicità, nella Caina se la pubblicità dei prodotti per ragazze fosse l’Inferno dantesco, c’erano quelle malebolge che chiamavamo “maghi, loghi e suonerie”. Erano pagine (spesso in terza di copertina) che ammucchiavano annunci di linee telefoniche di astrologi, chiromanti o “segreti inconfessabili delle star” e soprattutto di sfondi e musichette per cellulari che erano ancora parecchio dumb e non molto smart.  

Per quanto i telefonini fossero primitivi (non avevano fotocamera o collegamento a internet) erano già il centro del mondo delle nostre lettrici. Dalla posta che ricevevamo era evidente l’importanza dello “squilletto”. Lo squilletto muto era da una parte una necessità (non sempre le ragazze potevano permettersi di ricaricare le loro prepagate) e dall’altra un versatile strumento di comunicazione. C’erano il compromettente squilletto notturno, lo squilletto passivo aggressivo e colpevolizzante, lo squilletto sbarazzino e quello fatto per sbaglio ma poi non proprio per sbaglio. Lo squilletto allegro, quello triste, quello disperato e quello che chiede aiuto; lo squilletto cretino e quello lirico, lo squilletto vanesio e quello pensoso. La lingua degli squilletti era più ricca di sfumature di quella degli emoticon che si facevano ancora con i caratteri della tastiera.

Anche per noi adulti squilli e suonerie avevano un loro peso. Se non sbaglio nel mio primo colloquio con Chiara feci un figurone con la mia suoneria di Get ur freak on di Missy Elliott. Anzi, forse ho avuto il lavoro proprio grazie a Missy, rapper, produttrice e, da quel giorno, anche grande facilitatrice nelle risorse umane. 

Le pagine di cui a un certo punto mi sono occupato di più erano quelle di musica. Penso di essere diventato un’autorità sul pop per teenager dei primi anni 2000. Partivo già abbastanza ferrato ma in redazione avevamo MTV sempre accesa e opinioni estremamente forti su tutto. La musica era un po’ il pallino di tutte: c’era una collega dj che ogni tanto spariva per andare a fare serate in Kosovo (oggi è una dj molto nota a Roma e non solo) e grazie alla vicinanza con «Rockstar» non era difficile trovare accrediti per i concerti o copie promozionali dei dischi che ci piacevano.

E poi, visto che eravamo le sorelle teen di «Rockstar», gli uffici stampa delle case discografiche (che, pensate, avevano ancora la doppia sede a Milano e a Roma!) ci conoscevano e ci proponevano interviste di tutti i tipi. In quegli anni ho intervistato chiunque: dagli Aqua a Britney Spears, da Justin Timberlake alle Lollipop (chi si ricorda le Lollipop?), da Avril Lavigne agli A Teens, una band di ragazzini scandinavi che facevano discutibili cover dance degli ABBA. 

Dal settimanale inglese «Smash Hits» avevamo copiato una rubrica che chiamavamo “Visita in redazione” in cui facevamo finta che le celebrità venissero ad aiutarci a fare il giornale. Li fotografavamo alle nostre scrivanie, intenti a correggere bozze o a impaginare il loro stesso poster da staccare e li facevamo pescare anonime “domande hot”  da una scatola rosa. Tiziano Ferro, Paola e Chiara, i Gemelli Diversi, Paolo Meneguzzi, Dolcenera, i Gazosa ma anche i Blue e gli Hanson si sono sottoposti alla famigerata “visita in redazione”.

Con i Blue abbiamo avuto un piccolo problema di ordine pubblico: tra le fan si era sparsa la voce che sarebbero venuti da noi e si sono presentate al nostro portone centinaia di ragazze, spesso con madri ancora più esagitate di loro. Ricordo che le meno ragionevoli erano proprio le madri: le fan erano solo contente di stare lì a fare un po’ di casino. Non dimenticherò mai le t.A.T.u. che sono arrivate in redazione vestite da scolarette (proprio come nel video di All the things she said) per crollare addormentate sul nostro divano mentre io cercavo di intervistarle. Direi che questo dice tutto sulle mie doti d’intervistatore.

Molto spesso le persone più interessanti erano le addette stampa delle case discografiche. Per lo più erano signore romane di mezza età che nella vita avevano fatto di tutto: dall’andare ad acciuffare Freddie Mercury in un dungeon per trascinarlo in taxi negli studi Rai di via Teulada all’essere invitate al matrimonio di Tina Turner in Svizzera. Una di loro ascoltava solo heavy metal e un’altra si scambiava gli auguri di Natale con Cher da decenni. Solo con le loro testimonianze si potrebbe costruire un’epica orale della pop music dal 1980 al 2000.

E poi c’era il sesso, ovviamente. E il sesso a «Kiss Me!» non si esauriva con  “Oddio mi ha baciata, ora sono incinta?” come molti non lettori di riviste teen possono pensare. Ovvio, c’erano lettrici molto piccole che chiedevano cose di questo tipo ma dal forum sul nostro sito, che in epoca pre-social era molto frequentato, venivano fuori molte più storie. E spesso, per mancanza di altri canali, ci scrivevano anche donne non più giovanissime. Soprattutto dal sud. Una delle intenzioni dichiarate del giornale era proprio quella di dare dignità e visibilità alle storie, ai desideri e alle aspettative delle ragazze. E loro erano più che pronte a parlare con noi (e tra di loro sul forum) di sessualità, di relazioni, di malattie sessualmente trasmissibili, di omosessualità e di violenza.

Erano temi su cui non avevano sempre le idee molto chiare ma che ribollivano nelle loro discussioni e nelle loro domande. Da una parte il sesso era ottimo da strillare in copertina sotto forma di test, di “storia vera” o di scandaletto di qualche celebrità, dall’altra eravamo coscienti che dovevamo mandare messaggi positivi e tranquillizzanti a ragazze spesso molto confuse e prive di punti di riferimento. Dovevamo interessarle e attirarle, certo, ma anche dare loro qualche strumento per capire se stesse e gli altri. In un deserto culturale, senza educazione sessuale nelle scuole, con pochissimi consultori familiari per lo più invisibili o irraggiungibili per le nostre lettrici, con la pornografia che cominciava sempre più a entrare nella loro vita senza alcuna mediazione attraverso la rete, un giornale “per ragazzine” poteva offrire se non un aiuto concreto almeno uno spunto di riflessione. E penso che il forum online e il giornale (che molte lettrici – ma anche qualche lettore – ammettevano di comprare di nascosto) abbiano offerto a più di una ragazza un luogo sicuro in cui confrontarsi.

Oggi faremmo «Kiss Me!» allo stesso modo? Penso proprio di no, nei primi anni duemila il dibattito pubblico sui temi della sessualità, delle identità di genere e dei diritti era ancora molto underground e certo non poteva trovare spazio tra le pagine di una rivista per teenager piena di moda, musica e bei ragazzi da appendere in cameretta.

Memorie sentimentali di un redattore di «Kiss me!» -

Oggi il linguaggio per parlare di queste cose, anche tra i giovanissimi e le giovanissime, si è molto evoluto. Il cosiddetto “femminismo pop” e l’attivismo on-line erano ancora di là da venire e «Kiss Me!» al massimo provava a mandare qualche messaggio soprattutto su temi fondamentali come il consenso e il sesso protetto. Non ci stancavamo mai di dire che la prima volta doveva avvenire solo se lo desideravi veramente e che nessuno aveva diritto di chiederti “una prova d’amore”, che se avevi avuto anche diversi ragazzi nessuno poteva permettersi di chiamarti troia o puttana,  che i preservativi ti difendevano non solo dal pericolo di rimanere incinta ma anche da varie malattie.

E poi c’era il grande tema delle amiche che perdevi quando ti mettevi con un ragazzo. So che può far sorridere gli adulti ma quello di preferire un ragazzo alle amiche, un ragazzo che spesso ti chiedeva di non vederle più, è il primo dilemma che si può presentare a una giovane donna.

Dunque il prezzo da pagare per essere grande e per avere un fidanzato è quello di rompere i ponti con quella che ero prima? Con la musica che ascoltavo? Con le cose che mi divertiva fare? Con le amiche con cui sono cresciuta e che sanno tutto di me? Spesso a «Kiss Me!» ci trovavamo a dire che nessun ragazzo, neanche quel bonazzo di Beverly Hills o quel calciatore a torso nudo nei nostri poster da staccare, valeva la sorellanza con le tue amiche o la confidenza dei tuoi amici.

Daniele Cassandro

Daniele Cassandro è giornalista di «Internazionale» e collabora con diverse testate.

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