Articolo
Errico Buonanno

A Nomadelfia è facile immaginare un mondo senza il capitalismo

Buonanno Cover

Alle porte di Grosseto sopravvive l'esperimento sociale e spirituale ideato negli anni Quaranta da don Zeno Saltini: una comunità di oltre duecento persone che rifiuta il denaro, la proprietà privata e i modelli familiari tradizionali. Tra famiglie allargate, autogestione e regole ferree, il racconto di una comunità che prova a mettere in pratica il Vangelo, sfidando le logiche del mondo contemporaneo.

Nelle mappe più antiche, il Paradiso Terrestre si trovava a Oriente, oltre le terre del Prete Gianni, circondato da fiumi di diamanti e cristallo. Secondo altri, al contrario, si trovava in Etiopia, raggiungibile in sella a un ippogrifo e sconfiggendo molti mostri. In maniera più pratica, oggi qualcuno giurerebbe che per ritrovare il Paradiso perduto basti imboccare la Statale 223 che va da Siena a Grosseto. Prendere l’uscita per Roselle, svoltare a sinistra dopo un chilometro e mezzo, e contemplare il cartello blu in mezzo al nulla col motto evangelico: “Ut unum sint”. Perché tutti siano uno. Benvenuti a Nomadelfia.

Tra fattorie, trecento ettari di campi e duecentocinquanta residenti stabili, qui sopravvive l’utopia creata da don Zeno Saltini. Una comunità di fedeli, sì, certo. E anche altro. Un tentativo di ritornare alle origini, e insieme uno strano esperimento sociale: una comune cristiana, forse una sorta di kibbutz, un’applicazione radicale del Vangelo. E per quanto riguarda me, mentre provo a raggiungerlo guidando tra casette ordinate e mucche al pascolo, un luogo di cui so fondamentalmente pochissimo. Qualche regola semplice: niente denaro, qui, e niente proprietà privata. Famiglie allargate, autodeterminazione, nessuna classe sociale. E una storia complessa che dura da quasi cento anni.

Nomadelfia: dal greco nòmos e adelphìa, dove regna la legge della fratellanza. E don Zeno: prete rivoluzionario, antifascista, anticapitalista, capace di scagliarsi contro qualunque ingiustizia sociale. Già nel 1931 aveva fondato una comunità per aiutare orfani e diseredati. Dopo la guerra, nel ’47, occupò l’ex campo di concentramento di Fossoli per fondare l’umanità nuova di Nomadelfia. Osteggiato da parte della Chiesa, accusato di eresia e comunismo, sfrattato dal ministro Scelba. Dagli anni Sessanta, il suo progetto ripartì da qui. Dalle campagne grossetane in cui mi aggiro. Dalla casetta stracolma di bambini in cui vengo accolto da Paolo, la mia guida. E dalla tavola all’aperto a cui mi accomodo, in compagnia di non meno di trenta persone. Nessuno di loro parla toscano. Sono gli eredi di quei primi “Nomadelfi” che vennero da Fossoli. Vivendo tra loro, a volte conservano una curiosa cadenza emiliana.

“Io per esempio sono nato qui. E questo è il mio gruppo familiare”.

“Parenti?”

“Non tutti. Questi sono i miei sei figli…” Bambini più piccoli, due adolescenti dai tratti latini. “Questo è mio zio che oggi è arrivato da Parigi…” Lo zio invece è nero. “Sua moglie è diplomatica all’UNESCO”.

“Ed è tuo… zio, dici?” 

“Fratello di mamma”. Mi sfugge, ma arriva anche un anziano, che sembra davvero felicissimo. “E questo è Checco. Calabrese. Un po’ un altro zio, pure lui”. Checco porta le bottiglie a tavola (“È il suo lavoro, ci tiene. Non toccare le bottiglie ché sennò ci resta male”) e canta Luglio col bene che ti voglio. “È il nostro juke-box. Conosce tutte le canzoni”.

“Sono contento”, conferma Checco.

“È uscito anni fa con la legge Basaglia. Prima stava in istituto, se n’è fatti tre…”

“A Siena, a Cortona e a Ficarolo! Spaccavo le radio!”

“Non aveva nessuno. Così è stato adottato a vent’anni da una coppia di qui… e poi è entrato a far parte della nostra famiglia. A Nomadelfia è diventato buonissimo!”

“Mamma è contenta? Papà è contento?”, fa Checco.

“Siamo tutti contenti”.

Si vede. La tavolata a cui partecipo, con i formaggi autoprodotti e il vino di qui, lo strano caos familiare in cui mi trovo, tra una neonata da cullare e un signore che canta Malafemmena (“Ah, sì, lui invece è un amico che vive per strada, ma viene a trovarci e mangia con noi”) è una delle fondamenta della vita a Nomadelfia. Che, prima di tutto, è vita di comunità. Ogni famiglia, con i suoi figli biologici, con i suoi figli adottivi, con i suoi figli in affido, dorme in casette disposte intorno a una casa più grande. Qui, tutto il “gruppo familiare”, ovvero l’unione di tre o quattro famiglie, svolge qualunque attività in comune: si pranza, si cena, si stira, si cucina con forni con capienza da ristorante, e si guardano i film quando viene la sera. Rigorosamente insieme.

“Poi, ogni tre anni, – spiega Paolo – cambiamo di casa. Si formano gruppi familiari nuovi. Tra quindici giorni andremo via, per esempio. Ma è l’unico modo per essere fratelli di tutti. E per non essere attaccati a cose troppo materiali: la casa…”.

Perché Nomadelfia, in primis, è un modello di società alternativa: comunitaria, anticonsumistica, paritaria. E cristiana. Sta tutto scritto nella Costituzione che, dopo tre anni di prova (il “discernimento”), ogni Nomadelfo è tenuto a firmare. Non esistono beni personali, ogni guadagno viene versato in una cassa comune per acquistare i pochi beni che la comunità non produce, e che poi vengono redistribuiti. Nessuno ha in tasca del denaro. “Ma, d’altra parte, quanto vuoi che spendiamo? Ci passiamo i vestiti, abbiamo gli orti, le mucche, i pollai… Vendiamo un po’ d’olio, di formaggio, di vino, e con gli assegni unici e le pensioni riusciamo persino a fare beneficenza per le famiglie e per il centro d’accoglienza a Grosseto”. La struttura funziona per democrazia diretta: ogni quattro anni si elegge un Presidente, con tanto di urne e di schede segrete (“Non c’è campagna elettorale, però: nessuno vuol fare il Presidente”), ogni sette anni un Successore di don Zeno che si occupa del lato spirituale, e c’è un Consiglio degli Anziani composto da sei donne e sei uomini. Eppure nessuna di queste figure ha privilegi: ogni Nomadelfo è tenuto a vivere con gli altri, a lavorare come gli altri, a svolgere a rotazione tutti i compiti pesanti. Così come apprendo visitando le stalle, dove un signore in canottiera e galosce sta mungendo le mucche. “Come va, don Maurizio?”

“…”

“È un sacerdote”.

“E munge?!”

“Preciso dettame di don Zeno. Era convinto che i preti dovessero vivere come tutti gli altri e lavorare”.

“Beh, scusa, Paolo, Fede a parte… mi sembra una società… socialista”.

Ride. “Vabbè, com’è che si dice? Il primo socialista non è stato Gesù?”

Annarosa, ad esempio, sta qui da sessant’anni. Precisamente, da quando ne aveva ventotto. 

“Donna fortissima!”, fa Paolo. “Milanese”.

“Sono di Sesto San Giovanni!”, corregge lei, che ci tiene. E aggiunge una cosa che non ti aspetteresti da una pia donna, in effetti: “La Stalingrado d’Italia!” E, anche se sta sorridendo, non scherza. Era impiegata alla Ricordi, Annarosa. Ha conosciuto Battisti e Mogol. “E sono pure laureata! Una delle prima donne laureate di Milano!”

“E come sei finita qui?”

“Per le ingiustizie sociali”, scandisce. “Non le potevo sopportare. Papà aveva un’azienda, io davo la paga agli operai. E quando vedevo quella gente in fila…”

Gli operai. “Ma erano gli anni Sessanta, no?” E qui azzardo. “Non veniva spontaneo… passare al PCI?”

Si fa ripetere da Paolo cosa ho detto e poi balza sulla sedia: “Ma noi eravamo cattolici!” Cattolicesimo sociale, nella sua quintessenza. “Prendi mia nonna: aveva una latteria, no? Un giorno entrano i fascisti e iniziano a urlare: ‘Perché non avete esposto il ritratto del Duce? È obbligatorio!’ E lì nonna indica il ritratto di Gesù e fa ai fascisti: ‘Questo è il mio Duce!’ Non si son più fatti vedere”.

Si sganascia. E ricorda: doveva pur esserci una via per l’uguaglianza, senza passare per Botteghe Oscure. Doveva pur esserci una strada che contrastasse le ingiustizie e che, dai fumi della Stalingrado d’Italia, le rivelasse un mondo nuovo. La trovò quando conobbe don Zeno, il prete rivoluzionario che aveva aiutato partigiani ed ebrei nei giorni dell’occupazione. Lasciò Mogol, lasciò Milano, se ne infischiò del parere contrario del papà e si trasferì qui, in questa utopia di terra sassosa ancora da dissodare, a quel tempo, e notti in tenda freddissime. “Oggi mi dico: Mi hai fatto incontrare il Paradiso Terrestre, Signore.”

Annarosa divenne una “madre di vocazione”, figura centrale a Nomadelfia. Ovvero una madre in tutto e per tutto ma che, a differenza delle “madri di famiglia”, ha scelto di non sposarsi mai. “Il papà dei miei figli è Gesù.”

“Ma sei una suora?”

Paolo ride: “Don Zeno voleva delle mamme, mica delle suore. Era contrario all’assistenzialismo.”

Ovvio. “Va bene, e quanti figli hai avuto, Annarosa?”

“Undici.”

“Undici?!”

“Eh, ma non sono mica tanti. Un’altra mamma di qui, Zaira, ha novantotto anni e ne ha avuti trenta. Invece una delle prime, Norina, ne ha avuti settantaquattro!” Sono bambini che Nomadelfia accoglie, a volte con adozioni, altre mediante affidamento: è il Tribunale dei Minori a proporli, sanno che qui crescono bene. Ma tra figli biologici e nati altrove non esiste nessuna differenza, in una comunità in cui è il concetto stesso di famiglia a essere rivoluzionato. Secondo la Costituzione, ogni uomo è genitore di tutti i figli, una “madre di vocazione” è una madre punto e basta, e, benché il nucleo familiare sia centrale, tutta la comunità è responsabile di qualunque bambino. Degli undici figli di Annarosa, soltanto l’ultima è rimasta con lei: ha quarantasette anni, è malata di distrofia, ed è l’intera Nomadelfia a prendersene cura. “Qui non mi sono mai sentita sola. Mai”.

Bevo vino. Rifletto, guardandomi intorno in un’atmosfera in cui, ormai da ore, nessuno in effetti è rimasto mai solo. Nessuno ha mai smesso di parlare, di cucinare, giocare, o ripassare lo swahili, come fa un altro figlioletto di Paolo a cui lo insegnano per via del gruppo familiare che stanno per inaugurare in Tanzania. E penso a qualcosa che mi spiazza. Queste persone vorrebbero riportare in vita il modello delle prime comunità cristiane. Vorrebbero, insomma, tornare all’antico. Ma nella pratica stanno mettendo in atto da più di ottant’anni proposte sociali che riteniamo all’avanguardia. Perché questa gente fa co-housing. Ridiscute, nei fatti, il concetto di famiglia e di genitorialità. Mangia a chilometro zero, combatte gli sprechi alimentari ed energetici (“Abbiamo calcolato che, vivendo insieme, consumiamo un terzo dell’acqua di chi vive fuori. Non buttiamo il cibo. Abbiamo il fotovoltaico…”). Questa gente è radicale. E non capisco se ciò che sto vedendo può essere un seme, un modello di futuro. O se c’è qualcosa in questo mondo che lo rende possibile proprio perché chiuso, separato dal corso della Storia, dotato di regole precise, da cui nessun Nomadelfo, costantemente osservato dagli altri, potrebbe sottrarsi.

Parlo con Erick, un altro figlio di Paolo. Ha quasi diciott’anni, andrà in terza liceo. O meglio, dovrà fare l’esame per essere ammesso: i ragazzi di Nomadelfia studiano qui, in classi di tre o quattro alunni, e poi si presentano da privatisti. “Ma dopo che vorresti fare? Vuoi andare all’università? Vuoi andare via o vuoi restare?”

“Ecco, sincero… mi vedo più fuori che dentro…”

“Ma hai amici in città? Hai il cellulare, guardi i film?”

“Gli amici ce li ho: vado a Grosseto in motorino, stiamo per fare una trasferta a Siena con la squadra di calcio di qui… Il cellulare invece è vietato fino ai diciott’anni, ma papà ci fa usare il suo. Quanto ai film, io faccio parte della commissione.”

“Che commissione?”

“La commissione che decide i film.” RTN: Radio Televisione Nomadelfia. Una TV via cavo interna che trasmette i programmi ai vari apparecchi della comunità. I Nomadelfi guardano il TG, le trasmissioni di approfondimento. E alla sera c’è un film, che viene vagliato dalla commissione. Erick è uno dei due adolescenti che ne fanno parte e che hanno il potere di avanzare proposte. Ma sono gli adulti che decidono: RTN trasmette solo film senza sesso e violenza. 

Sono perplesso. “E non ti senti un po’… chiuso, ogni tanto?”

“Gli amici mi vengono a trovare. Forse all’inizio gli pareva strano che abitassi qui, ma poi si sono abituati”.

“Ma non ti manca qualcosa? Non pensi mai che sarebbe bello avere venti, venticinque compagni di classe? Guardare in TV quello che ti pare? Che so…”

Sgrana gli occhi, sorride. E guarda il padre con una faccia che vuol dire: “Eccome.”

“Eh, la rivolta adolescenziale! – fa Paolo – Certo, l’abbiamo avuta tutti. E qui a Nomadelfia non ti trattiene nessuno.”

“Ok, perciò chi vuole uscire…”

“Eh, senti: troppi l’hanno fatto! Pochi anni fa eravamo molti di più, ma col Covid… si è persa la voglia di socialità. Io pure ho fatto l’università fuori, a Firenze. E lì ho incontrato Federica, mia moglie. Però, sai che c’è? Una volta fuori, ho apprezzato davvero quello che avevo avuto qui. Quando vedevo i miei compagni di corso che spendevano due o trecento euro a serata…”

E Federica, che intanto sta farcendo polli (stavolta è il suo turno di cucinare per il gruppo), ha deciso di seguirlo. Oggi fa la coordinatrice scolastica per le lezioni private della comunità. Oltre ai lavori di fatica, come tutti. “E certo che la vita è dura. Se non hai Fede, qui non reggi. Ci sono volte in cui lavori così duro, senza nessun tornaconto personale, che devi davvero credere a qualcosa di più grande di te.” Passa a infornare le patate. “Sai cosa manca, certe volte? La solitudine. Capisci? La possibilità di stare davvero da soli. Buffo, no?”

No, non tanto. Quantomeno per me. In solitudine trascorro la notte nella foresteria che mi mettono a disposizione, dopo una serata conclusa col limoncello di “Libera” di don Ciotti. In solitudine vado fino a Grosseto per comprare trenta cornetti per sdebitarmi, e poi passeggio tra gli orti, il caseificio, il campo sportivo e il piccolissimo cimitero dove riposa don Zeno. A Nomadelfia la comunità è un valore, ed è stata l’ancora di salvezza per generazioni di famiglie che qui sono state accolte e hanno provato a fondare un’utopia, un mondo a parte. Ma vivere in comunità, così come vivere a Utopia, così come avere Fede, comporta regole, comporta doveri, comporta molte restrizioni. Comporta gli altri. Che anche qui giù, nel Paradiso Terrestre, come diceva il poeta, possono essere l’inferno. Ritrovandomi nell’Eden, seguo l’esempio dei progenitori: rubo un fico dall’albero e me lo mangio con gran gusto. Ripenso a quello che mi ha detto Paolo, il giorno prima, mentre entravamo senza bussare in casa di un altro gruppo familiare, e mangiavamo dei biscotti caldi in assoluta libertà: «Certo che vivere insieme è difficile. Ma sai com’è, no? Anche l’amore fa male.» Una donna in cucina sorrideva, senza avermi visto mai. Da intruso, in un mondo in cui l’intrusione non c’è, mi offriva degli altri biscotti. “Anche l’amore ferisce, e delude. Però, alla fine… non vale sempre la pena di amare?”

In chiesa ci sono tutti quanti: è domenica. Dimessi gli abiti da stalla, don Maurizio è sull’altare: “O Padre, ispiraci pensieri secondo il tuo cuore, perché non ci conformiamo alla mentalità di questo mondo, ma seguendo le orme di Cristo, scegliamo sempre le vie che accrescono la vita”. Io guardo la comunità, questa chiassosa famiglia allargata. Questa umanità strana che si è costruita un mondo suo per non conformarsi al mondo di fuori. E mi dico che, in Terra, la vita non può mai essere un paradiso, va bene. Ma, per chi crede nelle utopie, quantomeno si può accrescere. Insieme, può essere più larga. E, da laico, mi sembra una sorta di benedizione.

Errico Buonanno

Errico Buonanno (Roma 1979) è scrittore e autore TV. Tra i suoi libri: “Vite straordinarie di uomini volanti” (Sellerio 2018) e “Sarà vero” (Utet 2019)

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