Gli anniversari vanno sempre di moda, ma è strano che, con tanta attenzione prestata a scadenze d’ogni genere, se ne sia trascurata una indubbiamente significativa. Mi riferisco al venticinquesimo anniversario di un gesto a dir poco fondamentale: la completa rimozione della pena di morte in Vaticano, avvenuta il 12 febbraio 2001 su decreto di Giovanni Paolo II. Eh sì, perché la Santa Sede (che aveva praticato questa punizione dalle origini fino alla sua caduta del 1870), la reintrodusse nel 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi, per ogni tentativo di uccisione del Santo Padre.
Fu Paolo VI a rimuoverla dagli statuti vaticani, e Papa Wojtyla ad abrogarla definitivamente – dopo aver subito egli stesso un attentato. Tutto questo per dire quanto recente è stato il rifiuto della violenza istituzionale da parte dello Stato Pontificio. Infatti il 2001 risulta vicinissimo, come dimostrano la distruzione delle Torri Gemelle e l’entrata in circolazione dell’euro, nonché l’uscita di canzoni come Me gustas tu (Manu Chao) e Baila (Zucchero), o di film quali Mulholland Drive di David Lynch e Harry Potter. Insomma, da quando la Chiesa di Roma ha stabilito che un assassino, sia pure del suo capo supremo, non vada più soppresso, è trascorso solamente un quarto di secolo…
Ora, vorrei partire da questa notizia tanto rilevante quanto poco divulgata, per esaminare la posizione delle autorità cattoliche rispetto a una questione che è sempre di scottante attualità. Mi riferisco al tema della dolce morte, o eutanasia, o, più prosaicamente, del suicidio. Con quale premura, con quale sollecitudine i nostri religiosi vietano a un individuo di togliersi la vita, dopo avergliela tolta per ben duemila anni! Il discorso è tornato d’attualità in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate dal presidente della Cei, cardinale e arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi.
In un’intervista pubblicata sulla rivista della Fondazione Gli Amici di Luca, questi ha dichiarato che il suicidio non può diventare un diritto: “La Chiesa non può accettare che il suicidio venga considerato una risposta e questo non può diventare un diritto. Abbiamo diritto alla cura, alla protezione, non alla morte. Rischiamo tutti di essere più fragili così, e ricordiamo che fragili lo siamo tutti. Occorre moltiplicare tutto ciò che rende la persona meno sola e realmente libera dalla paura di essere un peso”. Detto questo, però, Zuppi conclude: “Il primo compito della Chiesa è la vicinanza: esserci significa riconoscere e testimoniare che la vita conserva sempre il suo valore, ma significa anche attenzione concreta, accompagnamento e responsabilità […] occorre promuovere e rendere realmente accessibili le cure palliative, per contrastare il dolore e la sofferenza”.
Argomenti di questo tipo suonano piuttosto sorprendenti in una figura pubblica apprezzata per, cito qua e là, il progressismo, l’apertura su molti temi, quali l’accoglienza degli immigrati irregolari, l’inclusività e le posizioni non tradizionaliste nei confronti dei musulmani, dell’aborto, dell’eutanasia e della comunità LGBTQ+. Certo l’intervento del sacerdote è partecipe, ricco di sfumature, aperto all’ascolto dell’altro, ma la sostanza, ahimè, resta la solita: il soggetto non ha diritto ai propri diritti, la vita è una cosa meravigliosa, scopo ultimo della Chiesa è impedire, o quantomeno procrastinare il più possibile, l’accesso a quella morte che pure, fino a ieri, essa stessa dispensava con la massima disinvoltura.
Ebbene, a costo di ripetermi, vorrei ricordare che scegliere il proprio destino dovrebbe essere un diritto inalienabile, per rivendicare il quale non bisognerebbe aspettare il beneplacito di alcun tribunale. La vita è un valore, sentiamo dire dai sodali di Zuppi. Davvero? E chi lo ha detto? Lo sarà per te, e infatti ti lascio libero di crederlo. Si tratta, però, di un valore squisitamente soggettivo. Per quale ragione vuoi imporre la tua convinzione a chi non la condivide? Il religioso agisce cioè come qualcuno che decide cosa io debba fare o non fare, senza che io, reciprocamente, possa decidere cosa debba fare o non fare lui. Non c’è simmetria possibile, rispetto a un modo di pensare basato sulla pura sopraffazione.
Davanti a un simile atteggiamento, non posso che affidarmi all’unico Dio che io riconosca, cioè Immanuel Kant: “Nessuno mi può costringere ad essere felice a modo suo […] ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo”. Dunque, come mi è già capitato di osservare, se voglio togliermi la vita, perché non posso farlo tranquillamente con un’iniezione o una pasticca, circondato da medici caritatevoli? E poi, diciamola tutta, non serve affatto che io sia malato. Se sto in gran forma e ciononostante desidero morire, perché non permettermelo – oltretutto in un mondo minacciato dalla bomba demografica? Perché qualcuno deve disporre della mia esistenza? Eppure sarebbe facile convivere senza angherie, lasciando certi soprusi all’antica Inquisizione: Zuppi abbracci la sopravvivenza, io il suicidio, e ognuno vada, serenamente, per la sua strada.
In breve, ritengo inaccettabile disprezzare questa scelta dolorosa e dignitosissima, elogiata nei millenni da tanti illustri pensatori – peraltro anche da alcuni in seno alla Chiesa, come Sant’Ambrogio, o da cristiani anglicani come John Donne, che al tema ha dedicato il suo celebre In difesa del suicidio.
D’altronde, non bisognerebbe mai dimenticare che ognuno nasce contro la propria volontà (un politico direbbe “a sua insaputa”). Il paradosso ha una storia curiosa, come si legge in rete. Nel 2023, la TikToker americana Kass Theaz è diventata virale in tutto il mondo sostenendo in un video di aver fatto causa ai genitori, fino a ottenere un risarcimento di 5.000 dollari al mese, per il dolore procuratole facendola nascere, e costringendola così alla vita e al lavoro: “Non hanno provato a contattarmi in alcun modo prima che nascessi, per vedere se volevo davvero essere qui”. L’intervento rimbalzò su molti giornali, ma si scoprì che l’intento era ironico. Diverso il caso di quattro anni prima, quando un indiano ventisettenne, Raphael Samuel, annunciò di voler fare causa ai propri genitori per averlo fatto nascere senza il suo consenso. Il giovane era un esponente del cosiddetto anti-natalismo, una corrente secondo cui sarebbe eticamente sbagliato mettere al mondo figli senza che questi possano esprimere una preferenza. In ogni caso, l’azione legale di Samuel fu gestita in modo provocatorio e pacifico insieme alla madre, avvocato.
Natalismo o anti-natalismo, resta il fatto che nessuno dovrebbe legiferare sui diritti altrui, tantomeno la Chiesa, coi suoi trascorsi di prevaricazione e violenza. Evitando di affrontare l’altra scottante questione dell’aborto, sarebbe sufficiente che i cattolici (non tutti, ovviamente) smettessero di esercitare un proselitismo sempre più simile a una persecuzione.