Com'è fatta una scrittrice? Intervista a Bernardine Evaristo - Lucy
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Irene Graziosi

Com’è fatta una scrittrice? Intervista a Bernardine Evaristo

26 Settembre 2023

Il desiderio di successo, le frustrazioni, la poesia delle messe di quando era bambina: conversazione con l'autrice di "Ragazza, donna, altro".

Qualche volta con gli amici ci si perde a chiedersi oziosamente chi tra gli scrittori che abbiamo immediatamente attorno e quelli famosi, più lontani, sia davvero un artista e chi invece no. Il gagliardetto dell’artista non è mai dato una volta per tutte, anzi, a seconda di come ci gira chi riceve l’onorificenza di artista oggi può essere volgare scriba domani o deprecabile storyteller il giorno dopo ancora; ci sono poi pomeriggi così plumbei da farci dubitare che un artista abbia mai messo piede sulla terra, e proviamo sollievo quando la mattina successiva ci svegliamo di buon umore perché il mondo è zeppo di artisti.

Di tutti gli scrittori e le scrittrici che hanno preso parte a questo spietato gioco, Bernardine Evaristo è una di quelle su cui non abbiamo dubbi. Se artista è colui o colei che tende l’elastico di ciò che è noto o percepito, allora Evaristo può definirsi tale. 

Nata in una famiglia della working class britannica, in gioventù si forma come drammaturga in anni in cui gli artisti – e soprattutto le artiste – neri non avevano modo di abitare lo stesso spazio creativo dei bianchi, fondando gruppi teatrali animati da persone nere non per attivismo ma per necessità. Lo spirito di quegli anni innaffia come una pozione magica tutta la sua produzione letteraria e accademica successiva, che domanda al tempo e allo spazio come sono cambiate le relazioni di amore e di forza attraverso i secoli e i continenti. Evaristo raggiunge il successo con Ragazza, donna, altro (Sur, 2021) che vince il Booker Prize nel 2019, catapultandola a sessant’anni, dopo una vita trascorsa a forzare la serratura del potere culturale, al centro della letteratura non solo britannica, ma mondiale. Oggi è presidentessa della Royal Society of Literature e i suoi lavori sono tradotti in tutto il mondo, ma quando parla e quando scrive si tiene alla larga dalla gravitas che i suoi ruoli le suggerirebbero di indossare, anzi: elenca a Vogue alcuni consigli per diventare scrittrice, spiega alle giovani di non mollare, proclama di voler essere un “role model”, racconta spigliatamente di quando leggeva i libri di auto aiuto per credere in se stessa. Non assomiglia in nulla all’idea che ci siamo costruiti dello scrittore, né assomiglia agli scrittori raccontati dal canone letterario occidentale: Bernardine Evaristo ha iniziato a fare arte perché non poteva fare altrimenti, ha iniziato a scrivere in versi perché da bambina era immersa nella poesia religiosa, ha continuato a interrogare i temi che le erano cari anche quando questi ultimi non erano abbastanza rilevanti per l’élite culturale mondiale.  

Le ho posto qualche domanda in occasione del suo tour italiano a partire da Ragazza, donna, altro, un romanzo fusion fiction – termine coniato da Evaristo per descrivere il suo peculiare stile a metà tra la prosa e la poesia – affollato di donne e pieno di vita, che è stato amatissimo anche in Italia. 

Inizierei questa chiacchierata parlando del tuo laboratorio di scrittura, perché una delle peculiarità dei tuoi romanzi – che forse ha a che fare anche con il fatto che non tutta la tua bibliografia è stata tradotta in Italia – è che sono scritti in versi. E allora mi interesserebbe conoscere come si intrecciano prosa e poesia nella tua scrittura. 

Ho iniziato a scrivere poesia per il teatro, drammaturgia, e poi ho proseguito con libri di poesia, romanzi in versi e infine fusion fiction…Credo di poter dire che la poesia si insinua nella mia scrittura che io lo voglia o meno, e alla fine finisco sempre per scrivere qualcosa che è una mescolanza tra poesia e prosa, fa proprio parte di me. 

Ho letto in tuo essay che hai iniziato a scrivere in versi perché da bambina quando andavi in chiesa ascoltavi e leggevi i versi biblici e questi in qualche modo si sono insinuati spontaneamente nella tua creatività…

Sì, sì, assolutamente, pensa che quando ho iniziato a scrivere spettacoli teatrali – erano molto sperimentali – uscivano fuori in versi e non ho mai capito perché… Mi chiedevo perché la mia voce naturale fosse poetica ed è stato solo molto più tardi che mi sono resa conto che io sono stata cresciuta dalla e nella chiesa cattolica, andavo in chiesa ogni domenica, ho frequentato la messa ogni giorno alle elementari per quattro anni e ho assorbito da bambina la lingua della chiesa cattolica, quella dei salmi e degli inni, che deve essersi incastonata nel mio DNA senza che io me ne accorgessi… interessante, no?

Molto. Quando leggevo Ragazza, donna, altro mi capitava di immaginare le parti dei personaggi come monologhi teatrali, o comunque la struttura e la narrazione evocavano il teatro, e infatti quando scoprii che avevi iniziato da lì ci ho ripensato… Che rapporto hai oggi con il teatro?

Ho iniziato a scrivere per il teatro e a recitare nei miei spettacoli – erano monologhi in realtà – durante i miei vent’anni. E penso che questo abbia influenzato il modo in cui scrivo i personaggi, perché mi pare che ci sia un forte elemento performativo e drammatico che li accomuna e che li fa guizzare fuori dalla pagina. I miei personaggi sono molto forti, non si appiattiscono sulla carta, non sono silenziosi o discreti, sono dinamici e vivi. E poi sai, quando ho iniziato a scrivere per il teatro utilizzavo la poesia e recitavo i miei stessi personaggi, e oltre al fatto che in generale i personaggi teatrali sono già di per sé vividi, c’era pure il fatto che io scrivevo per comunicare a un pubblico di spettatori, che è molto diverso dal comunicare a un pubblico di lettori. E quindi penso che questo elemento performativo che viene trasmesso al lettore sia un residuo che deriva dalla mia giovinezza. 

Una cosa che salta all’occhio leggendoti è la presenza di donne di tutte le età, soprattutto anziane; come nasce questo interesse per la terza età? Ti è venuto spontaneo scrivere di questa fase della vita femminile o lo hai pianificato?

La mia intenzione con Ragazza, donna, altro era quella di raccontare le donne nere di tutte le età, ed era molto importante per me, perché nel libro precedente avevo scritto di donne anziane, settantenni, e mi ero resa conto di quanto fosse difficile incontrare donne anziane nei libri, soprattutto raccontate da una prospettiva nera e inglese. Quindi con questo libro mi sono detta che, se dovevo raccontare di donne inglesi e nere, queste avrebbero dovuto essere di tutte le età. Ed è stato divertente perché in effetti la più giovane ha 19 anni e la più anziana 93, e in mezzo ci sono tutte le altre età… forse il mio problema era che anche le scrittrici di una certa età finiscono per raccontare di protagoniste giovani, come se ci fosse qualcosa di noioso o poco interessante relativo alle donne anziane, e invece io penso che sia un età molto interessante. 

Com’è fatta una scrittrice? Intervista a Bernardine Evaristo -

Che rapporto hai con la prima e la terza persona?

Mi piace la prima persona perché è la migliore per entrare dentro il personaggio e farlo emergere dall’interno, e mi piace abitare i miei personaggi come se fossi un’attrice, percependoli, interpretandoli e scrivendoli contemporaneamente. 

La terza persona naturalmente permette invece una distanza maggiore, quella che viene chiamata “distanza autorale”. Si ha modo di vedere tutto, di entrare nella testa di chiunque, c’è un grande potenziale. Quindi nella prima persona si avverte l’immediatezza dell’identità, il personaggio vive sulla pagina e sembra assolutamente vero nell’istante in cui lo leggi. 

Sebbene nella terza persona il campo si allarghi – si può appunto entrare e uscire da più personaggi – in fondo preferisco la prima, anche se poi Ragazza, donna, altro l’ho scritto in una terza persona che suona come una prima: la chiamo “terza vicina”, perché pur descrivendo i personaggi dall’esterno sembra di sentirli parlare.

Ragazza, donna, altro si muove nell’arco di cento anni e attraverso i continenti. Mi chiedo come sei riuscita a costruire qualcosa di così ambizioso, se è qualcosa che hai fatto consapevolmente o è di nuovo qualcosa che ti abita da sempre, e come ti vivi o ti sei vissuta l’ingresso trionfale nel mondo della letteratura “mainstream” dopo essere stata ai margini così a lungo. 

Come scrittrice ho sempre giocato con il tempo e lo spazio… perfino quando ho scritto romanzi storici, cosa che ho fatto un paio di volte, ho tentato di creare un universo che fosse sia storicamente preciso sia contemporaneo. E quando ho iniziato a scrivere questo libro volevo coprire più tempo possibile, spingermi oltre, pensa che avrei voluto toccare anche l’Ottocento, solo che dovevo pur fermarmi da qualche parte, capisci? Ma il fatto è che io voglio mostrare i nessi che uniscono il passato al presente, volevo mostrare che le nostre radici di inglesi e neri sono profonde, e infatti Emperor’s babe è ambientato nella Londra romana, 2000 anni fa. Per ragioni pratiche non potevo spingermi così indietro in questo libro, ma sicuramente il mio intento era anche quello di mostrare come è cambiata l’esperienza delle donne nere nel corso delle generazioni. 

Per quanto riguarda il canone invece… è incredibile! Pensa che a un certo punto sul «New Yorker» è uscito un articolo intitolato How Bernardine Evaristo Conquered British Fiction corredato da una mia foto in cui sembro la statua di una conquistatrice. 

È tutto quello che ho sempre sognato. Ho sempre desiderato essere al centro. Credo che nessuno scrittore voglia essere ai margini, neanche se ti sei formato in una nicchia e quella nicchia l’hai anche apprezzata, magari in gioventù. Da scrittore vuoi essere letto. E vuoi essere letto da tantissime persone. Se passi cinque o sei anni su un libro, non vuoi che quel libro venga letto da un paio di migliaia di persone. Quando la tua opera comincia a essere corposa vuoi essere presa seriamente dalla cultura letteraria. L’essere stata tradotta in così tante lingue è stato il sogno di una vita, così questo mio atterraggio nel cuore della letteratura mondiale sia da scrittrice sia da accademica, l’essere presidentessa della Royal Society of Literature, sono tutte cose che apprezzo, a cui tengo. 

Una cosa che mi ha colpita è il candore con il quale parli dei momenti difficili della tua carriera da scrittrice alla ricerca di lettori e considerazione che tardavano ad arrivare… Addirittura racconti di esserti affidata a libri di auto-aiuto e audiocassette per affrontare la paura del fallimento. Mentre ti ascoltavo raccontare queste cose pensavo due cose: la prima è che è rinfrescante sentire una grande scrittrice raccontare delle audiocassette e dei momenti cupi, la seconda è che nessuno scrittore bianco rivelerebbe mai di aver ricorso a libri di auto aiuto. 

Molto interessante! Non ci avevo mai pensato. Per cominciare credo che le donne siano più interessate alla crescita interpersonale degli uomini… E poi sì, hai ragione, l’idea dello scrittore che legge i libri motivazionali è piuttosto insolita, perché in fondo chi arriva a un certo stadio della propria carriera non parla più tanto dei momenti duri. Io invece voglio essere trasparente in proposito, per spronare le persone, perché da giovane uno può avere tutta una serie di qualità che però poi deve avere modo e voglia di sviluppare: é non è detto che uno sia facilitato in quanto maschio e bianco, e quindi devi impegnarti per riuscire a raggiungere quello stadio in cui ti senti legittimato a sfruttare ciò che la società ha da offrirti. 

Ti sei mai posta il problema di scrivere di personaggi i cui elementi identitari – genere, orientamento sessuale, etnia – sono al centro del dibattito politico, e che quindi potenzialmente corrono un rischio più alto di essere percepiti come polarizzanti? 

Credo che il punto sia scrivere i propri personaggi come fossero semplicemente esseri umani. L’identità di genere, l’orientamento sessuale, la classe sociale emergono dall’interno quando si svolge un buon lavoro. Serve molta integrità per farlo però, e credo anche che però la ragione per cui il libro ha risuonato così tanto e dappertutto – lo posso dire ora che sono in tour da parecchio – è che parla di esseri umani. È un romanzo che pone al centro la nostra umanità, il nostro viaggio attraverso la vita, il mondo. Racconta delle nostre fragilità, ambizioni, desideri, relazioni e ostacoli che incontriamo sul nostro cammino. E tutto questo è umano, no? Poi certo, oltre tutto questo ci sono gli elementi identitari… Però sai, spesso le persone mi hanno detto “hai scritto un libro che parla di razza” o “hai scritto un libro che parla di identità di genere”, e io rispondo sempre che no, io ho scritto un libro sulla famiglia e sulle relazioni. Penso che se uno scrive di personaggi sfaccettati, imperfetti, allora tutti ci si possono riconoscere. 

Ma non ci dimentichiamo che tutto questo è avvenuto grazie al Booker Prize, che è come se avesse legittimato il libro rendendolo autorevole. E così, durante i miei tour, la maggior parte del pubblico in sala è composto da donne, e di solito succede che alla fine della presentazione – io ormai me lo aspetto – si avvicina un uomo chiedendomi di dedicare il libro a qualche nome di donna, “È per mia sorella”, “È per mia madre” e io mi chiedo: ma perché non puoi essere tu a leggerlo?

Com’è fatta una scrittrice? Intervista a Bernardine Evaristo -

In Italia Ragazza, donna, altro e Radici bionde sono tradotti da Martina Testa e pubblicati da Sur, Loverman è invece edito da Fandango e tradotto da Alessandro Bocchi.

Le foto sono di Ludovica De Santis.

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e vicedirettrice di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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