Ammetterlo è difficile, ma nelle coppie che durano davvero l’antipatia è una presenza stabile: una tensione che, quando non distrugge il legame, lo accompagna, lo arricchisce e talvolta lo tiene in vita.
Specialmente quelli che una lunghissima relazione adulta non ce l’hanno ancora e la desiderano, ti parleranno dell’amore delle lunghissime relazioni adulte sempre partendo da una caratteristica precisa che considerano prevista e naturale. Questa. Che tra i due potranno esserci contrasti, non-condivisioni, liti, lievissimi tradimenti, diverse vedute, ma che sotto quella inevitabile patina pelosa di muffa quotidiana, passandoci il coltello per pulirla, troverai sempre lo smalto di due persone che si vogliono con continuità, che amano il senso dello stare insieme, che si preferiscono ancora. Altrimenti, certo, non rimarrebbero lì, in coppia. Gli altri invece, quelli che i lunghi amori felici ce li hanno, preferiscono tacere. Perché non saprebbero bene spiegare di che sostanza è fatta quell’idea di sentimento che altri sognano e che loro, invece, conoscono un poco meglio.
Cosa succede in quella forma superiore di vicinanza nella quale, dopo un certo numero di prove superate, si accede finalmente al regime finale di grazia, se così lo possiamo chiamare, visto che poi nelle relazioni ogni stato è temporaneo? È proprio vero, quello che si dice? Che da un certo momento in poi ci si fraintende con maturità? Che si soffre argomentando? E soprattutto non si provano mai più quelle brutte impressioni da persone estranee? Cos’è il sentimento nuovo che abita tutte le relazioni, da un certo momento in poi, quando gli incantamenti si attenuano? Di che pasta è fatto, a cosa somiglia?
“Le persone che stanno insieme a lungo, anche se si amano molto, da un certo punto in poi provano in profondità, e in maniera inevitabile, un sentimento che accompagna tutti gli altri: antipatia. In una coppia, da un certo punto in poi, ci si sta antipatici a vicenda, e anche se molti istintivamente lo negano, è inevitabile. Succede ai compagni di banco a scuola, ad amici che si adorano ma poi vanno in vacanza insieme e non si sopportano più, a persone che sono in totale sintonia e poi dividono la casa per tre mesi e in modo sottile (a volte anche non sottile) si detestano. Poi, dopo un periodo di separazione, riacquistano la complicità e addirittura si divertono al ricordo di quella antipatia, che non riconoscono più. Invece due che stanno insieme non si allontanano mai più per davvero, e cosí quell’antipatia si solidifica, scende in profondità, è alla base di molti gesti e di molte parole. E convive benissimo con l’amore”.
Momenti, Francesco Piccolo, Einaudi
Ora, come lo vogliamo chiamare, quest’odio di coppia? “Risentimento” è una parola unta, grossa, ci sta male. Servirebbe trovare un sinonimo da podcast temperato. Eppure, a voler essere un poco onesti, ogni vita in comune ha una parte proprio di quello, risentimento bell’e buono. Quando l’amore smette di essere un’aspirazione e diventa due sistemi nervosi che dormono insieme, due egoismi che escono la mattina, due stanchezze che tornano di sera, due vanità, due modi inconciliabili di distribuire il silenzio, di usare il tempo, di rispondere all’umore che ci garba dopo il caffè, non si può che finire così, risentiti. Lì comincia il romanzo.
Francesco Piccolo, con quel suo modo imprendibile, l’ha scritto proprio come me lo sarei sognato io. L’antipatia non prepotente, quella che non viene a certificare il fallimento del legame ma è il suo contrario simmetrico, perché vuol dire che il legame ha smesso di vivere nella sua pubblicità rosa bubblegum ed è maturato tra i due l’intento di durare. Ogni amore da un certo momento in poi o è il fiore che cade o la mela che cresce. Anzi, con l’età che mi è venuta comincio a sospettare che la prova della durata stia proprio lì: quanta insofferenza c’è nella stanza, e quanto riusciamo a ignorarla. Il repertorio di irritazioni non finisce mai.
I proprietari di coppie solide, almeno una parte, a questo punto saranno già saltati dalla sedia: si opporranno a questa lettura, che assurdità, che riflessione sbilenca, se una relazione deve diventare uno stagno di intolleranze sopportate per carità lasciatevi, andate da uno bravo, anzi da uno bravissimo.
Contro di loro si calerà (e lo calo) l’asso di Proust, che sulle umiliazioni inflitte dalla vita interiore vedeva in anticipo, scrivendo. “La signorina Albertine se n’è andata”. Siamo a un punto preciso della Recherche. Il nostro protagonista non l’amava più, la signorina Albertine, era proprio quello che voleva, che sloggiasse senza troppe cerimonie. Tanto meglio così, si dice quindi.
La signorina Albertine se n’è andata!
“Come più della psicologia stessa la sofferenza la sa lunga in materia di psicologia! un momento prima, mentre mi stavo analizzando, avevo creduto che una separazione senza essersi riveduti fosse appunto quella che avevo desiderata; e, paragonando la mediocrità dei piaceri che Albertine mi dava con la ricchezza dei desideri che mi impediva di realizzare, mi ero riconosciuto assai acuto concludendo che non volevo più vederla, che non l’amavo più. Ma quelle parole ‘la signorina Albertine se ne è andata!’ avevano provocato un dolore tale nel mio cuore che non avrei saputo resistere più a lungo. Così, quel che avevo creduto non fosse nulla per me, era, semplicemente, tutta la mia vita. Come ci si ignora!”
Come ci si ignora! che frase magnifica, non ne fanno più, i letterati, belle così.
È la scena in cui un uomo scopre, con il ritardo tipico dell’intelligenza, che ciò che credeva un fastidio era tutta la sua vita. Succede esattamente così: ci raccontiamo di non amare più, poi quella persona manca, e siamo perduti. Proust non corregge soltanto il personaggio, parla plurale.
Il pensiero psico-sentimentale contemporaneo ci ha abituati a una enorme pretesa che sfonda il muro di quello che suona ridicolo, pretesa che però ora è accettata come legittima. Descrive come possibilissime relazioni trasparenti, ben comunicate, no-red-flag, amministrate con devozione. L’ambivalenza è intesa uguale al fallimento, perciò avanti un altro, più dedito, più innamorato di me. Solo che poi lo schema dell’estenuazione si ripete identico anche con un innamorato diverso, perché la vicinanza produce una forma tutta sua di intolleranza: nessuno è più esposto ai nostri nervi di chi ci sta accanto. Con gli estranei siamo ancora capaci di stile, con loro molto meno: non ce l’ho adesso la versione migliore di me, nella stessa stanza, mi dispiace.
Ogni tanto il fu twitter è ancora capace del suo piccolo miracolo, il tetris delle parole, e una ragazza scriveva qualche giorno fa: “una relazione funziona meglio se si vive separati in due case, dicono. Ok. Ho deciso di dimagrire, compro un pacco di pastarelle e le faccio mangiare a un altro”. Che microcapolavoro di assonanza.
C’è sullo stesso fronte anche saggistica più apparecchiata: Roland Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, sottrae l’innamorato a ogni idealizzazione e ce lo riporta nella condizione autentica: un esagerato nervoso, intrattabile, l’ultimo dei desiderabili. Eva Illouz racconta quanto l’amore moderno sia stato caricato di richieste sproporzionate. La prima di tutte: fammi contento, portami dove io sono davvero io. “La nostra psiche soffre di un eccesso di autoattenzione emozionale, come se il nostro obiettivo collettivo consistesse ormai semplicemente nel ‘sentirsi bene’”. Modernità Esplosiva, Einaudi.
E invece tu resti tu, l’innamorato non ti porta da nessuna parte e meno male. Perché i caratteri resistono e l’amore non toglie gli assi di struttura.
Poi certo, bisogna intendersi. Non tutto il risentimento è uguale, qui si parla del risentimento dove vivono anche le domande, i pensieri riparatori, c’è il movimento tipico delle cose quando possono migliorare. I soggetti amorosi delle lunghe relazioni adulte sono stati messi a parte della diagnosi: sanno che la lunga durata compromette e impasta. Che c’è da farsi piacere l’amministrazione e l’opacità. In cambio, è anche il risentimento che costruisce una lingua comune, una trama di allusioni e soccorsi, di fedeltà minime e infedeltà giganti che dall’esterno si vedono poco e dall’interno fanno la massa della vita.
Non abbiamo idea di quanto siamo poco adatti alla bellezza pulita dei sentimenti che invochiamo. Chi si mette a cercare quella è perduto sulla montagna di Sisifo, finisce schiacciato sotto la pietra perché l’amore lungo include molto di quello che il romanticismo considera indegno o mediocre.
Fanno splendida parte del mucchio la fatica di essere sempre leggibili all’altro, la sensazione di aver dato più di quanto si è ricevuto e quella di non essere visti nel modo giusto e quando volevamo noi. Del risentimento conterà la forma che prende col tempo: la più frequente è quella della resistenza. Non sono amori che si rompono – perché c’è spazio – e quando serve si può essere cattivi uno con l’altro senza pensarci troppo.