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Iconografie XXI

L’odio ha bisogno di un corpo

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Odio

Un archivio dell'odio che si abbate sui corpi di questo tempo assurdo.

L’odio è l’unico sentimento che non ha bisogno di essere giustificato per esistere. Può nascere da un’ingiustizia reale o immaginata, da una minaccia concreta o inventata, da secoli di oppressione o da qualche minuto passato su internet. Può essere diretto contro persone, simboli, oggetti, idee. Può essere freddo e calcolato o viscerale e spontaneo. Può vestirsi da giustizia, da autodifesa, da patriottismo, da resistenza. Può bruciare pupazzi, maledire bambole, strappare bandiere, legare persone ai pali. Può trasformare palloncini in armi e simboli religiosi in graffiti razzisti. Può diventare intrattenimento televisivo, performance politica, tradizione popolare.

Abbiamo raccolto dieci immagini che documentano forme diverse di odio – geografico, politico, razziale, di classe, settario – tutte accomunate da una cosa: la necessità di materializzarsi. L’odio non vive solo dentro le persone, vive negli oggetti che distrugge, nei simboli che rovescia, nei gesti che compie. Un countdown sullo schermo. Un pupazzo in fiamme. Una bandiera sostituita. L’odio ha bisogno di essere visto per funzionare. E noi, che lo vogliamo o meno, guardiamo sempre.

Israele, aprile 2026.

Iconografie 1

Nell’aprile 2026, durante la trasmissione del telegiornale di un canale israeliano, è apparso sullo schermo un countdown digitale. Accanto al timer, un ritratto di Donald Trump e la scritta “Deadline”. Il conto alla rovescia scandiva i secondi rimanenti fino alle 20:00 ora di Washington – la scadenza dell’ultimatum del presidente statunitense all’Iran. Qualcuno lo ha definito “civilization collapse countdown”, riprendendo le parole di Trump sulla possibilità che “stasera scompaia la civiltà iraniana”. Siamo abituati alla guerra trasformata in quiz show, ma il timer non è solo spettacolarizzazione mediatica: è la visualizzazione perfetta di come una società intera abbia trasformato l’odio verso i vicini in intrattenimento quotidiano. Israele nel 2026 è un paese in cui decenni di conflitto hanno normalizzato la disumanizzazione del nemico al punto che un conto alla rovescia verso bombardamenti può diventare contenuto televisivo ordinario. L’odio non è più una passione estrema, è background costante. Il timer non conta il tempo che manca alla guerra – conta il tempo che manca alla conferma che il nemico sarà punito. E la società guarda, aspetta, spera, consuma.

Bishkek, Kirghizstan, ottobre 2020. 

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Nell’ottobre 2020, dopo le elezioni parlamentari palesemente truccate in Kirghizistan, migliaia di manifestanti hanno assaltato la White house, il palazzo presidenziale di Bishkek. Di diversi momenti documentati dai manifestanti, il migliore è senza dubbio quello dove un uomo prende a calci il ritratto del presidente, mentre altri dietro si godono un the con i “bicchieri buoni”: è lo scatto che maggiormente riesce a combinare la situazione surreale nella quale si trovano quei ragazzi (“stiamo bevendo il the nel salotto del presidente!”) e l’odio, la rabbia, che li ha mossi (“ci ha rubato le elezioni, quel bastardo!”).

Lipetsk, Russia, febbraio 2026.

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Nel febbraio 2025, durante il Maslenitsa – la tradizionale festa russa che celebra la fine dell’inverno e prevede il rogo simbolico del male – qualcuno nella regione di Lipetsk ha deciso di bruciare un pupazzo gigante di Labubu, il personaggio Pop Mart diventato fenomeno globale. La folla si è radunata per guardare il mostro blu con i denti aguzzi andare in fiamme. Labubu era già al centro di polemiche: influencer cristiani americani sostenevano che il pupazzo fosse ispirato a Pazuzu, demone mesopotamico, e che possedere un Labubu significasse aprire la porta al male. Teorie complottiste su TikTok parlavano di pupazzi che si muovevano da soli, di insonnia, di presenze maligne. Il creatore del personaggio – l’artista hongkonghese Kasing Lung – ha sempre detto che l’ispirazione veniva dalla mitologia nordica, ma l’odio non ha bisogno di fatti. Il giocattolo cinese bruciato in Russia è perfetto: è straniero, commerciale, popolare tra i giovani, e qualcuno dice che è demoniaco. Il Maslenitsa brucia il male, e il male può essere qualsiasi cosa. Anche un pupazzo.

New Orleans, Stati Uniti d’America, gennaio 2026. 

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Nel gennaio 2026, durante le retate anti-immigrazione dell’amministrazione Trump che hanno distrutto comunità e ucciso due persone, qualcuno ha lasciato una bambola voodoo con la faccia di un agente dell’ICE (l’Immigration and Customs Enforcement) in una strada di New Orleans. La bambola aveva spilli conficcati ovunque, segnale di un rito di maledizione già avvenuto. New Orleans ha una lunga tradizione di voodoo haitiano, e la bambola voodoo è uno dei simboli più riconoscibili – e travisati – di quella pratica spirituale. Usarla come arma simbolica contro ICE significa attingere a un immaginario di resistenza, ma anche giocare con stereotipi che il cinema horror ha trasformato in cliché. La bambola funziona perché tutti sanno cosa significa, anche se nessuno sa davvero cosa significa. È odio coltivato fino a diventare maledizione; odio ritualizzato, magia nera come performance politica.

Rio de Janeiro, Brasile, ottobre 2025. 

5

Un trafficante del Comando Vermelho, dalla Cidade de Deus, punta un fucile d’assalto contro la televisione. Sullo schermo, il governatore di Rio de Janeiro Cláudio Castro commenta un’imponente operazione di polizia che ha appena ucciso diversi membri della fazione. Il messaggio è chiaro: sarà l’odio a guidare la vendetta dei criminali. Non è una minaccia vuota, dato che il Comando Vermelho controlla favelas, traffico, armi, e ha una lunga storia di esecuzioni di poliziotti, giudici, politici. Il gesto però ha anche un valore simbolico: lo Stato in TV, la criminalità organizzata che prende la mira. Due poteri paralleli, due forme di sovranità che si guardano attraverso uno schermo: l’odio tra Stato e crimine organizzato in Brasile non è ideologico, è territoriale. E il territorio si difende con le armi puntate, anche contro un televisore.

New York, Stati Uniti d’America, dicembre 2024. 

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Prima della personalizzazione in Luigi Mangione (un ragazzo di bell’aspetto, di buona famiglia, bianco, senza affiliazioni politiche o ideologizzazioni – insomma, uno che piace proprio a tutti), l’assassino di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare, era già un eroe popolare. Questa prima risposta quasi istintiva era guidata da nient’altro che odio: l’odio verso l’industria delle assicurazioni sanitarie americane, che nega cure, rigetta richieste, uccide per profitto. Il fatto che migliaia di persone abbiano celebrato un omicidio non come vendetta personale o azione di un pazzo, ma come atto politico, dice molto sullo stato della sanità americana. Thompson non è stato ucciso come persona, ma come simbolo. E Mangione (e il killer ignoto, prima di lui) non è stato celebrato come eroe, ma come esecutore di una sentenza collettiva. L’odio verso i CEO ha trovato un corpo.

Ucraina, marzo 2022.

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Nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, sono circolate foto di presunti saccheggiatori legati ai pali nei centri abitati. Le immagini mostravano uomini – quasi sempre a torso nudo, pantaloni abbassati, volti esposti – legati a pali della luce o alberi con del nastro adesivo. A volte con scritte addosso, a volte picchiati, che scontano la pena del più odioso dei crimini: rubare agli indifesi, a coloro che scappano dalle loro abitazioni per via dei bombardamenti di una nazione nemica. La narrazione ufficiale: sono ladri, traditori, collaborazionisti russi. Quando il popolo ucraino avrebbe dovuto unirsi, loro lo colpiscono a tradimento. La narrazione critica: è giustizia sommaria, umiliazione pubblica, violenza extragiudiziale spacciata per autodifesa civile. Le foto hanno continuato a circolare, spesso celebrate sui social come esempio di “giustizia popolare”. C’è una lunga storia di umiliazione pubblica in tempo di guerra – le donne francesi rasate dopo la Liberazione, i collaborazionisti italiani appesi per i piedi – e queste foto si inseriscono in quella tradizione. L’odio non ha bisogno di prove o processi. Ha bisogno solo di un palo e di una folla.

Gaza, Palestina, agosto 2020. 

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Nell’agosto 2020, Al Jazeera ha documentato l’uso da parte di gruppi palestinesi a Gaza di palloncini incendiari lanciati oltre il confine verso Israele. I palloncini – spesso decorati con scritte o disegni, a volte con la scritta “I <3 U” – trasportavano materiale infiammabile che, una volta atterrato in territorio israeliano, causava incendi nei campi. Il palloncino con “I love you” è diventato immagine iconica: un oggetto infantile, festivo, trasformato in arma rudimentale. È difficile non vedere in quel gesto la disperazione di chi non ha altro modo di farsi sentire. Gaza è strangolata da Israele da decenni – nessuna via d’uscita, economia collassata, popolazione intrappolata e schiacciata – e i palloncini sono l’unica cosa che riesce ad attraversare il confine senza essere intercettata. Non sono missili, non sono razzi. Sono palloncini. L’odio qui non è il punto di partenza, è il punto di arrivo. È ciò che resta quando tutte le altre opzioni sono state chiuse. Anche la cosa più innocente può diventare arma, se sei abbastanza disperato.

Tel Aviv, Israele, novembre 2021.

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Nel novembre 2021 sul  muro di una scuola per bambini rifugiati di Tel Aviv qualcuno ha scritto in ebraico: “Scuola per giovani criminali”. Accanto, una stella di David. È proprio l’uso della stella di David come simbolo d’odio a catturare l’attenzione: certo, l’avevamo già vista venire usata in senso suprematista in vari episodi nella Striscia di Gaza, ma molto più raramente come firma di un gruppo di estrema destra operante all’interno della società israeliana. È odio razzista e xenofobico, ma è anche qualcosa di più specifico: è il tentativo di escludere in nome di un’identità che è stata storicamente esclusa. La stella di David diventa confine, muro, sentenza. L’odio si appropria dei simboli e li rovescia.

Washington D.C., Stati Uniti d’America, 6 gennaio 2021.

Iconografie 10

Il 6 gennaio 2021, durante l’assalto al Campidoglio, alcuni manifestanti si sono arrampicati sulla facciata dell’edificio per raggiungere una bandiera degli Stati Uniti. L’hanno poi strappata, sostituendola con una trumpista. Quel gesto, quella bandiera e quell’assalto sono un punto di arrivo di un processo di polarizzazione della società americana iniziato da tempo, dove l’odio ha sostituito la politica. Non si tratta più di disaccordo ideologico o di competizione elettorale: è guerra identitaria, dove l’altra parte non è avversaria ma nemica, non sbagliata ma illegittima. La bandiera di Trump al posto di quella americana è la visualizzazione perfetta di questo collasso: lo Stato non esiste più come spazio condiviso, ma come spazio di contesa con il fine di regalarlo a un leader. La democrazia non è più un metodo per gestire il conflitto, ma un ostacolo da abbattere affinché questo si propaghi. Quel giorno migliaia di persone decisero che le elezioni erano state rubate non perché lo credevano davvero, ma perché l’odio verso “l’altra America” era diventato più forte di qualsiasi fatto. La bandiera americana non bastava più. Serviva quella di Trump. Perché la politica era finita, restava solo l’odio.

Iconografie XXI

Iconografie XXI è un collettivo e un progetto multimediale di ricerca e analisi su immagini, politica e società nel contemporaneo.

 

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