L’odio è di solito associato a pulsioni negative a autodistruttive. Non si deve sottovalutare però un altro aspetto di questo sentimento: il disperato tentativo di giustizia che, almeno in certi casi, lo alimenta.
Ho accettato con gioia, anzi, con entusiasmo la proposta di un intervento sul concetto di odio. Appena messa a fuoco la questione, il primo “Io” a scattare in testa, naturalmente, è stato lo studente che mi accompagna ormai da una settantina d’anni.
Basta buttargli un osso e lui impazzisce. Tempo dieci minuti, aveva già trovato un paio di piste etimologiche, la prima delle quali, in effetti ghiottissima, spiegava la radice comune delle parole “odio” e “noia”… Strano, le avrei dette agli antipodi, forse perché a odiare non ci si stanca mai! Invece sono parenti. Ad ogni modo, sono riuscito a bloccarlo, questo mio “Io” erudito, prima che mi tirasse giù tutti i volumi del Grande Dizionario Battaglia. No, non è per una tesi, gli ho spiegato paziente, ma per qualcosa di profondamente diverso. Al che, mentre lui tornava a cuccia mortificato e con la coda tra le gambe, è balzato su il secondo “Io”, completamente diverso dal precedente: quello un secchione, questo uno squilibrato, là un erudito, qui un forsennato, uno a studiare l’evoluzione linguistica, l’altro a cercare la rissa. È stato un attimo e, proprio come Leporello nel Don Giovanni, ha cominciato a ripassare il catalogo, nome per nome, di tutti quelli che vorrebbe (e io con lui) veder marcire nelle segrete di abominevoli castelli, incatenati a pietre secolari. Pur apprezzando la sua disponibilità, ho dovuto convincerlo a desistere: non volevo un lavoro accademico, certo, ma nemmeno un travaso di bile. Se ne è andato blaterando. E allora?
Anche se involontarie, le due reazioni mi hanno aiutato a capire la mia posizione, posizione, avevo scordato di dirlo, di massimo esperto d’odio tra i viventi. Sia chiaro da subito: c’è poco da vantarsi, perché l’odio è un sentimento autodistruttivo. E qui devo citare Andrea Inglese, che nelle prose di Prati ha dichiarato: “Parlo alla prima persona, in quanto chi è molto povero come me, un intermediario, ossia la terza persona, non può permettersela”. Intendo dunque esaminare l’odio in prima persona, per testimoniare di una lesione e, magari, provare a capirla. L’odio come lo intendo, è una mancanza, un difetto, una mutilazione con cui si esprime la forza disperata e straziante di chi cerca di ristabilire una qualsiasi giustizia. Per quanto riguarda me, un soggetto cresciuto nel catechismo, la radice dell’odio è apertamente teologica e ha come oggetto quanto di più offensivo Cristo ha potuto ideare: la figura del figliol prodigo. Sento ancora i pianti del bambino che strilla: “Non è giusto, però!” Che tenerezza, quello sconsolato “però”; ci vorrebbe un volume per spiegarlo. È la protesta di una persona che vede cambiare le carte in tavola, osserva trionfare l’ingiustizia, e resta sbalordita dall’impudenza dell’interlocutore: “Ma prima avevamo stabilito un’altra cosa, però”.
Riassumendo, la parabola (Luca 15,11-32) parla del figlio maggiore, sempre rimasto fedele accanto ai genitori, che dopo anni vede tornare il proprio fratello sventato e scialacquatore. La calorosa accoglienza del padre verso l’ultimo arrivato fa sentire al primogenito una netta disparità di trattamento, una evidente mancanza di riconoscimento per i suoi sacrifici. Come negare un senso di prevaricazione? Io, perlomeno, l’ho subito avvertito, come pure ascoltando l’altrettanto sciagurata parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20,1-16), in cui il padrone decide di dare lo stesso salario sia a chi fatica fin dall’alba, sia a chi ha cominciato nel tardo pomeriggio. Qui, indignazione sindacale. Non sono più cattolico, per cui vi risparmio le cervellotiche interpretazioni parrocchiali, ma i due racconti mi servono per spiegare lo stretto nesso tra odio e iniquità, perché odio significa rancore che fermenta nel tempo. L’odio ha le sue annate, e forse per questo Baudelaire lo associò all’immagine delle botti di vino e degli ubriachi in una poesia che ha proprio questo titolo. L’odio matura, invecchia, si distilla, liquore dei deboli, sollievo degli ultimi, non dei fighetti di Cristo, non dei prodighi figli di papà, non degli operai scansafatiche.
E non è tutto: infatti, per un’ulteriore forma di ingiustizia, a soffrire, non chi è odiato, bensì chi odia. Pensavo fosse di Shakespeare, invece non è così; la frase, comunque acuta, afferma che odiare è come bere veleno sperando che qualcun altro muoia (chi sarà stato l’autore?). Lo ammetto, tendo a giustificare questo sentimento perché, ai miei occhi, non ha nulla a che fare con la malvagità. Prova ne sia che il boia ride e il carnefice sorride, perché in loro non c’è alcuno spazio per l’odio. Chi odia, invece, reagisce ad un sopruso, anzi NON reagisce, e proprio da questa sua in-azione nasce e cresce l’odio. Per come la intendo io, insomma, l’odio è come l’elemosina per un questuante. È debolezza truccata da spavalderia, è il sosia della forza, è impotenza allo stato puro, e soprattutto consiste nella coscienza della propria impotenza. Ha addirittura una sua specifica forma verbale, cioè il congiuntivo, ben diverso dal futuro del predatore. Quest’ultimo dice: “Quando ti prenderò…” Colui che è affetto dall’odio, viceversa, può soltanto imprecare: “Se ti potessi prendere…” E la crudezza delle pene immaginarie che augura al colpevole aumenta in modo inversamente proporzionale alla possibilità di tradurle in pratica. Davanti a me, un’auto compie una conversione a U. Ho uno sbocco di sangue, “Ah, se potessi prenderti…” E poi? Poi niente, poi la solita rassegnazione del “Che ci vuoi fare?”, anzi del “Che ci puoi fare?” Niente, non ci puoi fare niente. Rassegnati. Non ti resta che rimboccare le cisterne dell’odio, e berne di tanto in tanto, così da avvelenarti al posto della carogna che non pagherà mai i propri peccati.
Un amico mi ha segnalato una poesia di Wyslawa Szymborska su questo stesso oggetto, ma non mi ha affatto convinto. Continuo perciò a insistere su questo punto: così come lo intendo io, secondo quanto ho cercato di spiegare fin qui, l’odio è una passione tale da suscitare tenerezza. Confina con le lacrime. Non bisogna interpretarlo come una forma di aggressività, perché rappresenta piuttosto la lingua dell’aggredito, una lingua destinata a restare tragicamente muta, senza ascolto. I conquistadores spagnoli non hanno mai odiato le popolazioni indigene che sterminarono; erano queste a odiarli, purtroppo inutilmente. L’odio è inutile, non troverà mai sbocco, tranne in qualche felice e perciò rarissimo momento storico – penso a quella Rivoluzione Francese da cui è nata la nostra civiltà laica e democratica. L’odio esprime tutta la sofferenza dei sottomessi, degli oppressi, in un mondo il cui dio, non dimentichiamolo mai, protegge solamente il figliol prodigo.