Lorenzo Gramatica
28 Febbraio 2025
Figura assieme ridicola e drammatica, l’ipocondriaco vive di contraddizioni insanabili. È in perenne ascolto del proprio corpo ma ne fraintende i segnali, dubita della medicina eppure è costretto ad affidarvisi. Il timore, a volte, è che la vita lo spaventi più della morte.
Contrariamente alle mie abitudini, qualche tempo fa ho iniziato a sorridere di continuo, addirittura smodatamente. Non per disposizione d’animo favorevole nei confronti degli altri, o per sincera spensieratezza. Tutt’altro: ero convinto di essere prossimo alla morte.
Sorridere infatti – o meglio: tendere la bocca in una smorfia simmetrica – è uno dei segnali che dovrebbero negare l’eventualità di un ictus in corso.
L’ho scoperto grazie alla mia assidua frequentazione di siti medici. Compulsati a ogni ora del giorno, e soprattutto della notte, mi consentivano di avere vaghe rassicurazioni sul mio stato di salute – un dolore sordo al petto, uno acuto dietro la schiena, il battito cardiaco troppo veloce, un senso di debolezza improvviso, una fitta alla testa, un formicolio a un arto, magari pure del sudore, ma come è possibile se non sto facendo sforzo fisico, forse è indigestione? E poi: è sudore freddo (temibilissimo) o no? Tutto può essere.
Tornando all’ictus, se si sospetta di averne uno in atto, sono due le cose da fare per accertarsene:
Il soggetto sarei io, l’altro con il compito di controllare lo stato di salute del soggetto, sempre io – visto l’imbarazzo che queste due richieste comporterebbero, meglio fare da sé, possibilmente con l’ausilio di uno specchio.
Se la seconda operazione di auto-verifica può comportare qualche difficoltà in pubblico – come dissimularla? si tendono gli arti come a sgranchirseli? Si finge un crampo? Stretching? Addirittura si dice all’altro: guarda lassù, indicando il cielo con entrambe le braccia – la prima dà la sensazione di poter essere facilmente integrata all’interno delle ritualità sociali.
I miei sorrisi, però, erano nervosi e meccanici. Difficile che l’interlocutore fosse poi incoraggiato a continuare la conversazione – in molti casi, senza particolare dispiacere da parte mia. Ma certo, pure se spesso recalcitrante alla socialità, non poteva certo lusingarmi dare l’impressione di essere o un matto sfigurato da tic nervosi, o un coglione incapace di intrattenere dignitosamente una banale conversazione (magari addirittura entrambe le cose). Se fossi stato nei panni dell’altro, probabilmente avrei pensato: se questo è un sorriso, non ho nessun interesse a divertire questo tizio, o peggio mi auguro un mondo senza comici, dove le battute sono bandite per legge.
Ma a uno sguardo nemmeno così attento, i miei sorrisi tradivano la loro natura di sfogo apprensivo. La coolness, d’altronde, è una condizione preclusa all’ansioso.
Le prime volte gli amici parevano partecipi, si sinceravano che stessi bene. Così facendo, acuivano però, loro malgrado, il senso di angoscia legato al mio stato di salute.
Qualche tempo dopo, ormai abituati a quello che era diventato a tutti gli effetti un tic, troppo frequente per destare curiosità, troppo fastidioso per essere ignorato, la loro preoccupazione lasciava il posto all’insofferenza.
Sono ipocondriaco, ma difficilmente riuscirei ad ammetterlo con la stessa serenità che ostento qui se credessi di avere un ictus in atto: in quel caso, sarei persuaso di essere spacciato. Tutto tornerebbe ad avere pretese di oggettività, ogni variazione minima nella percezione del mio corpo si farebbe segnale allarmante, ragionevole prova del mio stato di emergenza medica.
In via prettamente teorica posso insomma definirmi ipocondriaco, applicando un certo serafico distacco dalle cose, ma la verità è che, se ripenso ai malanni, agli infortuni, ai dolori, alle corse in ospedale, all’ansia che ho provato, fatico ancora, a distanza di anni, a inscriverli all’interno della cornice di questo disturbo. Stavo male, stavo per morire: per qualche ragione, probabilmente casuale, non sono morto. Mi è andata bene, ma il buon esito della disavventura non cancella di certo il fatto che io quel dolore e quell’angoscia le ho provate. I medici sostengono che non era nulla, ma di certo era qualcosa. Solo: cosa? Indagherò (non accadrà, ma tutte le volte che formulo questo pensiero ancora non lo so, i miei propositi sono ancora un po’ approssimativi ma, mi dico, non privi di determinazione), ma intanto per questa volta è andata, bene così.
“Sono ipocondriaco, ma difficilmente riuscirei ad ammetterlo con la stessa serenità che ostento qui se credessi di avere un ictus in atto: in quel caso, sarei persuaso di essere spacciato.”
Questa cosa capita ancora, anche se meno di frequente, e sono certo che ricapiterà. Lo dico allargando le braccia, invocando, un po’ vergognosamente, comprensione, riconoscendo il ridicolo di tutto quello che sto per raccontare.
“Ridicolo”, “vergognosamente”, “comprensione”: perché ho scelto parole che mi pongono nei confronti del lettore in uno stato di sudditanza, come di mendicante? Il mio è un tentativo di sdrammatizzare, d’altronde sono (per ora) ancora vivo, che senso avrebbe star qui a farmi compatire (compatire per cosa poi?), a metterla giù dura come se fossi malato per davvero?
Ma nel momento in cui scrivo, mi rendo conto che sono il primo a non conferire dignità di malattia all’ipocondria. Il sospetto è che l’ipocondriaco (io), quando non in una fase terminale e logorroica e quindi deciso a far pesare agli altri il suo problema scassando puntigliosamente il cazzo a tutti, non si senta legittimato a considerarsi malato, o disturbato, o bisognoso di aiuto e comprensione. Anche il fatto che ci sia oggi una spiccata tendenza a parlare dei propri mali, a esibire i propri dolori, a snocciolare le proprie condizioni patologiche, mi mette in allarme: non è che sto facendo la stessa cosa? Evidentemente sì, ma ormai è tardi.
Certo è che l’ipocondria non è stata semplice da classificare, nel corso della storia.
Per secoli, è rimasta una malattia misteriosa e proteiforme, opaca per sintomi e cause, scambiata arbitrariamente per una cosa o per un’altra, definita in un modo o nel suo contrario.
“Ipocondria” deriva dal greco “ὑποχόνδρια”, ipocondrio, termine usato per descrivere la regione addominale appena sotto la gabbia toracica, tra il diaframma e l’ombelico, fondamentale per Ippocrate e la sua “teoria degli umori” – in breve: se la salute è conseguenza di un perfetto equilibrio tra quattro umori, sangue, flegma, bile gialla e bile nera, il loro squilibrio spiega l’insorgere della malattia. Già i pitagorici credevano che questi umori controllassero tutti i comportamenti dell’uomo e, a seconda del modo in cui si combinavano tra loro, i loro tratti caratteriali.
Ne Sulla natura dell’uomo, Ippocrate nomina per la prima volta la malinconia, che viene identificata con la bile nera, prodotta per l’appunto nell’ipocondrio, per la precisione nella milza (per alcuni, una degenerazione della bile gialla o del sangue). Ma è il medico romano Galeno a coniare per la prima volta il termine ipocondria, nel secondo secolo d.C., parlando di “Hypochondriacum flatulentumque morbum” – nome che non si presta ad alcun fraintendimento – per descrivere una condizione patologica che consiste in una vaga ma intensa forma di malinconia flatulente. Questo affratellamento tra ipocondria e malinconia (e tra intestino e ipocondria) è destinato a lunga vita.
Qualche secolo dopo, nel XVI, il medico tedesco Giovanni Crato nota come “in questa malattia ipocondriaca o flatulenta, i sintomi sono così ambigui che i medici più esperti non sanno identificare la parte coinvolta”. Confusione che rimarrà tale per molto tempo a venire.
Nel 1621, Robert Burton scrive un libro particolarissimo e non privo di un’ambizione megalomane e definitiva, Anatomia della malinconia. Opera monstre – nell’ultima edizione pubblicata da Einaudi, siamo sulle 1.800 pagine – dalla vocazione enciclopedica e con velleità da trattato filosofico e medico, un po’ compendio di retorica, un po’ articolato commento dei lavori di pensatori antecedenti e contemporanei (tra cui, le particolareggiate opere sul tema di Marsilio Ficino, malinconico con tendenza ipocondriache) e anche autobiografia, perché Burton, nella famosa prefazione (che già da sola ha quasi valore di opera compiuta), confessa di essere stato toccato direttamente dall’oggetto della sua grafomania. Forse del male è ancora vittima quando scrive il suo libro e, si ipotizza, lo sarà per tutta la vita, se è vero che la sua lapide, coerentemente melodrammatica, recita: “Qui giace Robert Burton, a cui diede vita e morte la Melanconia”.
L’opera di Burton ha il passo di un cavallo allo sbando, che trascina il suo cavaliere assieme fiero e incerto nella sterminata radura della storia del pensiero, della medicina, della letteratura.
La mole dei riferimenti, degli autori chiamati in causa dà le vertigini; il risultato è straordinariamente affascinante.
Ma oltre l’accumulo, si intravede un ordine assieme rudimentale e sottile, fondato sugli opposti. E dunque, consigli di dieta per il malinconico: no alla carne bovina e alla cacciagione, sì al pesce. Suggerimenti di lifestyle: no agli spifferi e al caldo eccessivo, sì all’aria pura e fresca – la nonna direbbe: “Qui bisogna arieggiare!”. Sono consigli validi ancora oggi.
E poi malinconia religiosa, romantica, pettegolezzi, storielle edificanti, attacchi d’ira nei confronti dei suoi contemporanei (se non si è capito, vale la pena averne una copia a casa, anche rateizzando, visto il prezzo non proprio modico: 160 euro l’edizione Einaudi).
Nel finale, Burton chiosa:
“Per concludere, concedetelo, tutti sono malinconici, pazzi, scriteriati; la mia fatica è giunta al termine e ho già illustrato a sufficienza quanto mi ero proposto di dimostrare. Per adesso non ho altro da aggiungere. His sanam mentem Democritus [Democrito augura loro buona salute], io non posso desiderare per me e per loro altro che un buon medico e per tutti noi una mente più sana” (ma della sincerità di questo desiderio, come si vedrà poi, è lecito dubitare: l’ipocondriaco vuole davvero stare meglio?).
Per adesso, non solo a causa della mia approssimativa rassegna, più confusione che chiarezza. Ma a mia discolpa, nemmeno alla fine del Settecento vi è ancora una definizione univoca dell’ipocondria. L’eziologia della malattia è incerta, e anche localizzarla non è semplice. Ma tra Sette e Ottocento sono tante le pubblicazioni specialistiche sull’ipocondria, in accordo anche alla contagiosa vocazione divulgativa ed enciclopedica successiva alla Rivoluzione Francese. C’è insomma interesse.
“L’ipocondriaco vuole davvero stare meglio?”
Nel 1767, il medico svizzero Johann Ulrich Bilguer la descrive come “una malattia interminabile, nella quale di rado si è veramente malati, ma non ci si sente mai veramente bene”.
Galeno e la sua concezione della malattia continuano ad avere seguito almeno fino al 1845, quando lo psichiatra tedesco Griesinger include gli stati ipocondriaci nelle forme lievi della follia, trattandoli come stati depressivi psichici. Con il progredire della scienza medica (e l’impossibilità, tra le altre cose, di dimostrare l’esistenza empirica della pur molto affascinante “bile nera”) l’ipocondria conquista finalmente una sua dimensione altra rispetto alla malinconia. Già nel Settecento, la malinconia viene definita come “una forma di pazzia accompagnata da un’idea fissa e da tristezza”.
L’ipocondria comincia a essere associata alle fibre nervose e ai suoi disturbi.
La cosa non è di poco conto: se la malinconia viene considerata una forma di pazzia (quindi un disturbo cognitivo), l’ipocondria non intacca le capacità intellettive, ma quelle emotive, come fosse una patologia dell’immaginazione. GIà ai tempi di Aristotele, si credeva che alla melanconia fosse maggiormente predisposto chi eccelleva nel campo delle arti, della poesia, della filosofia. Nel Rinascimento, sarà condizione naturale del genio e, secoli dopo, nume tutelare dell’estasi poetica.
D’altronde, l’ipocondria è una condizione che con l’immaginazione ha un legame privilegiato, dove il piano di realtà si mescola con le più accese fantasie.
Secondo Montaigne, un re italiano, dopo aver assistito a un combattimento di tori, sognò di avere delle corna in testa e, a furia di immaginarsele, se le fece spuntare sul serio. Non è poi così diverso da chi, avvertendo un dolore alla testa, si convince di avere un tumore al cervello.
La psicanalisi classica ha trattato l’ipocondria come nevrosi. L’io, scisso, ascolta i tentativi di comunicazione del corpo, senza capirlo. Freud, nel 1895, parla di “attesa angosciosa verso il corpo”. Il corpo è per la mente un oggetto, distante e lontano, irriconoscibile e altro da sé. Ambiguo, dispettoso, pericoloso ma di certo vivo, parlante, esigente; intrattiene con la mente un rapporto dialettico fondato sull’impossibilità.
Interessante notare come la dissoluzione non sia solo quella del legame tra corpo e mente, ma come un collasso del linguaggio utile a trasferire all’altro il proprio stato.
La seconda volta che lo scrittore Sergej Timofeevič Aksakov incontra Gogol’, di cui poi diventerà caro amico, stanno passeggiando per San Pietroburgo, diretti a casa del drammaturgo Zagoskin.
C’è tra i due l’impaccio dato dalla scarsa conoscenza reciproca; Gogol’, scostante e lunatico, mostra le prime avvisaglie del carattere instabile che Aksakov imparerà a conoscere e ad accettare, rammaricandosi per la dissipazione di un talento, a suo parere, imbrigliato e portato alla resa dalle nevrosi e quindi non sfruttato appieno.
Durante questa passeggiata, una cosa colpisce Aksakov: “Lungo la strada, con mia sorpresa, Gogol’ cominciò a lamentarsi della sua malattia (ancora non sapevo che ne aveva parlato con Konstantin) e dicendo addirittura che era un male incurabile. Guardandolo con occhi increduli e meravigliati, poiché all’aspetto sembrava sano, gli chiesi: “di che cosa siete malato?”. E rispose qualcosa di indistinto e affermò che la causa di tutto era nell’intestino” (a dimostrazione del fatto che, ancora nel 1832, l’ipocondria fosse da alcuni ancora ricondotta a un eccesso di aria nella pancia).
Che Gogol’ fosse saturnino e di umore mutevole è cosa nota; che fosse anche ipocondriaco, ne offre diffusa e accurata testimonianza la raccolta Nikolaj Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto, curata da Giovanni Maccari e uscita per Quodlibet qualche anno fa.
Gogol’ ha “il sistema nervoso montato al contrario: vibra per cause sconosciute ai comuni mortali”.
“L’ipocondria è una condizione che con l’immaginazione ha un legame privilegiato, dove il piano di realtà si mescola con le più accese fantasie.”
L’ipocondriaco non farà fatica a riconoscersi in queste righe, soprattutto nell’ambivalenza di chi desidera manifestare con forza il proprio malessere, salvo poi ritrarsi quando interrogato, rifiutando di dilungarsi oltre nell’esposizione dello stesso.
L’ipocondriaco crede alle volte di sentire qualcosa meglio degli altri – a volte meglio dei medici – ma ha paura di avere conferma delle sue sensazioni. Vuole essere rassicurato ma teme di non essere creduto. Ordisce trame complesse, scommette sul peggio ma spera che tutto si risolva per il meglio. Vuole che gli altri condividano la sua apprensione, ma non fornisce loro gli strumenti per farlo.
Solo i medici, in via ipotetica, potrebbero capirlo, perché in grado di valutare uno stato oggettivo al di là delle parole utili a esprimerlo.
Ho frequentato assiduamente i reparti di pronto soccorso degli ospedali, non solo quelli della mia città – San Carlo, Sacco, Policlinico, Niguarda, Fatebenefratelli – ma anche quelli di varie città italiane – quello di Venezia, con mirabile facciata marmorea rinascimentale – ed europee – Londra, Homerton Hospital: vagabondo rimane incastrato semisvenuto tra le porte d’ingresso automatiche, infermiera che sbuffando lo trascina dentro – e di mete vacanziere ed esotiche – Cuba, dove ci sono i medici migliori del mondo, dicono, e le infermiere più solerti, aggiungo io: una in particolare, mi carezzava la testa mentre mi credevo agonizzante dopo un violento virus intestinale.
Potrei recensirli: tempi di attesa, gentilezza ed empatia del personale sanitario, prontezza e solerzia dei medici, comodità della sala di aspetto, rifornimento di snack salati e dolci alle macchinette automatiche.
Se invece fossero gli ospedali a recensire i pazienti, ho l’impressione che gli ipocondriaci prenderebbero i voti più bassi: seccatori ansiosi, petulanti; un peso – più simbolico che reale – sulle casse esangui della sanità pubblica.
Guardati con sospetto, se non con aperto fastidio dai medici, gli ipocondriaci sanno però di dovere a loro la propria, eventuale, sopravvivenza: tocca quindi convincerli a superare lo scetticismo, a fare una visita accurata, magari a richiedere per scrupolo un paio di esami. L’ipocondriaco professa una fede scontrosa nei confronti della scienza medica e di chi la pratica; ma non è forse questa la forma di fede più pura? Quella di chi dubita e poi si ravvede? Ma spesso nessun esame medico, nessun approfondimento diagnostico può fugare i dubbi e placare le inquietudini dell’ipocondriaco.
“L’ipocondriaco crede alle volte di sentire qualcosa meglio degli altri – a volte meglio dei medici – ma ha paura di avere conferma delle sue sensazioni. Vuole essere rassicurato ma teme di non essere creduto.”
Ci sono due tipi di ipocondriaci: quelli che passano le giornate nello studio del medico o al pronto soccorso, e quelli che, troppo spaventati dall’evenienza di una diagnosi fatale, non fanno nulla, aggravando in via ipotetica il tenore del male che temono di aver sviluppato. Questi due tipi di ipocondriaco spesso coincidono. Io appartengo a entrambi. Di fronte a una pista diagnostica e relativa cura, mi è capitato quasi sempre di non assumere i farmaci prescritti o di non continuare con gli esami, preferendo crogiolarmi in una situazione di indeterminatezza, di convivere con un fastidio, anche importante, pur di non considerare chiusa la questione. Alice James, sorella di Henry, era un’ipocondriaca cronica. Quando le venne diagnosticata una malattia mortale, la considerò l’apice della sua carriera di malata, accogliendola quasi con gioia: “[…] ho desiderato con tutte le mie forze una malattia vera”.
La sua storia è raccontata nel libro di Brian Dillon Vite di nove ipocondriaci eccellenti (pubblicato dal Saggiatore e tradotto da Alessandra Castellazzi), insieme a quella di altri grandi personalità afflitte dallo stesso disturbo (da Marcel Proust a Andy Warhol, passando per Glenn Gould e Michael Jackson).
Alice James è un raro caso di ipocondriaca coerente con se stessa, assertiva e non priva di ironia. Ma il sollievo alla notizia della malattia mortale non dovrebbe sorprendere più di tanto, anzi: riscatta anni di diffidenza, dà solide e incontrovertibili basi alle sensazioni che provava e che gli altri credevano prive di oggettività.
Nel picco di intensità delle mie angosce, a un certo punto, quando le corse in ospedale iniziarono a diventare ricorrenti – da un minimo di una volta al mese a un massimo di tre sere a settimana –, soprattutto la notte quando, sdraiato a letto, con gli occhi sbarrati dall’insonnia, il corpo veicolava sensazioni ambigue ma funeste, un pensiero mi tratteneva fuori dal pronto soccorso verso il quale mi ero diretto così urgentemente. Seduto in macchina, parcheggiato a pochi metri dall’ingresso dell’ospedale, un senso di incertezza e di vergogna mi assaliva: e se non avessi niente? E se fosse l’ennesimo falso allarme? Cosa penseranno di me? Mi riconosceranno: è sempre lui, lo scocciatore, il malato immaginario, gli diamo il codice verde giusto per non averlo sulla coscienza…
(Addirittura, una sera particolarmente tribolata, piena di scrupoli e ripensamenti, mi assalì il pensiero che la mia cartella clinica girasse, via mail o via fax, di pronto soccorso in pronto soccorso, come le fototessere dei narcotrafficanti ricercati in tutto il mondo. Vedete quest’uomo? Lamenterà un dolore al petto, non cascateci).
Improvvisamente combattuto sul da farsi, valutavo se tornare a casa – ma come, mi dicevo, se solo dieci minuti prima eri convinto di essere spacciato!
Passeggiavo attorno al perimetro della struttura, monitorando i sintomi, valutandone sommariamente intensità e persistenza con gli inservibili strumenti a mia disposizione. Nove volte su dieci, quando si manifestava questa indecisione, finivo per entrare.
“Alice James, sorella di Henry, era un’ipocondriaca cronica. Quando le venne diagnosticata una malattia mortale, la considerò l’apice della sua carriera di malata, accogliendola quasi con gioia: ‘[…] ho desiderato con tutte le mie forze una malattia vera’”.
Una volta varcate le soglie dell’ospedale, la condizione dell’ipocondriaco comincia a mutare. Già all’accettazione del pronto soccorso, si è meno angosciati: i sintomi sembrano meno intensi quando li si enuncia all’infermiera che dovrà assegnare un codice sulla base dell’urgenza (rosso, giallo, verde, bianco). Si scandisce bene la sintomatologia, con l’aiuto delle mani si tastano le zone dove si prova fastidio o dolore – più o meno consapevolmente, la tranquillità che si ostenta è incrinata da una punta di angoscia, necessaria a non ricevere il vergognoso codice bianco, che sarebbe la conferma della natura fantasiosa del proprio male. Ottenuto il codice (di solito verde), ci si accomoda in sala d’aspetto. Qui, per mia esperienza: qualche malato vero (di solito vittime di piccoli incidenti: braccia o gambe lussate, contusioni varie), parecchi ansiosi, alcuni sotto l’effetto di sostanze varie. D’altronde, i malati gravi, quelli più immediatamente bisognosi, non sarebbero lì in sala d’aspetto a gettarsi occhiate comprensive e a speculare, maliziosamente, sulla natura del male altrui. Raramente mi sono annoiato in un pronto soccorso. Una volta ho fatto amicizia con una ragazza che poi ho scoperto essere assidua frequentatrice delle feste di Berlusconi (volgarmente, quella che i giornali chiamavano, senza alcun tatto, “olgettine”); sosteneva di avere un braccio rotto, ma a me non pareva visto che lo agitava con foga lamentandosi del fatto che nessuno le prestava le necessarie cure; e poi molti caffè con altri ipocondriaci e vagabondi in cerca soprattutto di riparo dal freddo; soprattutto, ho legato con due infermiere di un ospedale dove, anni dopo, hanno ricoverato mia nonna. Abbandonata in corridoio per ore, riuscii grazie alle mie conoscenze a fare avere a mia nonna una stanza condivisa con altri pazienti (De Gasperi parlava con Dio, Andreotti parlava con i preti e io, simile a lui, con il personale ospedaliero). Forse il culmine della mia carriera politica.
L’ipocondriaco sta bene solo in ospedale; in quelle ore di attesa sente che nulla di brutto potrà succedergli, che se le sue angosce dovessero materializzarsi, qualcuno se ne occuperà. Non vorrebbe essere lì, ma è tutto sommato felice di starci.
Chi mi è vicino, ha dovuto frequentare le sale d’aspetto, accompagnarmici nel pieno della notte, farmi compagnia, rassicurarmi con l’espressione solo appena seccata di chi mai avrebbe pensato che la serata sarebbe finita di fronte alla macchinetta degli snack di un ospedale.
Sul telefono, digitando “ospedale” nel mio archivio foto, trovo reperti di ogni tipo: un selfie con amico turco, venuto a trovarmi a Milano e costretto a passare la notte al Fatebenefratelli – io, chissà perché, sono adagiato su una sedia rotelle, un batuffolo di cotone appiccicato con lo scotch ospedaliero al braccio (avrò chiesto io un prelievo?); una foto col portiere della mia squadra di calcetto, che pietosamente mi ha accompagnato al San Paolo dopo una sospetta (per me) tachicardia successiva alla partita – io indosso ancora i pantaloncini da calcio; soprattutto, la ridicola serie di foto scattate in uno spettrale ospedale di Siracusa, pressoché abbandonato, nell’agosto del 2020. Primo appuntamento con quella che è ancora la mia compagna, problema digestivo (la bile nera?), non flatulente, scambiato per attacco cardiaco. Credo che lei si sia sinceramente divertita, e sospetto che se stiamo ancora assieme sia anche per l’assurda situazione di intimità alla quale l’ho obbligata (anche se, come il pinguino di Encounters at the End of the World di Herzog, avrei preferito andarmene a morire da solo).
Stando a una ricerca citata da BBC, almeno il sei per cento della popolazione mondiale sarebbe ipocondriaca (o, nel corso della vita, avrebbe incrociato il suo percorso con questa patologia). Ma se è difficile persino inquadrarla come tale, immagino possano essere molti di più.
Sospetto che, se ancora oggi non è semplice accordarsi su una definizione convenzionalmente accettata di ipocondria, sia anche per la sua natura inafferrabile e contraddittoria. L’ipocondria è un ircocervo delle patologie, un misto di superficialità e iperattenzione, di apprensione medica e ignoranza scientifica, di pressapochismo e pedanteria. Dà al malato una parvenza di controllo e una terrea sensazione di impotenza – di fronte a cosa? Alla malattia, alla scienza, al destino.
Io non so nulla del mio corpo. Ignoro i meccanismi che lo regolano, il suo funzionamento, la fisiologia in genere. Saprei a malapena indicare la posizione del fegato o dei reni, ma in compenso posso elencare molte delle patologie che li affliggono. Non ho la più pallida idea delle ragioni che causano un ictus, ma, appunto, potrei passare ore a speculare sull’eventuale coincidenza tra i suoi sintomi e le sensazioni corporee che sento di provare. Fino a pochi anni fa, potevo fumare 30 sigarette e bere mezza bottiglia di vino al giorno e poi angustiarmi all’idea di sviluppare una malattia terminale ai polmoni o fulminante al cuore – in questo, coerente con l’antica teoria che voleva i melanconici più dediti degli altri alla lussuria e all’alcool. D’altronde per Aristotele nessuna sostanza più del vino nero rende le persone simili a melanconici.
L’ipocondriaco è perennemente in ascolto, come chi la notte, percorrendo un bosco da solo, presta attenzione a ogni minimo rumore: un fruscio è una belva che attende il momento propizio per attaccare la preda, un ramo che si spezza è un inseguitore misterioso e di certo malintenzionato, il verso di un uccello diventa un suono irriconoscibile ma raggelante. La curiosità dell’ipocondriaco è a tesi e la tesi di cui cerca conferma è mortifera e nefasta.
“Una volta varcate le soglie dell’ospedale, la condizione dell’ipocondriaco comincia a mutare. Già all’accettazione del pronto soccorso, si è meno angosciati: i sintomi sembrano meno intensi.”
Come nel film Suspicion (1941) di Hitchcock la protagonista Joan Fontaine crede, in un incalzante delirio paranoico, che il marito, interpretato da Cary Grant, voglia ucciderla, e in ogni cosa cerca conferme dei suoi timori, così fa l’ipocondriaco, lasciando che la mente percorra a briglie sciolte lo sterminato territorio dell’angoscia, una topografia delirante che mentre fornisce punti di riferimento spaziali, li nega – un po’ come il miraggio dell’oasi che coglie l’assetato nel deserto.
Ma il miraggio è una tensione speranzosa, un desiderio talmente intenso da materializzarsi. È un inganno dell’ottimismo. L’ipocondria è, apparentemente, il suo contrario: una forma di pessimismo speranzoso, un desiderio che spera di non avverarsi mai.
Secondo il mio (ex) psicoanalista la mia ipocondria è causa dei miei genitori – e i loro malesseri sono causa dei loro genitori e quelli dei miei nonni sono da imputare ai miei bisnonni e via così, all’indietro, fino ad arrivare al pesce che, dopo una lite furibonda con la madre per motivi di plancton, è uscito dall’acqua per raggiungere la terraferma.
Che la famiglia sia spesso, pur con le migliori intenzioni, simile a una associazione a delinquere (con la sua pretesa di obbedienza a un sistema di valori, la sua rigida gerarchia, una lingua ben codificata, l’obbligo di un’adesione ad essa eterno e le ricompense – anche affettive – che, per chi riga dritto, ne derivano), è cosa che, almeno in parte, condivido. Ma che tutto abbia origine e fine lì, mi è sempre parso riduttivo, straordinariamente noioso, un insulto all’intelligenza (per questo, anche nei confronti della psicanalisi, prevale in me un atteggiamento di cauta sfiducia).
Come Natalia Ginzburg, non ho ancora capito bene le differenze tra Freud e Jung, ma nonostante le mie lacune, sospetto che il mio analista fosse parecchio scarso – sospetto che si è fatto poi certezza quando mi ha confessato il partito che vota. Se ne parlo al passato è perché l’ho lasciato, ovviamente – quello attuale è un uomo pacato e acuto, eccellente ascoltatore, con un’ottima libreria, su cui il mio sguardo si sofferma ondivago tutte le volte che non riesco ad articolare più diffusamente un tema.
Di certo però, nella mia famiglia il rapporto con la malattia merita quantomeno un accenno.
Mio nonno, terrorizzato all’idea di una banale operazione, ha protratto un piccolo problema alle vene delle gambe al punto da convivere tutta la vita con una escrescenza gonfia, grumosa e violacea sul polpaccio sinistro, che da bambino mi affascinava e mi repelleva allo stesso tempo; mio padre ha orrore del sangue, persino un semplice prelievo può gettarlo in uno stato di malmostoso tormento; di una zia veneta che non ho mai conosciuto si racconta che, ricoverata in ospedale per un problema al cuore, fosse fuggita di nascosto, e poi riacciuffata ore dopo, ancora col camice addosso, al tavolino di un bar del paese; un’altra zia, brianzola, che invece vedevo tutti gli anni, ha indossato la sua depressione come un cappotto troppo stretto fino alla morte, avvenuta ben oltre i 90 anni. Era la più infelice, è stata la più longeva e ha seppellito quasi tutti quelli che si sono presi cura di lei. Quando le facevamo visita, la ricordo afflosciata su una poltrona, immobile e inespressiva. A volte, quando d’un tratto piangeva o gridava, la si portava via, nelle sue stanze. Si ringalluzziva per un attimo solo quando mi avvicinavo io, che ero bambino; le ricordavo forse un’esperienza che non aveva mai provato, quella della maternità. Una volta afferrato questo pensiero, lo sguardo tornava pendulo, l’espressione assente.
Sospetto che anche mia madre abbia avuto un rapporto sofferto con la malinconia. Non è certo colpa sua se anche io ho provato le stesse cose (in questo mi è quasi più sorella, che madre). Nessuno della mia famiglia ha responsabilità del mio stato, non più di quanto una quercia ne abbia per le sorti della ghianda che, caduta a terra, viene divorata da uno scoiattolo.
“Tutto ciò che so di me è solo ciò di cui ho le prove, il resto è melanconia”, scriveva Vitaliano Trevisan in Works; ma nel mio caso le prove scarseggiano, mi paiono inservibili. Abbondano invece i sospetti, gli indizi, le false piste, i giri a vuoto, le lacune.
Non ricordo quando sono diventato ipocondriaco. Da bambino lo ero? Soffrivo d’asma, certo, ero gracilino, figlio unico, quindi pieno di fantasie e di sgangherata immaginazione (condizione, come abbiamo visto, utile allo sviluppo dell’ipocondria). Di temperamento assieme melanconico e collerico (il peggio, insomma), con predisposizione all’insonnia, non ho mai avuto con il mio corpo un rapporto di reciproca comprensione. Più vicino ai quaranta che ai trenta, parecchi i tormenti e le ansie: mio figlio sarà ipocondriaco? Sarà come me? Speriamo di no. Avrà tendenze depressive? Forse deve praticare, sin da piccolo, molto sport. Devo iscriverlo a nuoto? A ginnastica artistica? Di certo lo sport aiuta, da quando pratico pugilato due volte a settimana sto meglio (non capisco ancora il mio corpo, ma quantomeno lo sento, soprattutto quando fa male dopo uno sparring intenso).
Scrivere questo pezzo mi provoca un terrore auto-iettatorio: ho paura che, nominando le cose, esse possano avverarsi. Che se dico “ictus”, me ne verrà uno. Che se parlo di un tumore, quello mi colga. Che, immaginando una cosa, quella prenda forma. Chi altri potrei rimproverare, a quel punto, se non me stesso? Me la sono voluta.
“L’ipocondriaco è perennemente in ascolto, come chi la notte, percorrendo un bosco da solo, presta attenzione a ogni minimo rumore: un fruscio è una belva che attende il momento propizio per attaccare la preda.”
Quando sento come un’oppressione al petto che mi pare non muti in intensità – né col movimento, né applicando una pressione con le dita – e che si estende poi verso la spalla sinistra, dietro lo sterno, cosa vorrei che fosse quel fastidio? Quando poggio l’indice e il medio sull’arteria carotide in cerca di variazioni del battito cardiaco, che cosa mi aspetto che succeda? Ovvio: in entrambi casi, vorrei che non fosse un nulla di grave, mi aspetto di rimanere in vita. Ma questo superficialmente. Nel profondo, io non posso esserne certo, perché è da una posizione di studiata distanza che scrivo questa mia versione, comunque insoddisfacente, del malato immaginario. Il dubbio è osceno: c’è una parte di me che desidera la morte più della vita?
Un recente studio del Karolinska Instituten di Stoccolma sostiene che le persone ipocondriache abbiano un rischio di mortalità per tutte le cause superiore a quello della popolazione generale. La spiegazione starebbe nello stress cronico a cui l’ipocondriaco è sottoposto e allo stile di vita più sregolato a cui le ansie lo rendono più incline: oltretutto, in mancanza di un riconoscimento psichiatrico della malattia, l’ipocondria non viene trattata.
L’ipocondriaco pensa di continuo alla morte e spesso comincia a farlo da giovane. Pensare alla morte, quando si è giovani, è giungere nelle vicinanze di ciò che è lontano, parafrasando l’Heidegger de L’abbandono.
L’ipocondria però, più che paura di morire, è terrore di esistere, di essere vivi.
Questa sensazione io la trovo, o forse la cerco e proprio per questo mi pare di riconoscerla, in alcune cose. In certi quadri di Rouet, ad esempio, dove i segni neri si imprimono sul colore come cicatrici. Cicatrici che deformano il volto del soggetto, che ne modellano un’espressione di sorpresa che vira nello sgomento. Come se d’un tratto, in contemporanea e reciprocamente, il soggetto e lo spettatore realizzassero l’assurdità della loro condizione, e l’impossibilità di quel rapporto che per un attimo si viene a creare tra i due. Una bocca prima è aperta, poi si spalanca, due occhi la osservano, e in quelle pennellate di colore che si credono muscoli facciali, brandelli di pelle, zigomi e mandibola, si riconosce il proprio volto, contratto in una tensione immobile, in un grido muto che ispira vicinanza. Le parole non possono comunicare l’ampiezza, la profondità di questa epifania, che presto sarà dimenticata o accantonata perché la vita deve andare avanti. E la vita che continua, giorno dopo giorno, è l’avvicinamento inesorabile alla fonte di quella paura, che cessa solo nel momento in cui si verifica e poi mai più.
“Scrivere questo pezzo mi provoca un terrore auto-iettatorio: ho paura che, nominando le cose, esse possano avverarsi. Che se dico ‘ictus’, me ne verrà uno.”
Il pittore inglese L.S. Lowry, mirabile paesaggista di fabbriche e operai (omini assieme solerti e disorientati nella tetra provincia inglese), l’ha espresso con precisione a un amico: “Sai, non sono mai riuscito ad abituarmi al fatto di essere vivo! La cosa mi terrorizza! È stato così fin da quando ero bambino. È una cosa troppo grande… voglio dire, la vita!”.
La vita è cosa delicata, fragile e anche un po’ bizzosa: vuole essere blandita, apprezzata, persino attraverso la paura che si ha di perderla. L’ipocondriaco sembra saperlo, o meglio intuirlo, con il proprio corpo, all’apparenza incerto e inaffidabile, ma che possiede una memoria antichissima e lo sguardo terribile di un cieco che vede il futuro.
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