Con il nuovo mese inauguriamo anche un nuovo tema: ve lo presentiamo qui.
L’invenzione forse più dirompente e duratura della modernità è stata la psicanalisi.
Se da un lato la scoperta di fenomeni psichici e di pulsioni e conflitti sommersi sotto la soglia della coscienza ha dato all’uomo del Novecento maggiori possibilità di comprendere se stesso – attraverso la dotazione di prassi e strumenti clinici via via più raffinati –, dall’altro ha però contribuito a ripiegare il suo sguardo sul proprio ombelico.
Ma certo questo non è colpa della psicanalisi, ma della volgarizzazione delle teorie freudiane e della loro diffusione in ambiti ben distanti da quelli terapeutici, dalla politica alla comunicazione, passando per il marketing.
Tra le definizioni che sono state date del Novecento, una delle più convincenti (e capace di attagliarsi anche al secolo in cui siamo ora) è quella di “Secolo dell’Io”, titolo tra l’altro (The Century of the Self) di un documentario a episodi che il filmaker britannico Adam Curtis ha realizzato nel 2002 per BBC.
La docu-serie di Curtis racconta per l’appunto come le teorie psicanalitiche siano state utilizzate per orientare le scelte, il gusto, lo stile di vita delle persone – e d’altronde uno dei primi a farlo è stato l’inventore delle pubbliche relazioni, Edward Bernays, che di Freud era nipote.
Nel 1979, il sociologo e storico delle idee Christopher Lasch pubblica la prima edizione di un libro destinato ad avere grande successo, anche oggi: La cultura del narcisismo.
Combinando in modo acuto e convincente i modelli della psicanalisi e quelli della teoria marxista, l’autore riflette sul narcisismo come sintomo di una cultura in profonda crisi, dove il narcisismo non è tanto trattato come disturbo patologico individuale, ma in quanto fenomeno che riguarda le società occidentali dopo il fallimento dei movimenti sessantottini.
Il narcisista si avvicina alla finestra non per guardare fuori, ma per rimirare la sua immagine riflessa. L’atteggiamento del tipo narcisistico è quello di chi cerca la validazione della propria identità in ogni cosa, e che la vede quindi distrutta tutte le volte che essa viene intaccata, anche minimamente, da agenti esterni.
L’identità dell’individuo è quindi fragile, sospesa in un impossibile equilibrio tra superomismo e auto-svilimento, composta di parti fratturate o in procinto di spezzarsi in mille pezzi al primo tenue urto.
Vuoto, eternamente desiderante ed eternamente insoddisfatto, il narcisista esercita il culto del privato, pratica l’auto-realizzazione, non ha più contezza delle dinamiche collettive e di classe. Vive una solitudine lancinante di cui non si rende nemmeno conto, perché è solo in un senso profondo ed esistenziale.
Si capisce perché Lasch è ancora letto con interesse, a volte senza nemmeno un’adeguata e necessaria storicizzazione. Infatti, il 2026 non è il 1979. Oggi, se possibile, la sua critica sembra fin troppo blanda. Il panorama in cui i “mass media, con il loro culto della celebrità, che ha fatto dell’America un paese di fan, di spettatori” di cui parla Lasch, andrebbe aggiornato alla luce della diffusione dei social network; alcuni di quelli che un tempo sarebbero stati fan, oggi sono idoli. Sono gli influencer, i creator, i guru auto-definitisi tali, ma anche le loro nemesi, i loro critici social, che si improvvisano giornalisti, ricercatori, scrittori, intellettuali, raccontando di essere mossi da un desiderio di giustizia e di equità sociale, ma che nei toni e nei meccanismi di seduzione ed eccitazione della propria community somigliano in modo sinistro agli oggetti delle loro critiche, spesso improvvisate e fragili da un punto di vista teorico (anche perché in molti casi imperniate su tesi che ripropongono meramente la propria esperienza autobiografica).
Ognuno sembra perseguire il proprio personale obiettivo di posizionamento, di successo, di riconoscimento personale, trovando facilmente adepti alla propria causa.
Oggi la società del narcisismo sembra essere anche “società del piagnisteo” (parafrasando un altro saggio importante e di successo di qualche anno fa, La cultura del piagnisteo di Robert Hughes) e “società dell’invidia”: è più facile odiare chi ha qualcosa in più, o sembra avere qualcosa in più, che rendersi conto di chi sta davvero peggio. Perché una delle conseguenze della sovraesposizione ai social è quella di frequentare online ambienti e persone omogenee: vedere l’altro che è simile e vicino, ma non tutto il resto, non chi è lontano (se non con uno sguardo che non è privo di esotismo).
Anche gli artisti oggi sembrano assecondare sempre di più il racconto di se stessi; scorrendo i titoli dei libri di cui più si è parlato negli ultimi anni, non sarà difficile trovarne molti che, al di là del proprio valore letterario (che può essere enorme o nullo), esemplificano questa tendenza, che è talmente forte e diffusa da rendere ormai obsoleta la definizione di “auto-fiction”. Una cosa simile si riscontra nella saggistica, dove testimonianze e racconti in prima persona vengono adoperati per trattare fenomeni più ampi e complessi – con modalità e fini decisamente diversi dalla matrice montaignana del saggio come “biografia delle idee”.
In politica (ed è questa la cosa più preoccupante), il modello dell’autocrate violento, autoritario, egoista (con relativi culti della personalità) mette oggi a serio rischio la democrazia per come la conosciamo.
Insomma, io, io, io. Ma tre, quattro, cinque “io” non fanno necessariamente un “noi”. Come tornare a ragionare al plurale – senza semplificazioni o atteggiamenti populisti, vecchi e nuovi – in un clima culturale così frammentato, diviso e sfavorevole a causa delle abitudini che coltiviamo? Cercheremo di scoprirlo, o di sollevare almeno buone domande sul tema, nel nuovo numero di Lucy. Si chiama Egoland e sarà un viaggio, non sempre piacevole, alla scoperta di un continente oscuro e in continua espansione.