Un archivio dei disastri prodotti dall'ego e dalla megalomania nella propaganda politica degli ultimi anni.
L’io contemporaneo si documenta compulsivamente. Vivere un’esperienza non basta: bisogna fotografarla, filmarla, condividerla, dimostrarla. Essere presenti non basta: bisogna lasciare traccia, firmare, marchiare il territorio con il proprio nome — o meglio ancora, con il proprio username Instagram. L’io deve essere visto per esistere, e deve essere visto ovunque: durante un colpo di stato, un dirottamento aereo, un attentato terroristico, una guerra, un’invasione, un incendio. Anche nei luoghi della memoria collettiva, trasformati in sfondi per selfie. Anche davanti alla violenza, che diventa contenuto. Anche nella celebrazione di sé stessi, che non aspetta più la morte o la Storia per ergersi statue.
Abbiamo raccolto dieci immagini che documentano questa centralità ossessiva dell’io: dai graffiti dei soldati alle statue dei miliardari, dai selfie con i golpisti ai video davanti agli incendi di guerra. Tutte accomunate da una cosa: l’io che deve esserci, sempre, ovunque. Benvenuti a Egoland.
Sochi, Russia, agosto 2025.
Nell’agosto 2025, un deposito di carburante a Sochi, vicino al confine con la Georgia, è stato colpito da un drone ucraino. L’esplosione ha causato un enorme incendio, visibile da chilometri di distanza. Mentre le fiamme divoravano il deposito, un gruppo di ragazzi russi hanno iniziato a filmarsi sorridenti, con l’incendio sullo sfondo. Questo è niente di più che l’ennesimo capitolo della guerra che si fa estetica in funzione dell’ego. L’io non può resistere neanche di fronte alla distruzione: se c’è qualcosa di visivamente potente, deve essere usato. Non importa se è pericoloso (lo è) o cosa rappresenta (la fallibilità delle difese del tuo paese di fronte al nemico), importa solo che faccia visual impact. La guerra non è più un qualcosa da cui scappare o uno spazio di combattimento, ma un qualcosa da cui farsi illuminare mentre ti filmi. Con un io sembra bisognoso di contenuti, e con i contenuti sempre bisognosi di drama, un deposito di carburante in fiamme perché colpito da un drone militare è un’occasione troppo ghiotta da farsi sfuggire.
Mar-a-Lago, Florida, Stati Uniti d’America, maggio 2026.
A Mar-a-Lago, la residenza privata di Donald Trump, è stata da poco inaugurata una statua dorata del Presidente. L’evento è stato documentato con foto ufficiali: Trump in piedi accanto alla sua effigie dorata, circondato da sostenitori in abiti eleganti, nastro rosso da tagliare e applausi di circostanza. La statua lo ritrae in una posa “eroica”, verosimilmente ripresa dai momenti successivi all’attentato di Butler. Non è la prima volta che Trump commissiona o celebra rappresentazioni monumentali di sé stesso (la capra dorata a Mar-a-Lago nel 2025, i ritratti nei suoi uffici, le copertine di Time contraffatte appese alle pareti dei suoi golf club) ma questa è diversa. Non è ironia, non è merchandising, non è nemmeno propaganda nel senso classico del termine. È autocelebrazione pura, l’io trasformato in monumento vivente. La statua non sembra essere lì per convincere qualcuno di qualcosa, ma piuttosto per sottolineare come l’ego non aspetti più neanche la Storia per ergersi statue. Se le inaugura da solo, con tanto di cerimonia e nastro rosso.
Palo Alto, California, Stati Uniti d’America, agosto 2024.
Qualche anno fa Mark Zuckerberg ha commissionato una scultura di sua moglie Priscilla Chan e l’ha installata nel cortile della loro casa. La statua la ritrae come una dea romana, avvolta in drappi metallici color turchese, con uno sguardo proiettato verso l’orizzonte. Zuckerberg ha poi pubblicato la foto su Instagram: Priscilla in piedi accanto al suo monumento, mentre sorseggia caffè da una tazza che tiene in mano. Il gesto è stato letto in modi opposti: romantico per alcuni, imbarazzante per altri, inquietante per molti. La deificazione della moglie di un miliardario non è diversa dalla statua dorata di Trump o dalle autocelebrazioni dei leader autoritari. È solo più privata, sottile, cool, tech. Il messaggio è però lo stesso: se anche il panettiere vuole (e verosimilmente avrà) i suoi 15 minuti di celebrità, se sei abbastanza ricco l’io può essere monumentalizzato non dopo la morte o grandi imprese, ma qui e subito. E poi tutti in posa per una foto.
Venezuela, agosto 2025.
Nell’agosto 2025 Adán Chávez, fratello di Hugo e figura di spicco del chavismo, è stato filmato mentre faceva una dimostrazione di taekwondo in pubblico. Il video, diffuso sui social, lo mostra in tuta da arti marziali che spacca tavole di legno davanti a una folla di sostenitori con bandiere venezuelane. Il contesto sono le crescenti tensioni con gli Stati Uniti e le dichiarazioni secondo cui il Venezuela si sarebbe difeso “in ogni modo” in caso di invasione statunitense. Come prevedibile, la scena di un politico settantenne che spacca tavole per dimostrare virilità e capacità di difendere la propria nazione finisce per essere grottesca. È, però, anche perfettamente coerente con la logica della performance dell’ego politico. Non si tratta di strategia militare, ma solo di spettacolo. L’io politico deve dimostrare forza, capacità fisica, controllo del corpo. Il messaggio, ovviamente, non è “guardate come siamo preparati per difendere il suolo nazionale”, bensì “per favore guardatemi”. La politica diventa performance di gratificazione dell’io (masturbazione, direbbe qualcuno) e la geopolitica una coreografia. Adán Chávez non difende il Venezuela con il taekwondo. Difende sé stesso come simbolo, come corpo che agisce, come presenza che deve essere documentata e celebrata.
Cipro, marzo 2016.
Il 29 marzo 2026, il volo EgyptAir 181 partito da Alessandria d’Egitto e diretto al Cairo è stato dirottato da tale Seif Eldin Mustafa, un uomo che – mostrando una cintura esplosiva poi risultata finta – ha costretto il pilota a deviare verso Cipro. Una volta atterrato, il dirottatore ha iniziato a trattare con le autorità cipriote, chiedendo una serie di condizioni che andavano dall’incontrare l’ex moglie ad avere un colloquio con rappresentanti dell’Unione Europea, per finire con l’asilo politico per lui e la scarcerazione di tutte le donne in prigioni egiziane. Dopo alcune ore, tutti gli ostaggi sono stati liberati e l’uomo arrestato. Prima che tutto finisse, però, Ben Innes – un passeggero/ostaggio britannico di 26 anni – ha chiesto una foto insieme al dirottatore. Nella foto Innes sorride, mentre Mustafa appare decisamente più confuso. Innes ha poi pubblicato la foto sui social mentre si trovava ancora in ostaggio. “Non so bene perché l’ho fatto”, ha raccontato alla BBC, “stavo solo cercando di rimanere allegro di fronte alle avversità”. La psicologa Terry Apter lo ha definito “narcisismo puro”: il bisogno di segnalare la propria presenza e partecipazione agli eventi storici. Anche quando l’evento storico è un dirottamento aereo dilettantesco e tu sei un ostaggio. L’io non può resistere: se c’è una scena, deve esserci dentro.
Berlino, Germania, 2014.
Il Memoriale dell’Olocausto di Berlino — migliaia di blocchi di cemento di varie altezze che formano un labirinto — è il principale monumento mondiale alla memoria della Shoah. È anche ciclicamente al centro di polemiche per il comportamento dei turisti: selfie, partite a nascondino tra i blocchi, servizi fotografici, gente che mangia o beve incurante del luogo in cui si trova. Molte di queste foto finiscono su Facebook, Instagram, Tinder. Nel 2017, il progetto artistico Yolocaust ha combinato selfie scattati al Memoriale con filmati dei campi di sterminio, conservando hashtag e commenti. Nel 2014, Tindercaust ha iniziato a raccogliere foto di profili Tinder scattate tra i blocchi. Peter Eisenman, l’architetto che ha progettato il Memoriale, è comprensivo: “La gente salta su quei pilastri da sempre. Ci hanno preso il sole, ci hanno pranzato, e penso che vada bene così. È come una chiesa cattolica: è un luogo di incontro. Un memoriale è qualcosa di quotidiano, non è terra sacra”. Ma c’è qualcosa di profondamente inquietante in quelle foto. Non è solo mancanza di rispetto: è l’impossibilità dell’io contemporaneo di stare in un luogo senza trasformarlo in sfondo per la propria autorappresentazione. Il Memoriale dell’Olocausto non esiste più come spazio di memoria collettiva. Esiste come location. E l’io ha bisogno di mostrarsi lì, sorridente, come prova di essere stato.
Bangkok, Thailandia, maggio 2014.
Nel maggio 2014, in mezzo a un periodo di instabilità politica, l’esercito thailandese fa un colpo di stato: scioglie il Parlamento, sopprime la Costituzione, proclama la legge marziale e prende il potere. Mentre tutto questo accade, i residenti di Bangkok non esitano a documentare la situazione con i loro smartphone. Alcuni si fanno fotografare con i soldati, che acconsentono amichevolmente. Altri fanno selfie con i carri armati e le armi ben visibili sullo sfondo. Le foto vengono pubblicate sui social con hashtag come #CuteSoldierBoy. La legge marziale ha chiuso i canali di informazione tradizionali, e i social media — in particolare i selfie del colpo di stato — diventano la fonte più aggiornata sulla situazione. Come scrive Nathan Jurgenson, si tratta di un “impulso umano fondamentale: quello di documentare l’esperienza”. La fotocamera frontale del telefono permette all’io, d’altro canto, di non poter resistere neanche di fronte ai carri armati. Deve esserci, deve documentarsi prima di documentare, deve dimostrare di aver partecipato. Anche quando “partecipare” significa solo farsi un selfie con chi sta sopprimendo la democrazia. Perché l’esperienza non è reale finché non è documentata. E l’io non esiste finché non è fotografato.
New York, Stati Uniti d’America, settembre 2001.
L’11 settembre 2001, nell’ora successiva al primo impatto contro il World Trade Center, un negoziante nei pressi delle Torri ha ammesso di aver venduto tra le 60 e le 100 macchine fotografiche. “Quel giorno ho venduto un solo prodotto: macchine fotografiche”, dirà poi. L’attacco terroristico è stato l’evento più fotografato nella storia fino a quel momento, e il primo ad aver registrato una partecipazione attiva e massiccia dal basso: migliaia di persone qualunque che si trovavano lì hanno documentato il tutto. Come ha scritto Clément Chéroux, “l’iconografia mediatica dell’Undici Settembre non rimanda alla storia, ma alla memoria, una memoria passata attraverso il filtro dell’entertainment hollywoodiano”. Una presentatrice televisiva, spaventata, non ha altri termini per descrivere la realtà se non quelli cinematografici: “È come essere al cinema”. Molti newyorkesi scattarono foto senza comprendere appieno la gravità di ciò che stava accadendo. In preda allo shock o mossi dall’istinto, cercarono di fermare il momento, pensando inizialmente a un incidente. Il risultato è una serie di immagini surreali: volti sorridenti davanti alle torri in fiamme. Fotografie che oggi raccontano, in tutta la loro ambiguità, la collisione tra normalità, incredulità e la necessità di testimoniare la storia mentre si compie – sempre con l’ego in primo piano.
Washington D.C., Stati Uniti d’America, gennaio 2021.
Il 6 gennaio 2021, migliaia di sostenitori di Donald Trump hanno preso d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti per impedire la ratifica della vittoria elettorale di Joe Biden. E l’evento è stato trasmesso in diretta streaming. Su YouTube, Twitch, DLive, Facebook si poteva assistere in tempo reale alle barricate che venivano divelte, ai manifestanti che camminavano nei corridoi, alle interazioni tra invasori e polizia. Le dinamiche erano quelle del mondo degli streamer: commenti di utenti galvanizzati, manifestanti che chiedevano agli spettatori di seguirli sui social. Quando negli anni Settanta Gil Scott-Heron cantava “The Revolution Will Not Be Televised”, lo faceva in un mondo in cui la televisione era il medium dominante. Mezzo secolo dopo, la rivoluzione (o quello che ne rimane) è in streaming. Non si tratta più di documentare per informare: si tratta di performare per esistere. L’assalto al Campidoglio non è stato solo un atto politico, è stato un evento mediatico autoprodotto. L’io che invade il palazzo del potere deve essere visto mentre lo fa, altrimenti che senso ha? La Storia si fa davanti alla telecamera. E se non sei in diretta, non sei nella Storia.
Bucha, Ucraina, 2022.
In una casa di Bucha, sobborgo di Kiev teatro di crimini di guerra da parte dell’esercito russo, è stato ritrovato un graffito lasciato da un soldato sul muro: “Wolf_68”. Non un nome, non un messaggio politico, non una rivendicazione militare. Un username Instagram. Il dettaglio ha permesso di identificare il responsabile in Kirill Kryuchkov, un soldato russo dislocato in quei mesi proprio in Ucraina. La pratica di marchiare il territorio (“X è stato qui”) attraversa i secoli: dai graffiti dei soldati sovietici sul Reichstag nel 1945 ai messaggi lasciati durante la Guerra Civile americana. Ma Wolf_68 è qualcosa di diverso. Non firma per dire “ero qui”, firma per dire “trovatemi”. Non rivendica un’azione, rivendica un’identità (digitale). L’account Instagram non è solo un modo per essere rintracciato, piuttosto per essere riconosciuto, seguito, celebrato. La guerra non è più solo qualcosa che fai: è un’opportunità per aumentare i tuoi follower su Instagram. L’io deve lasciare traccia ovunque, anche nella violenza.