In un mondo in cui tutti – ma soprattutto tutte – lottano contro l'invecchiamento, si sta perdendo di vista cosa conta davvero nella vita di una persona.
Esiste un video di molti anni fa dove l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi intrattiene l’uditorio con un aneddoto: il protagonista è lui stesso, raccontato mentre si reca in visita all’ospizio. In un angolo, nota una vecchina, “davvero molto, molto anziana,” e da bravo giovanotto si avvicina e le chiede l’età. Ma la vecchina gli risponde: “siamo coetanei”. “Oh, Madonna”, dice lui, prendendosi il volto fra le mani.
Invecchiare, “oh, Madonna”. Invecchiare significa incarnare un vizio, significa non essere stati in grado di restare giovani, e dunque meritare, ancora oggi, un certo disprezzo o una condiscendenza altrettanto insopportabile. Su Facebook, Lea Melandri ha protestato perché, nel commentare il David di Donatello come migliore attrice, Aurora Quattrocchi è stata chiamata “vecchietta”. Lo ha fatto la pagina Sicily World, con queste parole:
“Sul palco una vecchietta con lo spirito di una ragazzina! “Vecchietta” non lo diciamo per offenderla ma per far capire chi è Aurora: molto riservata, ha spesso dichiarato di amare la sua vita da nonna e di non gradire definizioni edulcorate, preferendo definirsi “vecchia” piuttosto che “diversamente giovane”. Ci piace il suo accento, ci piace vedere una donna così avanti negli anni che ride alla vita e che la vita premia, forse proprio per questo!”
Scrive Melandri: “ho due anni più di lei, e se qualcuno mi chiama “vecchietta”, giuro che lo denuncio per “vilipendio”. Dovrei farlo per “misoginia”, ma quella è una violenza millennaria considerata “normalità”. p.s. Avete mai sentito dire “vecchietto” di Massimo Cacciari?”
Il post, in effetti, è decisamente brutto, e peggiora proprio quando mette le mani avanti: perché la questione non è la parola, non è il presunto politicamente corretto che sostituisce “vecchia” con “diversamente giovane” (trovatemi una sola persona che voglia essere chiamata diversamente giovane, e forza), ma l’aver inchiodato una grande attrice alla sua età, e all’idea che a ottant’anni e passa non si possa “ridere alla vita”. E allora cosa? L’uncinetto in una stanza buia? Guardare gli altri che camminano fuori dalla finestra? Sprofondare in poltrona guardando i programmi televisivi del pomeriggio?
Pensavo alla difficoltà di uscire dai canoni, e ci pensavo anche dopo aver letto l’interessante articolo di Eleonora Daniel “Quando non sarò più bella”. E’ una riflessione sui canoni della bellezza, sulla chirurgia estetica sul desiderio (obbligo?) di non invecchiare, sostanzialmente. Dove a un certo punto si dice:
“che paura pensare al nostro futuro di settantenni che sembrano trentacinquenni, una massa nebulosa di de-anzianizzati (futuro che in parte è già presente, se guardiamo a Kris Jenner); che paura non solo non capire quanti anni ha la persona che abbiamo davanti, ma anche non riuscire a immaginare che quella persona si sia sottoposta a chirurgia estetica, né quanto, a causa di risultati inintelligibili.”
Il punto è che Eleonora Daniel ha 31 anni. E io, che a novembre ne compirò 70, mi chiedo quanto segretamente o scopertamente abbiano lavorato a fondo, e non solo sulle donne, i modelli estetici. Una quindicina di anni fa Dove commissionò un sondaggio: delle 3.200 donne intervistate in dieci paesi diversi, solo il 2% si definivano belle, il 5% carine e il 9% attraenti. Per tutte le altre i risultati erano disastrosi: per loro la bellezza era irraggiungibile. Sicuramente, la campagna Dove rappresentava una strada totalmente diversa: al punto che le belle donne mature e “normali” mostrate nude nello spot per Dove pro-age del 2007 vengono ritenute inadatte alla visione, e censurate.
Dopo aver letto l’articolo, penso che adesso vada peggio: e probabilmente è così perché abbiamo sempre più paura del tempo, perché il tempo che passa significa morire, e anche se veniamo rassicurati sul fatto che i nostri chatbot digitali saranno ancora presenti e attivi sulla rete, e anche se qualche transumanista o immortalista è certo della nostra sopravvivenza fino a, chissà, centocinquant’anni (essendo molto ricchi, naturalmente), continuiamo ad avere paura. E quando si ha paura è facile venire imbrogliati: bastano tre parole, “per sempre giovani”, l’altra faccia del “subito giovani” rivolto alle bambine, chiamate ad un’adultizzazione precoce.
Va bene, è roba vecchia. La morte della bellezza giovanile viene ancora considerata la morte del femminile. Orazio, nelle Epodi, descrive con disgusto una vecchia innamorata: “I tuoi denti son neri. Un’antica vecchiaia solca la tua fronte delle rughe…I tuoi seni sono flosci come le mammelle di una giumenta, …che sudore, che orribile odore emanano dappertutto le sue membra flosce”. Ma quello è Orazio, maledizione, oggi siamo nel 2026: vale ancora?
Vale ancora. Nel 1994 Sharon Stone aveva 36 anni, e dichiarava costernata al Sunday Mirror: “Fra cinque il mio sedere comincerà a cascare. Spero che il cervello resti dov’è”. E ancora: “Il mio corpo non è più quello di prima, casca da tutte le parti, sono diventata brutta. E’ successo tutto all’ improvviso, mi guardo e non sono più la stessa, il mio corpo è distrutto, mi vergogno ormai a mostrarlo”. Poi è diventata la splendida sessantottenne di oggi, e pazienza. Ma quando, nel 2016, Susan Sarandon mostrò la coscia a Cannes provocò un diluvio di interventi sul fatto che a 70 anni non si fa.
E i capelli si tagliano. Diversi anni fa un opinionista di cui ho dimenticato il nome affermava che a cinquant’anni bisogna eliminare la frangetta, indizio di una patetica giovinezza interiore. Quando Daria Bignardi si tagliò i capelli venne lodata in quanto consoni alla sua età (in realtà era per la malattia, da cui è fortunatamente guarita). Se posso permettermi un personalismo, vengo spesso rimbrottata da sconosciute signore per il fatto che continuo a portare i capelli lunghi.
Ma se questo vincolo viene avvertito in modo così potente a 31 anni, abbiamo un problema enorme di quel che viene chiamato “jeunisme”, e viviamo come dovere l’essere giovani o apparire giovani a ogni costo. E, certo, questi discorsi sono rischiosi, come quando si tenta di riparlare del corpo e interrogarci su quanto sia davvero libero l’uso del medesimo come lasciapassare per il nostro essere nel mondo, perché quel che viene rinfacciato è di avere una visione della vita bigotta, infelice, costrittiva, dove il corpo viene punito e mortificato. In realtà, si tratterebbe semplicemente di dargli la giusta importanza: di poterlo accudire e curare e migliorare sapendo però che non è l’unica carta in proprio possesso ma una parte della propria storia. La più visibile. E se è bello, piacevole, importante avere a disposizione le tecniche giuste per poter almeno in parte attenuare le offese che il tempo arreca al corpo, dovrebbe essere anche importante e, forse, bello, ricordare che quel corpo ha comunque una storia che non può essere azzerata.
Quando si invecchia, è più dura. Lo sottolineava già Simone de Beauvoir, ricordando come l’aver parlato di vecchiaia ne La forza delle cose aveva suscitato un putiferio: “Ammettere che mi trovavo alle soglie della vecchiaia voleva dire che questa aspettava al varco tutte le donne, e che già molte ne aveva afferrate… Gentilmente, o con risentimento, molta gente, e soprattutto persone d’età, mi hanno abbondantemente ripetuto che la vecchiaia non esiste. Vi sono persone meno giovani di altre, semplicemente questo”.
Certo, nulla è facile, a 30 come a 70. Sappiamo che abbiamo davanti un futuro di diversa lunghezza ma comunque difficile. Sappiamo, come diceva Imre Kertész a proposito del Novecento, di essere esposte, e chiunque può prenderci a fucilate. Ma se il nostro segno esteriore è libero da modelli dati, non che la fatica, la povertà, la paura, la solitudine spariscano. Ma, almeno, non ci sarà una gabbia ulteriore a gravare sulla nostra strada. Ma, almeno, potremo amarci, che è quel che conta per poter amare davvero gli altri. E magari, come diceva Saramago, ricordare che la vecchiaia, almeno in certi e fortunati casi, rende liberi.