La serie più chiacchierata del momento, da poco uscita anche in Italia su HBO Max, sta davvero piacendo a tutti. Al centro della trama c’è l’amore tra i rispettivi capitani di due squadre rivali di hockey e, uno degli aspetti più riusciti della serie, è il modo in cui velatamente racconta l’omofobia intrinseca a ogni realtà sportiva che costringe i due amanti a vivere in segreto ogni aspetto della propria relazione.
Poche serie degli ultimi hanno avuto il successo di Heated Rivalry, distribuita da qualche giorno anche in Italia da HBO Max. Tratta dai romanzi omonimi, la serie racconta la storia d’amore e passione tra due giocatori di hockey sul ghiaccio, il canadese Shane Hollander e il russo Ilya Rozanov. Come suggerisce il titolo, sono rivali, capitani rispettivamente delle squadre di Montreal e Boston.
Il successo della serie è spiegabile per diversi motivi (l’ultimo episodio, The Cottage, ha un voto di 9.9/10 su IMDb, rendendola la serie più apprezzata del 2025): i protagonisti sono molto attraenti, hanno corpi scultorei, tra loro c’è parecchia chimica, le scene di sesso sono eccitanti, facendo colpo soprattutto sul pubblico maschile gay e femminile (non a caso le donne sono da tempo tra le principali consumatrici di porno gay).
Le opere di finzione non hanno l’obbligo di essere realistiche: Heated Rivalry è, prima di tutto, una fantasia erotica e romantica. È una di quelle serie in cui l’estetica prevale sulla trama e persino sulla morale. Eppure, al di là della superficie, in questa affiorano questioni tutt’altro che superficiali. È una storia su quegli uomini attratti da altri uomini che, tuttavia, non si percepiscono come “culturalmente gay”, cioè che non si riconoscono in una comunità, non frequentano spazi dedicati, non condividono codici, riferimenti pop o reti amicali fondate sull’identità omosessuale.
In effetti, colpisce quanto poco, apparentemente, unisca i due protagonisti al di fuori del desiderio reciproco. Certo, sono giocatori di hockey di successo, capitani delle loro squadre e al vertice del loro sport. Ma, tolto questo, cos’hanno davvero in comune? Si provocano, si messaggiano, fanno sexting – ma in una scena emblematica li vediamo seduti distanti su un divano, apparentemente incapaci di condividere qualcosa che non sia l’attrazione fisica.
Entrambi fanno sesso con le donne, ne sono reciprocamente gelosi, ma rifiutano di attribuire un significato identitario a ciò che li lega (“Ci incontriamo e scopiamo, è semplice”, dice Rozanov a Hollander) – almeno fino all’ultimo episodio. Certo, non c’è nulla di intrinsecamente “problematico”; non tutti gli uomini che fanno sesso con altri uomini si identificano con la cultura gay, né avvertono il bisogno di farlo.
Il problema semmai emerge quando questa distanza produce una relazione confinata allo spazio privato, un rapporto sostenuto dal desiderio ma privo di riconoscimento. È ciò che accade anche nella storia parallela a quella di Rozanov e Hollander, quella tra Scott Hunter, capitano della squadra di hockey di New York, e Kip, un barista che, al contrario, culturalmente gay, lo è eccome. Hunter è un gentiluomo, anche lui molto attraente, e tra i due c’è una forte intesa sessuale, ma la relazione, complice il fatto che Hunter non è dichiarato, agli inizi può esistere solo tra le mura domestiche.
Il segreto ha un costo emotivo molto alto (“Nobody wants to be kept a secret”, dirà un’amica di Kip a Hunter). Il loro legame, come quello tra i protagonisti, non può confrontarsi con il mondo esterno. Eppure, le relazioni hanno bisogno del mondo per esistere pienamente, di essere riconosciute. Di nuovo, non c’è nulla di sbagliato nell’instaurare delle relazioni basate solo sul sesso, ma questa posizione si sposa male con chi, come Kip, non solo è dichiarato, ma appartiene a una cultura e a una comunità che danno al desiderio una dimensione pubblica.
C’è poi da considerare il contesto socioculturale. Siamo negli anni 2010, in cui l’omofobia nelle grandi città canadesi e americane, contesti Occidentali e ad alto reddito, se non estinta, è quanto meno ridotta – più che dalle nostre parti, e sicuramente più che nella Russia di Rozanov (la stessa Russia in cui la serie non è stata distribuita ufficialmente ma che, per vie traverse, ha raggiunto comunque un pubblico molto vasto). Viene da chiedersi: perché questi ragazzi, in contesti tutto sommato progressisti, sentono di dover rimanere in the closet – cioè di non potersi dichiarare come gay o bisessuali? In un episodio, Rose, un’attrice con cui Hollander esce per un breve periodo, gli chiede – dopo aver capito la sessualità dell’ormai ex compagno – se ci sono altri giocatori di hockey gay, aggiungendo: “Certo che ci sono, ma ce ne sono di dichiarati?”. Hollander le risponde di no.
Di fatti, quello degli sport di squadra è un contesto in cui, nei paesi Occidentali, l’omofobia è tutt’oggi fortemente presente. Nella serie non si sentono insulti omofobi, né il gergo machista da spogliatoio. Le difficoltà legate all’essere uno sportivo gay passano in secondo piano rispetto alle scene di sesso – è comprensibile, visto che la serie non è un documentario – ma l’omofobia è chiaramente sottintesa: perché altrimenti Hollander, Rozanov e Hunter passerebbero anni a nascondere le loro vite sessuali e romantiche? Lo spiega proprio Hunter: perché comprometterebbe la loro carriera, tant’è che Hollander e Rozanov pianificano di dichiararsi una volta ritiratisi dall’hockey, come accade da noi col calcio
In sostanza, il mondo comunica loro costantemente che ciò che sono è sbagliato e deve essere tenuto nascosto. Come scrive Tess Kilwein, una psicologa dello sport, su «Psychology Today», la ricerca sugli atleti gay e bisessuali evidenzia da tempo come i contesti sportivi favoriscano l’occultamento della propria identità, la paura di dichiararsi e livelli elevati di disagio psicologico, anche quando gli atleti in questione dimostrano delle prestazioni agonistiche eccellenti. Sono reazioni comprensibili se ci si trova in ambienti che richiedono ipervigilanza e controllo costante rispetto a ciò che è concesso svelare di sé.
In Italia lo sport più popolare è senza dubbio il calcio, capace di unire persone di ogni età e provenienza. Nei video dei festeggiamenti per lo scudetto del Napoli nel 2023 e nel 2025 si percepisce tanta gioia collettiva, talvolta esuberante, che dimostra comunità e appartenenza. Eppure, questo senso di inclusione sembra arrestarsi davanti all’orientamento sessuale. Molti ricorderanno bene cosa significa crescere in ambienti in cui il calcio è l’unico sport rilevante: la pressione a dover giocare a calcetto alle elementari, gli insulti (“frocio”, “ricchione”) usati contro chi era meno abile o competitivo. In Serie A, giocano centinaia di uomini, eppure pochissimi sono apertamente gay o bisessuali – salvo sparute eccezioni. Statisticamente, è impossibile che siano così pochi.
“Le opere di finzione non hanno l’obbligo di essere realistiche: ‘Heated Rivalry’ è, prima di tutto, una fantasia erotica e romantica. È una di quelle serie in cui l’estetica prevale sulla trama e persino sulla morale”.
Tempo fa mi sono imbattuto in una spiegazione evoluzionistica dell’omofobia da parte della psicologa Tania Reynolds. A partire dal fatto che l’omofobia non è distribuita in modo uniforme (gli uomini sono più omofobi delle donne, e lo sono di più verso altri uomini, in particolare proprio negli sport di squadra e di contatto), Reynolds sostiene che affonderebbe le sue radici nella storia umana, quando gruppi di uomini combattevano tra loro guerre per la sopravvivenza.
In questi contesti, era essenziale poter contare su compagni percepiti come forti, dominanti e resistenti al dolore — tratti che definiscono la mascolinità tradizionale. Gli uomini avrebbero quindi sviluppato una tendenza a “monitorarsi” a vicenda, penalizzando chi appariva debole o non conforme a questi standard. Del resto, l’omosessualità viene considerata un indice (talvolta erroneamente) di una minore forza o aggressività.
Negli sport che riproducono simbolicamente le dinamiche della guerra questa logica è particolarmente evidente, tant’è che gli insulti omofobi funzionano come un modo per imporre tali norme legate alla mascolinità e per rafforzare la coesione del gruppo.
Tuttavia, gli studi mostrano anche che ciò che conta davvero per gli uomini non è l’orientamento sessuale in sé, ma la percezione che un compagno di squadra possieda le qualità necessarie al successo collettivo.
Lungi dal giustificare comportamenti aberranti, la psicologia evoluzionistica offre piuttosto una chiave di lettura positivista, suggerendo che alcune credenze e reazioni abbiano avuto, in passato, un valore adattativo in contesti molto diversi da quelli attuali. Comprendere le cause di un fenomeno non significa legittimarlo; riconoscere che dei meccanismi un tempo funzionali possono oggi persistere come retaggi culturali e psicologici, pur avendo perso la loro utilità, è un primo passo per trovare nuove soluzioni.
Reynolds ne propone di interessanti per ridurre l’omofobia maschile. Visto che nelle società contemporanee, il successo non dipende più (solo) dalla forza fisica o dall’aggressività, ma da qualità come intelligenza, cooperazione e competenza, anche l’idea di mascolinità può progressivamente ampliarsi, riducendo il peso attribuito a quei tratti tradizionalmente associati al combattimento e, dunque, i pregiudizi verso gli uomini gay.
Rivolgendosi a un contesto statunitense, in cui lo sport ha una grande rilevanza nelle scuole, l’autrice propone di dare valore anche a talenti e risultati in ambiti diversi dallo sport di contatto — come il dibattito, le arti, le scienze — così da riconoscere una pluralità di talenti e ridefinire, dunque, ciò che viene considerato prestigioso.
In molte città europee e nordamericane esistono squadre e leghe sportive rivolte prevalentemente a uomini gay. Qualcuno potrebbe liquidarle come una forma di auto-ghettizzazione, ma la loro diffusione risponde a un’esigenza concreta, ovvero quella di avere spazi in cui praticare sport senza la pressione dell’omofobia e senza dover negoziare costantemente la propria identità. La sessualità è una dimensione significativa dell’esperienza sociale; condividere anche questo aspetto facilita la creazione di amicizie e relazioni affettive. Viene da pensare che molti uomini gay abbiano evitato lo sport durante l’infanzia o l’adolescenza, percependolo come un ambiente ostile, per poi riappropriarsene da adulti, in contesti finalmente sicuri.
Sempre secondo Reynolds, un’altra strategia consiste nell’incoraggiare quegli uomini che hanno già dimostrato di essere abili negli sport a dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale. Non a caso uno dei modi migliori per ridurre l’omofobia è tramite il contatto: conoscere una persona gay fa sì che si umanizzi la categoria a cui appartiene. Inoltre, il coming out di uomini percepiti come forti, competenti e stimati da molti fan potrebbe contribuire a mettere in discussione l’associazione automatica tra eterosessualità e mascolinità.
Una delle scene più belle di Heated Rivalry è proprio il coming out di Scott Hunter. Dopo aver vinto il campionato, il giocatore fa scendere il suo compagno dagli spalti e lo bacia davanti a un pubblico estasiato che li celebra. Di nuovo, le opere di finzione non devono essere realistiche, ma è proprio di qualche giorno fa la notizia di un arbitro di calcio, Pascal Kaiser, violentemente aggredito in casa sua a Colonia in seguito ad alcune minacce omofobe sui social per aver fatto pubblicamente una proposta di matrimonio al compagno durante una partita.
Chi crede nel potere della rappresentazione spera che Heated Rivalry possa portare più atleti a fare coming out – come pare sia già successo nel caso di un ex giocatore di hockey canadese. È quello che mi auguro anche io, senza dimenticare che, sebbene la visibilità non metta al riparo dalla violenza, le libertà di cui godiamo oggi esistono grazie al rischio assunto da chi, per primo, ha scelto di esporsi.