Articolo
Loredana Lipperini

Hamnet sta facendo piangere tutto il mondo, ed è giusto così

Lipperini Cover

Tratto dal bel romanzo di Maggie O’Farrell, Hamnet di Chloé Zhao racconta tre storie: quella di un amore, quella di un dolore e quella di un’ispirazione. Ogni storia è propedeutica all’altra, e prepara lo spettatore alla catarsi finale, in cui si partecipa a un lutto collettivo e si ricorda che solo l'arte ha il potere di riparare la vita (e donare l’immortalità)

Quando si sono accese le luci del cinema mi sono chiesta, asciugandomi gli occhi come il resto della platea, quale altro film, oltre ad Hamnet che avevo appena visto, mi avesse provocato lo stesso effetto. Non la semplice commozione, non la lacrima facile sollecitata da una morte straziante o eroica o ingiusta. Anche perché nel finale di Hamnet c’è qualcuno che muore, è vero, ma muore nella finzione, perché è Amleto, principe di Danimarca, a cadere in ginocchio sul palcoscenico: e quel che suscita il pianto non è la sua fine, come non lo è, non del tutto, la terribile agonia del piccolo Hamnet, figlio di William Shakespeare e Agnes Hathaway, che avviene però prima. A squassare il petto dello spettatore dietro di me e della signora al mio fianco erano le mani che si tendevano verso l’attore, per condividere il dolore di quella morte (finta) e per far affiorare il loro, nascosto o evidente, attraverso lo sfiorarsi delle dita.

Quella non era semplicemente una scena ben pensata e ben girata dalla regista Chloé Zhao, non era solo il culmine di una storia che giustamente si sviluppa con lentezza proprio per portare chi guarda esattamente a quel punto, dopo aver attraversato rivoli di storie (come nel bellissimo e omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, anche coautrice della sceneggiatura): prima di quella scena c’è la bonaccia, che ci illude che quella a cui assistiamo sia una storia d’amore, di famiglia, di sapienza e anche di stregoneria, una storia dove un giovane uomo deve trovare la propria strada per affrancarsi da un padre orribile e dal destino di guantaio e che grazie alla saggezza e alle visioni della donna che ama e lo ama la troverà. Perdendo però l’unico figlio maschio, ucciso dalla peste o dal patto con la morte che il bambino fa per salvare la gemella.
Era qualcosa di più, quella scena, quasi il concretizzarsi dell’antica teoria di Aristotele nella Poetica: la catarsi come condivisione e purificazione che si deve alla messa in scena di una tragedia. È quello che ha fatto e forse continua a fare il teatro, dove chi guarda condivide lo spazio dell’attore, non si limita ad ascoltarne la voce ma respira la sua stessa aria. Volendo, potrebbe davvero allungare una mano e toccarlo, come avviene in Hamnet. Ed è quello che ci manca di più, oggi.

Dunque, cercando nella memoria altri film che sono riusciti a ricreare la stessa condizione catartica del teatro senza tradirlo, ho pensato prima a un altro film shakespeariano che viene a sua volta da una commedia teatrale, Rosencrantz e Guildestern sono morti di Tom Stoppard, divenuta film con Tim Roth e Gary Oldman: qui si parla moltissimo di teatro, perché la vicenda prende spunto dai due infedeli, e infelici, amici di Amleto per ragionare sulla recitazione e sulla vita e sulla morte e sul destino. Un bellissimo film, peraltro, ma non era quello a cui pensavo. Infine, l’ho ricordato, e ancora una volta Shakespeare c’entra: è Cesare deve morire che Paolo e Vittorio Taviani diressero (vincendo l’Orso d’oro a Berlino) nel 2012. È teatro, ed è cinema, e racconta la messa in scena del Giulio Cesare da parte dei detenuti della sezione Alta Sicurezza di Rebibbia. Ergastolani, quasi tutti. Uno l’ho intervistato in quello che resta, per me, l’incontro più bello mai avuto a Fahrenheit: Cosimo Rega, che ha ucciso nella vita e che nel film uccide nel ruolo di Cassio. Ma la forza del film dei Taviani è esattamente nel rispecchiamento delle vite degli attori in quelle dei personaggi di Shakespeare. E anche Hamnet segue questo procedimento: perché oltre a far entrare chi guarda nella messa in scena teatrale, racconta come si arriva a concepirla. Attraverso l’amore e il dolore.

Ora, alcuni spettatori disincantati hanno messo l’accento sul fatto che la verità storica sia stata tradita: ma si ragiona di un romanzo e di un film, dunque non è questo il punto, il punto magari potrebbe essere il fatto che si pretenda sempre più spesso la verità dalla finzione (e questo è un grosso problema). Ma la vicenda di Hamnet era già entrata nell’immaginario letterario o del fumetto, in almeno due casi importanti.
Hamnet, intanto, è esistito davvero, era il fratello gemello della seconda figlia di Shakespeare, Judith, e morì a undici anni, di causa ignota (ma è molto probabile che sia stato ucciso dalla peste). Alcuni critici sostengono che un’eco del dolore di William sia nella Dodicesima notte (rappresentata 17 anni dopo la morte di Hamnet, il 2 febbraio 1602), quando Viola pensa di aver perduto per sempre il gemello Sebastian (ma Shakespeare può riunirli, almeno nella finzione). Prima, nel 1599, William inizia a scrivere Amleto.

Che ci sia un possibile legame fra dolore personale e arte è cosa ovvia: lo straordinario sta in come quel dolore diventa arte. A interrogarsi su questo è Stephen Dedalus in Ulisse di James Joyce, che dice: “(Amleto) è  lo spettro del re, re ma non re, l’attore è Shakespeare che ha studiato Amleto per tutti gli anni di sua vita che non furono vanità per recitare proprio la parte del fantasma […]. A un figlio egli parla, il figlio dell’anima sua, il principe, il giovane Amleto e al figlio del suo corpo affinché il suo omonimo potesse vivere per sempre.”
Il romanzo di O’ Farrell, che ha ovviamente altri obiettivi rispetto a Joyce, è già qui. Ma è anche in Sandman di Neil Gaiman, e in particolare in Sogno di una notte di mezza estate, dove Hamnet accompagna il padre nella rappresentazione dell’opera nel regno delle fate. Ma Shakespeare ha stretto un patto con Morpheus, o Dream che dir si voglia: l’immenso talento e l’immortalità artistica in cambio di due opere teatrali sui sogni, la Tempesta e, appunto, Sogno di una notte di mezza estate. Oberon e Titania guidano il proprio popolo ad assistere alla commedia. E Titania è colpita da Hamnet, vuole incontrarlo e gli parla della bellezza del mondo fatato, sussurrandogli: “robusti draghi risponderanno al tuo richiamo e ti porteranno in volo per i cieli dolci ed ambrati. La notte non esiste nella mia terra, bel ragazzo, ed è sempre crepuscolo estivo”. Alla fine, gli attori dormiranno a causa dell’incantesimo di Puck, e Hamnet dirà di aver sognato che si sarebbe unito a Titania nella terra delle fate.  Prima, ha parlato di suo padre, dicendo: “Da qualsiasi cosa succeda lui tira fuori un racconto. Per lui sono meno reale di un qualsiasi personaggio delle sue commedie. Judith, mia sorella gemella, una volta scherzando disse che se fossi morto avrebbe scritto anche su questo. Tutto ciò che gli importa… gli importa solo delle storie.”

Questa è l’ossessione, bellissima e terribile. È l’ossessione per le storie che permette alle storie stesse di arrivare fino a noi, di toccarci, di cambiarci anche, di immedesimarci in Cassio che uccide impersonato da un attore che ha ucciso davvero e in Amleto e nel suo non voler abbandonare la vita. Questo è, questo serve.

Il resto, davvero, è silenzio.

Loredana Lipperini

Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, blogger, attivista culturale e docente. Il suo ultimo libro è Il segno del comando (Rai libri, 2024).

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

lucy audio player

00:00

00:00