Articolo
Rita Cantalino

Il Molise esiste. Il problema è che la politica fa finta di no

Cantalino Cover

Viaggio in una regione trasformata in un meme e intanto lasciata ai margini: dissesto idrogeologico, inquinamento industriale, sanità commissariata, isolamento infrastrutturale, spopolamento. Ma anche comunità, cultura e resistenza quotidiana di chi continua a viverci e a immaginarla diversa.

Petacciato è un piccolo paese. Pochi avventori d’estate, pochissimi abitanti d’inverno, quando è sferzato da venti forti che pure, durante la bella stagione, rendono piacevoli le oziose giornate di spiaggia. È un posto dalla bellezza discreta, un rifugio per chi cerca quiete e silenzio. Per un po’ si è temuto (e sperato) anche lì l’arrivo del turismo più vorace: ricordo l’ansia all’idea che il paese potesse essere scoperto e “rovinato”.

Non è accaduto, e Petacciato ha continuato a godersi il suo anonimato fino allo scorso aprile, quando una frana che lo spacca da più di un secolo si è riattivata, interrompendo importanti linee di circolazione autostradale e ferroviaria. La stessa frana sulla quale, e accanto alla quale, per tanto tempo si passava noncuranti. Un pezzo di paesaggio in mezzo ad altro paesaggio. Se è lì da un secolo, fatichi a ritenerla un pericolo. Succede spesso così, in Molise. Di passare sopra strade franate, o che ci siano improvvisi cambi di viabilità, che poi durano mesi, anni, al punto da essere normalizzati. I problemi, i rischi, sono sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno li vuole vedere.

Non parliamo mai del Molise, non ce ne interessiamo mai. È questa, al di là delle singole emergenze, la vera questione che riguarda quel territorio. Lo sanno bene anche le persone che ci vivono. Non sono molisana, ma ho un legame molto radicato con quella regione. Negli anni ho imparato a conoscere le sue città e i suoi paesini. Occupandomi di ambiente, ho più volte lavorato sulla situazione paradossale della piana di Venafro, la prima città che incontri arrivando in Molise dal Lazio o dalla Campania. 

Il percorso per arrivarci, per una che viene dalla città come me, è incantevole. Le strade sono morbide curve circondate dal verde delle montagne, il cielo è azzurro ed enorme. Venafro è considerata una città di passaggio, il primo insediamento dopo l’uscita dell’autostrada di San Vittore. Se si ha l’occasione di visitarla, si scopre il “mare d’argento”: la distesa di più di 200 ulivi secolari del Parco Regionale Agricolo Storico dell’Olivo, e un olio il cui prestigio fu celebrato già da Catone e Plinio il Vecchio. 

Non bisogna lasciarsi incantare. Non è buona l’aria di Venafro: gli sforamenti di PM10 sono all’ordine del giorno. 38 episodi su 35 massimi consentiti nel 2025; 51 nel 2024, 52 nel 2023. Il problema è che il territorio è una conca: un’area intrappolata tra i monti dove le emissioni industriali ristagnano ed entrano nei corpi di chi ci vive. Ospita il termovalorizzatore di Pozzilli – nato per bruciare 20mila tonnellate di rifiuti l’anno, passato nel 2008 a trattarne 100mila – e il cementificio di Sesto Campano, responsabile secondo ISPRA del 75% delle emissioni di ossido di azoto e del 65% del PM10 dell’area. A questi si aggiungono i venti nocivi dal termovalorizzatore di San Vittore, nel Lazio, e dalla centrale a turbogas di Presenzano, in Campania. Raccontare queste storie significa assistere a storture come emissioni conteggiate male, centraline di monitoraggio della qualità dell’aria posizionate controvento, continui blocchi del traffico mentre le fabbriche lavorano a pieno regime. 

Le conseguenze sulla salute sono documentate. Uno studio del 2026 ha misurato il rischio di mortalità cardiorespiratoria nelle aree più esposte alle emissioni del cementificio; qui gli uomini si ammalano e possono morire per patologie cerebrocascolari più del doppio rispetto alle medie regionali. Lo studio EpiVenafro+7 del CNR aveva già certificato nel 2022 eccessi significativi di mortalità e patologie croniche tra i residenti. A novembre 2025, in audizione al Consiglio Regionale, il ricercatore Fabrizio Minichilli ha aggiornato quel dato: ogni anno le morti evitabili generate dall’inquinamento sono tra le 30 e le 35. 

Ho conosciuto questa storia attraverso le Mamme per la Salute e l’Ambiente, un’associazione che denuncia il degrado ambientale del territorio e le sue conseguenze sanitarie da oltre vent’anni. Perché venisse reso pubblico lo studio del CNR del 2018 che certifica il nesso tra inquinamento e malattie, hanno pagato loro: la Regione non ha mai saldato il conto. Nel 2019 hanno denunciato al TAR il Piano Regionale della Qualità dell’Aria: una sentenza del 2023 ha accolto il loro ricorso, ma l’ente ha aggiornato il piano solo nel 2024, dopo un’ennesima diffida. L’aggiornamento, sottoposto a un esperto indipendente, l’ex direttore del centro regionale aria di ARPA Puglia Roberto Giua, si è rivelato un vago elenco di buoni propositi senza interventi specifici, senza cronologia, senza obiettivi misurabili. 

A inizio 2025 è arrivato un ennesimo dato choc: sforamenti dei limiti legali di benzo[a]pirene, un potente cancerogeno. L’associazione ha presentato una nuova diffida. La politica si è mossa solo quando il dato sulle 30-35 morti evitabili è rimbalzato sui giornali locali. A settembre 2026 è arrivato un accordo stato-regione: misure sul traffico e sui camini domestici, fondi per sostituire le caldaie, estesi all’intera regione. Nessun intervento specifico per l’area. “Se vedo il fumo uscire da un inceneritore e poi mi chiedi di spegnere il caminetto, non posso crederci”, ha commentato Giua. Le Mamme continuano. “Non siamo qui per segnalare un problema”, hanno dichiarato in un incontro istituzionale all’inizio del 2026. “Il problema è noto, documentato e certificato. Siamo qui per una sola ragione: accertare dove e perché la catena delle responsabilità istituzionali si sia interrotta”. 

Sono abbandonati i cittadini del Molise, fuori dall’attenzione delle istituzioni, ignorati dall’opinione pubblica, ostaggi di una classe politica locale spesso inadeguata. Quando non è ignorata dalla grande politica, come nel caso di Venafro, la loro è una terra di conquista. Un territorio senza un Piano Paesaggistico Regionale, indifeso, come sanno bene i soggetti che in questi anni hanno potuto depositare centinaia di progetti di impianti rinnovabili, lungo i crinali e sulla costa. Un territorio in cui solo le proteste della popolazione hanno bloccato (forse, per ora) la costruzione di una centrale idroelettrica in un parco nazionale. Un territorio che, insieme a chi ci abita, per il resto d’Italia è solo fonte di estrazione di valore di cui beneficiare altrove.

Provare a estrarlo o costruirlo qui, quel valore, non è facile. Angela del Gesso è la prima presidente di Arci Molise. Prima di lei, il comitato territoriale era dipendente da quello dell’Abruzzo. “In parte anche adesso sono legati, il lavoro sul territorio è graduale ma procede bene”, racconta. Angela sta sperimentando un modo di “fare l’Arci” diverso, “staccato dai partiti locali e dalle dinamiche di circoli chiusi solo sul proprio calendario di eventi”.

Fare cultura in Molise, però, significa confrontarsi con un sistema in cui le risorse sembrano, dice, distribuite prima che i bandi vengano pubblicati. “Vanno a finire sempre negli stessi circuiti, creati ad hoc da chi gestisce quei fondi. Magari sono anche circuiti virtuosi, ma non c’è spazio per altro”. I bandi regionali, aggiunge, non sono accessibili per meriti: “In un bando nazionale o europeo metti in campo le tue competenze, scrivi un buon progetto e te lo valutano. In regione ci sono passaggi diversi da fare, tecnici da conoscere, mani da stringere”. È in questo contesto, e nonostante questo contesto, che Angela ha aperto il Beatnik, un circolo Arci che ha gestito per dieci anni a Campobasso. “Ero appena rientrata da Roma, avevo 26 anni”, racconta. Nessuna rete, nessun finanziamento, uno spazio grande quanto un discreto salotto più che quanto un piccolo locale. Concerti, presentazioni di libri, eventi culturali ma anche uno spazio in cui incontrarsi, confrontarsi o bere una birra: il Beatnik è diventato rapidamente un punto di riferimento per chi, a Campobasso, un posto così non lo aveva mai visto o non lo vedeva da tempo. Un’occasione per scoprire quanto si aveva intorno, senza saperlo.  “Ti ritrovavi persone che vedevi tutti i giorni e scoprivi che erano mostruosi nella musica elettronica. Avevano studiato da soli, con tutorial o corsi online. Non avevano mai avuto un posto in cui sperimentarsi”.

Dopo dieci anni di attività, Angela ha capito che lo spazio aveva dato tutto quello che aveva da dare. “Ho lasciato le chiavi, l’arredamento, anche le birre nel frigo a un gruppo di ragazzi che lo aveva sempre frequentato e che adesso vi ha aperto un nuovo circolo Arci, l’Overground”. Dal progetto Beatnik sono nati collettivi, fanzine, progetti musicali; realtà che hanno trovato strade proprie e che continuano a lavorare sul territorio. 

Non è un caso. In tutta la regione esiste un fermento culturale diffuso e tenace, lo testimoniano i festival musicali, nati dalla volontà delle comunità e portati avanti da anni in completa autonomia. Rocka in musica a Roccamandolfi, “che va avanti da decenni, gestito dagli abitanti del paese”, e il Bobby Summer Fest, che ha ospitato artisti di fama nazionale, da Kaos One & DJ Craim ai Colle der Fomento, passando da Giancane, i Punkreas, Piotta, i DSA Commando, i Talco. Realtà che nascono dal basso, che crescono lentamente, che restano radicate nel territorio.

Il contrasto con la logica istituzionale è stridente. “La maggior parte dei soldi delle istituzioni vengono investiti nei grandi eventi”, dice Angela. “Tanto prestigio, ma alla popolazione non resta niente”. Un megaevento cala su un territorio per due giorni, porta traffico e ingorghi su strade non attrezzate, e riparte. Lasciando a chi resta macerie loghistiche, organizzative e, talvolta, economiche. 

La logica del grande evento che viene e va riflette una situazione materiale. Il Molise si spopola: al 31 dicembre 2024 i residenti erano 287.814, quasi 31.000 in meno rispetto al 2000. Negli ultimi dieci anni se ne è andato un abitante su dieci. Lasciando invecchiare il territorio: l’indice di vecchiaia è al 240%; il tasso di fecondità è 1,04 figli per donna, tra i più bassi d’Italia. 

Quelli che restano o tornano, però, lo fanno con una consapevolezza diversa. Angela è rientrata a Campobasso a 26 anni dopo un periodo a Roma. Molti altri della sua generazione hanno provato a fare lo stesso. “Nessuno vuole andare via, in realtà”. È un fenomeno che Angela riporta dopo averci riflettuto: persone che hanno fatto esperienze altrove e cercano di riportarle in Molise, che si tratti di movimenti politici, pratiche culturali o semplicemente di un modo diverso di stare in un territorio. C’è chi quel legame col territorio lo esprime rivalutando quello che c’è sempre stato, dalle maschere carnevalesche alle tradizioni locali, culturali o gastronomiche che siano: un’identità che fuori da quei confini non è mai stata raccontata davvero. Spesso sono proprio i giovani fuori sede a farlo. Il rischio, riflette, è che anche questo diventi spettacolo calato dall’alto. “La rivalutazione deve partire dalla popolazione residente, incastrarsi con le sue esigenze”.

L’università potrebbe essere un luogo di innesto tra chi arriva e chi c’è già. Non lo è. “Non c’è un luogo di aggregazione per i giovani all’Unimol”, racconta Angela. “Se hai un’ora di buco fra una lezione e l’altra non sai dove andare”. Molti studenti finiscono a Campobasso per caso, magari perché sono capitati qui per la nuova procedura di assegnazione delle facoltà di medicina. “Non si integrano con il tessuto sociale”, spiega. “Studiano e se ne vanno”.

Restare, del resto, non è un’opzione allettante. Tutto, in Molise, sembra diventare più difficile. Anche le cose più banali. Campobasso è il capoluogo di una regione, eppure dal 2019 non ha il treno. E non lo avrà fino al 2028, quando dovrebbero concludersi i lavori di elettrificazione della linea. “Quando devo fare una trasferta oltre Roma mi ci vuole un giorno intero anche se sono 300 km. Spesso sono costretta a rinunciare”, racconta Angela. Un limite che, per chi ha un ruolo pubblico, si traduce in occasioni perse, reti impossibili da costruire, assemblee nazionali a cui non si riesce a partecipare. E che si misura anche in termini più concreti, quelli di chi prova a fare cultura. Quando al Beatnik volle ospitare una violoncellista canadese, Angela ha dovuto organizzare un passaggio in macchina da Venafro e riaccompagnarla il giorno dopo a Termini. “Adesso non si potrebbe fare neanche quello”, aggiunge.

Gran parte dei problemi ferroviari deriva da una linea troppo antiquata. I lavori di elettrificazione prolungati all’infinito sono una scure su una mobilità regionale già funestata dal dissesto idrogeologico. Fino a pochissimo tempo fa, gran parte dei convogli viaggiava ancora con diesel: i treni facevano letteralmente ciuf ciuf. Alcuni lo fanno ancora. È suggestivo se sei un avventore, avvilente se in quel posto ci vuoi vivere e avere un’esistenza decente. Si viaggia in auto, tutt’al più in pullman. A gennaio 2026 a Carpinone, in provincia di Isernia, è tornato il treno dopo sei anni: tutta la città è scesa in piazza e l’arrivo del convoglio è stato salutato dalla banda e dai fuochi d’artificio.

E a proposito di mala amministrazione che aggrava fragilità strutturali, vale la pena menzionare lo stato della sanità. La regione partecipa al disastro del servizio sanitario del nostro paese con poco clamore e conseguenze devastanti. Perché in una grande città, in una regione in cui ci sono più centri economici, va tutto male ma in qualche modo te la cavi. La sanità in Molise invece è commissariata dal 2009. Sedici anni. Il disavanzo accumulato supera i 120 milioni di euro e l’uscita dal commissariamento, secondo il rapporto 2024 della Banca d’Italia sull’economia regionale, non è vicina. Di tutto ciò che la regione spende per i ricoveri e le cure ospedaliere, il 90,2% finisce nelle casse dei grandi poli privati convenzionati. È il tasso più alto a livello nazionale. La prima struttura più finanziata è il Responsible Research Hospital. La seconda è Neuromed, di proprietà della famiglia dell’eurodeputato di Aldo Patriciello, storico eurodeputato di Forza Italia passato tra le file della Lega.

Nonostante il disastro, anche il Piano Operativo 2025-2027 prevede nuovi tagli, con la riduzione delle guardie mediche da 44 a 16 poli principali, e dei poli di continuità assistenziale da 43 a 12. L’ospedale di Agnone nel 2024 ha ricoverato 328 pazienti in 20 posti letto: meno di uno al giorno. Il Pronto Soccorso è tenuto aperto da medici con contratto libero professionale perché non si riesce a trovare personale da assumere. E non va meglio a Isernia, dove a partire dal 26 dicembre 2025, il sindaco Piero Castrataro dorme in una tenda davanti al presidio sanitario cittadino, uno dei quattro rimasti in tutta la regione, per protestare contro ulteriori tagli. Più di 7.000 persone sono scese in piazza al suo fianco.

E ancora. Il 91% dei ginecologi è obiettore di coscienza: è il dato più alto d’Italia. Il 23% delle donne molisane che vogliono abortire lo fa fuori regione. Nella provincia di Isernia non esiste alcun punto IVG. I consultori familiari sono uno ogni 66mila abitanti, contro lo standard previsto di uno ogni 20mila. Nel 2023 l’81,5% delle interruzioni di gravidanza effettuate a Campobasso è avvenuto per via farmacologica (la media nazionale è del 58,4%): se non ci sono medici disposti a operare, è l’unica strada disponibile. Per rimediare alla tragica assenza d’organico la regione continua a bandire concorsi, ma gli aspiranti medici non partecipano. Quelli che lo fanno, rifiutano poi l’assunzione e vanno altrove.

Questi elementi hanno contribuito alla nascita del mito di una regione che non esiste. La prima volta che Angela ha sentito qualcuno dirlo aveva poco più di vent’anni. Viveva ancora a Roma. Era in fila per l’ingresso a un concerto con un gruppo di persone conterranee quando, dietro di loro, una voce con un accento che non era il suo ha detto: “Il Molise non esiste”, tra le risate dei presenti. Non poteva sapere che quella battuta sarebbe diventata parte della sua quotidianità. È diventata un tormentone, una frase sulle magliette, un meme. È stata interiorizzata dai molisani stessi per autoironia, per leggerezza, per frustrazione o passività. 

Eppure quella terra esiste. Esistono le persone che la abitano. Solo che sono invisibili. Perché i voti di meno di 300mila persone non conquistano attenzione nazionale, non ingolosiscono nessuna classe politica. “Non siamo influenti perché siamo pochi”, dice Angela. “La politica locale non ha interesse a rivalutare questo territorio. Non c’è un’affezione. Essere politico locale in Molise non ti dà un bacino di voti che ti permette di andare oltre”. Il risultato è una classe politica che di fatto gestisce l’erogazione di servizi, opportunità e strumenti a un livello che chi abita quei territori non teme di definire feudale. Nessuna delle questioni che insistono sul Molise riguarda solo il Molise, ma qui si concentrano, si estremizzano, arrivano a livelli paradossali, nel totale disinteresse di chi dovrebbe occuparsene.

Ce ne ricordiamo quando il territorio alza un grido feroce. Che sia un sisma che cancella un’intera generazione, come quello di San Giuliano di Puglia nel 2002. O una collina che decide di ricominciare a camminare verso il mare, spaccando il paese, come è accaduto a Petacciato negli scorsi mesi. “L’attenzione dei media nazionali è arrivata solo quando si è chiusa l’autostrada”, racconta Angela. “Ma era già da dieci giorni che vedevamo case evacuate, frane in corso, autobotti in giro. Non solo quella grande, ce ne sono molte altre che si sono riattivate”. Frane che erano lì da sempre. Come tutti gli altri problemi. Visibili, note, normalizzate. 

E allora non si può che salutare con un po’ di timore la notizia che i collegamenti ferroviari siano tornati operativi e che si stia procedendo alla riapertura delle autostrade. Perché questo significa che sta per scadere il tempo dedicato al Molise, la quota di attenzione che, come paese, siamo in grado di riservargli. E vuol dire che stiamo lasciando quasi 300mila persone, di nuovo, da sole.

Rita Cantalino

Rita Cantalino è una giornalista freelance, fa parte del Centro di Giornalismo Permanente. Si occupa di ambiente, diritti umani e questioni sociali.

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

lucy audio player

00:00

00:00