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Paolo Mossetti

Raccontare la provincia oltre la retorica dei borghi

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Il libro di Ivan Carozzi, che si legge come una guida antituristica, dimostra che in fondo le città non hanno vinto del tutto sulla provincia e sulle sue storie.

Nell’aprile del 1989, la provincia diventò protagonista nella televisione italiana: a lungo aveva fatto da comprimaria nel racconto nazionale, poco appariscente e maltrattata. Fu la trasmissione Chi l’ha visto a illuminarla, focalizzandosi su un Paese lontano dai grandi centri e dai grandi dibattiti. Un’Italia smarrita, senza trucco, che cerca pezzetti di sé, in località dai nomi richiamanti ad antichi santi e mestieri, nato e cresciuto in città. La provincia finì in prima serata con i suoi abitanti e i suoi accenti incomprensibili per lo spettatore di città, anticipando e forse preparando il trionfo del true crime come forma culturale diffusa del ceto riflessivo.

È in questa Italia fatta di borghi e contrade che si muove Ivan Carozzi, giornalista e scrittore esperto di treni regionali, curioso gentile e soprattutto appassionato narratore, per chiedersi se esista ancora uno spazio disponibile: vale a dire non ancora iper-affollato, non ancora iper-raccontato, non ancora iper-monetizzato. Lo fa a partire dal suo ultimo libro Cronache dall’Italia nascosta (Blackie Edizioni), che ripercorre, attraverso decine di storie dimenticate, miti locali e luoghi impensabili della provincia italiana.

Per esempio: cosa lega Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, a Bob Dylan? All’inizio della sua carriera, Dylan entrò nella scena folk newyorchese con il contributo importante di due sorelle, Suze e Carla Rotolo, italoamericane, figlie di militanti comunisti. Il cantautore si innamorò di Suze, che comparve con lui sulla copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan, e lo aiutò a sviluppare anche una cultura politica. Quando Suze si trasferì a Perugia e poi si innamorò di un operaio italiano, che lavorava in una fabbrica di cioccolatini, Dylan ne uscì devastato: dalla rottura nacquero alcune delle sue canzoni più famose, tra cui Ballad in Plain D, in cui attaccava soprattutto Carla. 

Quest’ultima era un’attivista e collaboratrice dell’etnomusicologo Alan Lomax, che introdusse Dylan agli archivi della musica popolare statunitense. Negli anni Ottanta si trasferì in Sardegna, a Santa Teresa per l’appunto, dove visse una vita appartata e solitaria, accompagnata da un gatto di nome Vivaldi. Morì nel 2014 dopo una caduta in casa. Tutta la sua vita fu segnata da quel brano, perché quando Dylan divenne il Dylan dall’enorme seguito planetario, in lei venne identificata la ragione del cuore infranto dell’artista. Oggi è sepolta nel cimitero del Buon Cammino.

Spostiamoci adesso in un paesino della Puglia, dove negli anni Trenta visse un signore che, quasi per caso, fondò una comunità ebraica. Si chiamava Donato Manduzio, era un analfabeta figlio di braccianti, e a Sannicandro Garganico viveva da malinconico visionario. Dopo aver scoperto la Bibbia, decise di immedesimarsi nella diaspora ebraica, fino al punto da cambiare religione. Negli anni in cui Hitler preparava la Soluzione finale, Manduzio si convinse a far tornare il popolo d’Israele. Scrisse diverse lettere al rabbinato di Roma, che all’inizio pensò a uno scherzo, ma dopo tanta insistenza gli concesse la conversione ufficiale. Lo status della comunità giudaica del Gargano restò di difficile classificazione, e questo forse risparmiò a quei nuovi ebrei il tormento delle Leggi razziali.

Nell’Israele contemporanea c’è un pezzo di Sannicandro. Nel dopoguerra, infatti, tra il 1948 e il 1950, circa settanta ebrei sannicandresi emigrarono in Palestina, per partecipare alla fondazione di un nuovo Stato insieme a Ben Gurion.

Parigi, fine anni 50  tra le macerie della guerra, si incontrauna fauna umana che sembra fatta per la leggenda: orfani disposti a mille mestieri, ebrei sopravvissuti allo sterminio, tossici, gitani, “residui biologici della Storia”: tra questi c’era una giovane artista australiana, ballerina promettente che a vent’anni aveva deciso vivere di espedienti. Si chiamava Vali Myers, e dopo Parigi decise di spostarsi verso Sud, come spesso accade ai personaggi che smettono di avere un centro di gravità urbano. L’approdo furono le campagne vicino a Positano, sulla costiera amalfitana. Qui la controcultura non era ancora “cultura” ma isolamento fisico. Un rudimentale casotto nel bosco, ridipinto di colori vivaci e adornato come un chiosco ottomano, divenne il dispositivo minimo di sopravvivenza: niente elettricità, niente acqua, solo natura e auto-produzione estetica.

Myers si trasformò in “una creatura mitologica”, appropriandosi della cultura del tatuaggio qualche decennio prima della sua diffusione di massa, mentre gli italiani nei bar guardavano Il musichiere. Una figura quasi totemica, circondata da animali, abiti riciclati e visitatori che tramite passaparola erano riusciti a risalire fino a lei. La chiamavano  la strega di Positano. Negli anni ’70 la sua marginalità si internazionalizzò, e tramite l’aiuto di qualche mecenate finì a pernottare  spesso al Chelsea Hotel, a New York. Ma Vali non tornò a vivere mai davvero nel mondo, e infatti continuò a riapparire nel  casotto nel bosco del Vallone Porto.

Un uomo a lungo amato da Myers, Gianni, è ancora lì, mezzo secolo dopo, con i tatuaggi ormai assorbiti dalla pelle, come se l’attesa fosse l’unica forma di continuità possibile in una storia che prevedeva solo la permanenza del margine. Un lungo cavo scorre da decenni tra le rocce e gli alberi, permettendo a un telefono nel bosco di Le storie di Carozzi si trovano in un’Italia dimessa e all’apparenza marginale, che rappresenta anche una rivolta antropologica: è il piccolo contro il grande, il concreto suonare, come un segnale diplomatico tra mondi che non comunicano più.

Contro l’astratto, il radicamento contro l’avventura, il mondo vissuto contro il mondo pensato. Uno spazio sociale dove l’intimità può essere ancora sorvegliata e giudicata, e dove l’eccesso di prossimità sembra moltiplicare i misteri.

E in effetti si sente sempre più spesso, soprattutto in una certa bolla culturale progressista, l’idea che la provincia sia diventata una specie di gigantesca Vandea contemporanea. Un luogo arretrato, rancoroso, popolato da persone che “non hanno capito” il mondo nuovo. Una frattura forse più simbolica che economica o elettorale. Le grandi città globalizzate tendono a percepirsi come il centro della modernità: mobili, istruite, cosmopolite, aperte. La provincia invece resta legata a forme più stabili di appartenenza, spesso conservative, qualche volta persino ostinatamente identitarie, e che per questo forse molti immaginano avvolte da chissà quali complessi di inferiorità.

Sì, esiste, questo spazio non saturato, ma richiede, se non quella voglia di schadenfreude, di morboso piacere nel vedere la provincia soffrire nei suoi scandali, che prova lo spettatore quando ascolta i casi di nera in Chi l’ha visto, almeno uno sforzo individuale di scoperta. E la capacità di cogliere frequenze sottili in luoghi apparentemente banali.

Chi vorrà trovarlo, lasciando perdere TripAdvisor e prendendo parecchi treni regionali, scoprirà che a Lusiana, sull’altopiano di Asiago, c’è ancora la casa natale di Sonia Maino, diventata poi Sonia Gandhi. Da ragazza si trasferì a Torino, frequentava la piscina comunale e partì per Londra per imparare l’inglese. Lì incontrò Rajiv Gandhi, figlio di Indira Gandhi. Finì dentro una delle dinastie politiche più importanti e tragiche del Novecento indiano: prima l’assassinio di Indira, poi quello di Rajiv.

Scoprirà che a Cinisi, vicino Palermo, esiste ancora la piccola stanza dove viveva Peppino Impastato, il militante antimafia ucciso da Cosa Nostra nel 1978. È rimasta quasi identica: stretta, piena di libri, manifesti e ricordi di Radio Aut.

Che in una frazione di Laigueglia, in Liguria, visse per anni l’esploratore norvegese Thor Heyerdahl, quello della zattera Kon-Tiki con cui attraversò il Pacifico. Chiamava quel posto “il Paradiso”, e ancora oggi la zona conserva qualcosa di isolato e sospeso nel tempo.

Che all’Hotel Campo Imperatore, sul Gran Sasso, dove nel 1943 i nazisti liberarono Benito Mussolini durante una delle operazioni più celebri della Seconda guerra mondiale, una giovane donna rimase incinta. Secondo Alessandra Mussolini, il bel bambino nato da quella storia aveva un tratto tipico della famiglia: la stessa distanza tra il naso e il labbro superiore del Duce. Da grande quel bambino sarebbe diventato un importante giornalista: Bruno Vespa (che ha sempre negato).

Oppure che a Jesi, nel 1194, Costanza d’Altavilla partorì pubblicamente Federico II di Svevia, il futuro “Stupor Mundi”. Aveva circa quarant’anni e, secondo la leggenda, il parto avvenne in una tenda montata nella piazza principale per dimostrare a tutti la legittimità del figlio.

E ancora, che ad Acerra, paese nell’hinterland napoletano, che i democristiani volevano far diventare polo industriale nel Mezzogiorno, nel 1985 un bambino ebbe bisogno di una costosa operazione al palato all’estero. La famiglia non poteva  permettersela, e così Diego Armando Maradona, allora star indiscussa del calcio mondiale, si convinse a giocare una partita di beneficenza contro l’Acerrana, in un campetto pieno di fango, davanti a 10mila persone. Qualche telecamera riprese timidamente la partita, e il filmato è ancora disponibile su YouTube. Oggi al posto di quel vecchio campo c’è un parco pubblico e una statua di Maradona, raffigurato non maschio e trionfante, ma infangato come quel giorno.  

Nell’Italia dell il paesaggio naturale diventa parte integrante della sua identità storica. C’è spazio per gli “alberi degni di nota”. Vanno considerati veri e propri monumenti, ci dice Carozzi, e di solito sono molto belli. A Casine di Ostra, nell’entroterra di Senigallia, un tempo c’era l’Olmo Bello, un gigante abbattuto dal tempo che fungeva da “piazza coperta” per la comunità locale. Una specie di riparo, di ombrello naturale. Era alto 27 metri e aveva un’enorme chioma di 34 metri. Quando fu abbattuto i boscaioli e gli artigiani della zona ci ricavarono 500 quintali di legna.

Al termine di questo viaggio, ci resta in mano una mappa dell’Italia che ribadisce, più d’ogni altra cosa, l’imprevedibilità della realtà. Di “miracoli” e incroci della Storia che riemergono, come erba spontanea, nelle fessure del Paese reale. Come quell’enorme computer degli anni Cinquanta (un prototipo dell’IBM 650 o macchine affini per epoca) custodito e ancora funzionante presso una piccola scuola di Bibbiena, in Toscana. Ci ricorda che la tecnologia, che oggi percepiamo come immateriale e globale, abbia avuto radici fisiche e pesanti, e trovato pionieri in località “minori”.

Lo spazio non iper-instagrammato esiste ancora, dotato di storie spesso deliziose per i più sperimentali tra gli “speleologi dell’anima”. Però ha bisogno di un viaggiatore capace di costruirsi il suo itinerario contro la logica della viralità e dei grandi centri che desertificano il resto dell’Italia anche da un punto di vista del potenziale simbolico: attraggono le persone facendogli credere che tutto, ma proprio tutto, succeda lì.

Invece la storia italiana racconta anche un’altra cosa: che quasi mai la città ha davvero “vinto”, dal punto di vista economico e politico, sulla provincia. Non soltanto per ragioni numeriche – è lì che vive una maggioranza di italiani –, ma perché la provincia continua a custodire un’idea di continuità e memoria che le città, anche le più vitali, le più dotate di hype, fanno fatica a sostituire con qualcosa di altrettanto forte.

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Paolo Mossetti

Paolo Mossetti è scrittore e reporter. Collabora a diverse riviste scrivendo soprattutto di antropologia economica. Il suo ultimo libro è Appugrundrisse – Tornare a Napoli (Minimum Fax, 2022).

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