Pur muovendosi in un mercato più solido di quanto si creda, il mondo dell’editoria italiana resta frammentato e privo di iniziativa politica. Gli basterebbe accorgersi della propria forza, e allearsi per ottenere dalle istituzioni riforme serie a sostegno della lettura. Una riflessione di Nicola Lagioia a chiusura del Salone del Libro di Torino.
Si diceva un tempo che un paese di cittadini abituati ad avere a che fare con i libri esprime una democrazia più forte. Questo è particolarmente vero in un’epoca in cui gli algoritmi ci spingono verso un uso sconsiderato del pensiero binario, il quale andrebbe inteso come la nuova vera forma di analfabetismo. In maniera non diversa da ciò che accadeva in passato, c’è chi usa cinicamente l’analfabetismo altrui per ottenere dei vantaggi (buona parte della classe politica ai fini del consenso, non parliamo degli oligarchi delle big tech), e chi (una fetta assai più consistente di popolazione) ne viene sfruttato con l’illusione, nel caso del digitale, di avere accesso a nuove forme espressive.
In Italia l’abitudine alla lettura dei libri ha subito negli ultimi anni qualcosa di simile a un tracollo. Altri paesi europei – con qualche eccezione virtuosa come la Spagna – si trovano attualmente a gestire simili difficoltà, partendo tuttavia da posizioni ben più solide. Germania, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca sono per intenderci rispetto a noi su un altro pianeta. Oggi si chiude il Salone del Libro di Torino, è una buona occasione per riflettere sulla mancanza, a livello istituzionale, di iniziative di sostegno alla lettura.
Come sappiamo la promozione della lettura è una battaglia di civiltà, non dovrebbe avere colore politico. Sarebbe facile dire che il governo della storia repubblicana che più ha dimostrato di detestare cultura e giovani (la lettura inizia a scuola) ha una parte enorme di responsabilità. Ma i governi precedenti non hanno brillato per audacia e competenza, e gli altri giocatori della partita (la filiera del libro) avrebbero potuto esprimere maggiore unità, chiarezza, e coraggio.
A differenza del cinema italiano – il quale, privato dei finanziamenti pubblici, morirebbe in poche ore – l’editoria legata ai libri campa sul mercato, senza bisogno di politiche assistenziali. E, per quanto possa sembrare controintuitivo, il mercato del libro è assai più grande di quello del cinema. È un mondo al tempo stesso più povero (i singoli impiegati nel mondo del cinema sono mediamente più tutelati di chi lavora con i libri) ma capace di far girare complessivamente molti più soldi, e di impiegare più persone. Ci sarebbe un discorso enorme da fare sul miglioramento delle condizioni di chi lavora con i libri, ma al tempo stesso l’editoria sembra per certi aspetti un mondo virtuoso nel disastrato universo culturale di un paese che vorremmo fondato sulla bellezza.
Un produttore cinematografico (e dunque a cascata registi, attori, sceneggiatori, tecnici, amministrativi, maestranze…) non campa certo con i soldi di chi va a vedere i film (i biglietti venduti) ma grazie ai sussidi pubblici e ad altre forme di finanziamento. Al contrario un editore di libri (e dunque redattori, traduttori, grafici, commerciali, in piccolissima parte autori…) vive grazie ai libri che vende, cioè ai lettori.
Dovremmo dire che il mondo del cinema è stato messo in ginocchio dalle politiche governative (in certi momenti della legislatura ho avuto l’impressione che per il governo italiano ammazzare il cinema del proprio stesso paese fosse più importante che evitare la terza guerra mondiale), ma resterei sui libri perché di questo stiamo parlando.
Il fatto che l’editoria campi (male) sul mercato significa che è meno ricattabile dalla politica, ma non vuol dire che non ci debbano essere delle politiche di sostegno alla lettura. Qualunque paese civile cerca di dotarsene. Negli ultimi decenni ci sono state in Italia delle misure sporadiche di buon esito (l’app 18 introdotta da Renzi, che il governo Meloni ha ridimensionato in modo sciagurato), altre tardive (il finanziamento alle biblioteche con cui sempre il governo Meloni è intervenuto a rendere il disastro giusto un po’ meno conclamato) ma non c’è mai stata una legge sulla lettura capace di sostenere in modo intelligente i grandi protagonisti della filiera: scuole, biblioteche, librerie, case editrici. È di questo che ci sarebbe bisogno. Non naturalmente di politiche assistenziali, ma di leggi serie e intelligenti. Il ministro Franceschini annunciò più volte una “legge sul libro” ma non la realizzò mai. L’attuale compagine governativa si è dimostrata troppo rissosa al proprio interno e ideologica fuori per arrivare anche solo a concepirne la possibilità.
Il problema è che nessun governo (la dico meglio, nessun ministero) ha al proprio interno le competenze necessarie a produrre un sistema di leggi del genere. È una lacuna gravissima, oltre che ridicola. In un paese in cui la supplenza è una necessità, le istituzioni dovrebbero dunque essere aiutate dagli addetti ai lavori. Solo editori, librai, bibliotecari, dirigenti scolastici e professori sanno come funziona, solo loro possono trasmettere alle istituzioni le conoscenze necessarie a una riforma. La politica non brilla per capacità d’ascolto (in termini di sordità, PD e FdI sono concorrenziali) ma gli addetti ai lavori sono a dir poco distratti. Anche qui, provo a dirla in modo un pochino più brutale. Ogni singolo editore (per prendere solo un soggetto tra i vari coinvolti) sa che c’è una crisi in atto, ma si crede più in gamba dei suoi concorrenti. Sì, è vero, il mercato quest’anno si contrae del due per cento, ma cosa importa: come editore vincerò il prossimo Strega, porterò in Italia il prossimo Nobel, troverò il prossimo bestseller, e in un mercato complessivamente più piccolo rosicchierò ai concorrenti una fetta in proporzione sufficiente ad aumentare il fatturato rispetto all’anno scorso. Poi, l’anno prossimo, si vedrà.
Dunque gli editori, credendosi furbi (o magari inorgogliti dai bei libri che pubblicano, dalla passione genuina che li anima, dalle competenze professionali che hanno sviluppato al loro interno), restano concentrati sulla propria bellissima bottega e si tengono alla larga dalla politica. Umanamente li capisco. Pure ogni tanto trovandosi a tagliare nastri con qualche nostro rappresentante, gli editori ne hanno repulsione. Schifano segretamente ministri e parlamentari e segretari e sottosegretari, hanno voglia di discutere con loro di editoria quanto di addentare un topo morto. Tutto comprensibile. È chiaro però che si tratta alla lunga di una logica suicida. Ci sarebbero le associazioni di categoria, ma ho la sensazione che da sole abbiano poco potere, o insufficiente capacità di portare le proprie richieste e rivendicazioni all’attenzione pubblica. Bisognerebbe unirsi. Bisognerebbe avere coraggio. Bisognerebbe sapersi sporcare un po’ le mani. Se la filiera del libro fosse stata chiara, compatta e rompiscatole la metà di quanto hanno dimostrato di saper fare i tassisti, ci troveremmo forse in un’altra situazione.