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Eleonora Dragotto

Essere una donna rom in Italia

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In Italia le donne rom entrano nel dibattito pubblico solo in relazione a stereotipi, allarmismi securitari e casi di microcriminalità. Al di là della retorica sulle borseggiatrici, però, le loro vite raccontano una realtà più complessa, segnata dall’antiziganismo e dall’esclusione sociale, ma anche da percorsi di integrazione ed emancipazione.

“Io non sapevo di essere zingara fino a quando un giorno, alle scuole medie, mia mamma mi ha accompagnato in classe. Vedendola con il velo e la gonna, un mio compagno ha capito che eravamo rom e mi ha preso in giro per i successivi tre anni”. Ani (nome di fantasia) ricorda così di essere stata bullizzata da ragazzina a causa della sua etnia. Nata ad Arad (Romania), è arrivata in Italia quando aveva soltanto sei mesi. Oggi ha 25 anni e vive con suo marito nel Pavese. A parte quell’episodio, racconta, rispetto ad altre ragazze, non ha avuto troppi problemi. “Grazie alla mia carnagione chiara e al fatto che non porto abiti tradizionali, difficilmente mi identificavano come rom”. 

Nel nostro Paese le zigane entrano nel discorso politico e mediatico quasi solo esclusivamente quando si parla di borseggiatrici, donne che compiono piccoli furti principalmente nelle metropolitane delle grandi città e che rappresentano una porzione assolutamente irrisoria della popolazione rom femminile. Puntando sull’odio nei loro confronti, diversi canali social hanno conquistato migliaia di follower. E persino il Decreto sicurezza, approvato dal governo lo scorso febbraio, le prendeva di mira insieme a minori ed eco-attivisti. La realtà di tutte le altre donne rom, che sono appunto la stragrande maggioranza, è invece per lo più sconosciuta, ignorata. Ma com’è per loro vivere in Italia? 

Uno dei problemi principali per questa popolazione è il razzismo. Ani spiega di averlo subìto anche sul posto di lavoro. “Il mio capo, leggendo sulla mia carta d’identità che sono nata in Romania, mi aveva chiesto esplicitamente se fossi rom”, ricorda. “Dopo la mia conferma, il suo atteggiamento è immediatamente cambiato”. Per non dover affrontare situazioni spiacevoli come questa, Ani evita di parlare delle sue origini. Anche perché sa quali potrebbero essere le conseguenze nel quotidiano. “Alcune conoscenti mi hanno raccontato di essere state additate sui mezzi pubblici e di aver fatto fatica a farsi prendere sul serio in ospedale”.

Non è un Paese per zigani

Insieme a sinti e camminanti (una minoranza presente soprattutto in Sicilia), i rom costituiscono una minoranza etnica e linguistica (non riconosciuta). Non esistono dati precisi su quanti ne siano presenti in Italia (anche perché condurre un censimento su base etnica risulterebbe problematico), ma secondo le ultime stime del Consiglio d’Europa sarebbero tra 120 e 150mila, pari a circa il 2% della popolazione. 

L’universo rom è il risultato della stratificazione di vari flussi migratori, iniziati nel 1400. Di conseguenza, esistono rom italiani di antica migrazione, gruppi sinti e rom comunitari e balcanici di recente migrazione. La maggior parte di loro è oggi stanziale. E, come indicato in un rapporto del 2023 dell’Associazione 21 luglio (no profit che lotta contro segregazione e discriminazioni), solo un rom su dieci, per un totale di 15.800 persone, vive in condizioni di emergenza abitativa (tra insediamenti formali e non), un dato che risulta peraltro in costante calo. 

Fin dal suo arrivo in Europa, dove per secoli venne perseguitata, la popolazione rom è oggetto di numerosi pregiudizi, discriminazioni e forme di esclusione sociale, culminati nel Porrajmos, il genocidio di rom e sinti perpetrato dal nazifascismo. Per quanto riguarda l’Italia, ancora oggi l’antiziganismo si manifesta sia attraverso politiche di segregazione, costate diversi richiami da parte della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, sia attraverso credenze popolari. Leggende come quella degli zigani rapitori di bambini sono dure a morire, nonostante siano, ovviamente, del tutto infondate. Non esistono nemmeno dati che dimostrino la presunta propensione alla devianza da parte dei rom. E anzi la percentuale di coloro che compie reati è del tutto minoritaria. Ciononostante, un inveterato razzismo colpisce anche la grandissima parte di zigani e zigane che vive nel rispetto della legalità. Un’indagine dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (2024) aveva evidenziato come nel nostro Paese i tassi di discriminazione nei confronti di rom e nomadi fossero addirittura in aumento, con ben il 60% degli intervistati che sosteneva di averla subita in una qualche forma, in ambiti fondamentali della propria vita. 

Tra discriminazione e rabbia

Alcuni partiti politici hanno fatto dell’odio contro i gitani uno dei propri cavalli di battaglia. Anche nei giorni scorsi, Fratelli d’Italia ha detto che quelli stanziati dal Comune di Modena per l’inclusione scolastica di bambini rom e sinti erano “soldi sprecati in modo buonista e ipocrita”. Ma secondo Dijana Pavlović, attrice e attivista rom originaria della Serbia, l’antiziganismo è così diffuso da attraversare orientamenti politici e classi. “Di conseguenza, l’accesso ai servizi, alla sanità e al sistema economico rimane molto problematico per noi”, sottolinea. 

Questo razzismo di fondo viene alimentato periodicamente da chi strumentalizza il fenomeno delle borseggiatrici. La domanda, allora, è: chi sono queste donne? Secondo Pavlović, non si tratta per forza di persone che sono state obbligate a rubare. “Sicuramente, qualcuna avrà detto di essere stata costretta. Ma questa mi sembra una giustificazione un po’ troppo facile”. La sua sensazione è anche che i social giochino un ruolo tanto importante da riuscire a ribaltare le dinamiche tipiche della comunità. “Un nostro anziano direbbe: se stai rubando e vedi il gadjo (non rom, ndr), scappa. Queste ragazze invece hanno un atteggiamento di sfida. Io ho seguito come se fossero una telenovela i video diventati virali su TikTok in cui, davanti alle persone che le inseguivano e filmavano, si mettevano a sputare. Spesso, si tratta di persone molto giovani che vengono dalle periferie cittadine e provano una forte rabbia per l’esclusione a cui sono soggette. Rubano sicuramente per i soldi, ma, credo, anche per fare un dispetto a quella società che le ha lasciate fuori”. Oltretutto, esattamente come i loro coetanei, queste giovani sembrano alla ricerca di visibilità online. Per loro, però, il prezzo da pagare è altissimo. “Con il cumulo di pene, si possono trovare a fare 30 anni di carcere, come se avessero ucciso qualcuno”.

La figura delle borseggiatrici ha così successo da venire puntualmente usata da politici, trasmissioni televisive e profili social, perché? “Da una parte sono il capro espiatorio perfetto, anche perché sono tutto sommato  innocue (a differenza, ad esempio, di altri piccoli criminali che agiscono armati)”, risponde l’attivista. “Dall’altra, affascinano perché non sono zingarone con le gonne lunghe, ma ragazze belle e in qualche modo coraggiose che si vestono da strafighe”. 

Scelte obbligate e sfruttamento

Per Maurizio Pagani, presidente di Opera Nomadi Milano, le borseggiatrici possono essere anche persone sfruttate dal proprio clan familiare. “È molto importante non generalizzare, perché le comunità rom e sinti presentano differenze enormi al loro interno”, sottolinea. “Però, non si può negare che esistono luoghi dove lo sfruttamento è reale, profondo e radicato”.

Nelle realtà molto marginalizzate, in cui avere un lavoro è difficile, i furti diventano una fonte di sostentamento. “In questi casi, si può parlare di una costrizione indotta, soprattutto sui più giovani”, prosegue Pagani. Nel tempo, alcune ragazze arrivano a identificarsi con il ruolo che altri hanno scelto per loro, anche perché questo viene valorizzato all’interno della comunità. “Prima o poi, comunque, si trovano in galera, separate dai figli e dal proprio contesto familiare”.

Proprio in carcere alcune di queste persone arrivano a sviluppare aspettative diverse sulla propria vita. In una prigione svizzera, ad esempio, Pagani aveva conosciuto una ragazza convinta che una volta fuori avrebbe fatto scelte diverse. “Quando è tornata a casa, però, ha realizzato in tempo zero che non aveva nessuna alternativa”, ricorda. “Se avesse smesso di rubare, sarebbe finita per strada senza i suoi figli, destinati a rimanere con la famiglia del marito. In questi casi la sofferenza psicologica è fortissima”.

In generale, la devianza è solo una delle tante conseguenze del disagio socio-economico. “Anche se sono poche, esistono comunità dove lo sfruttamento è di tipo sessuale e altre dove le ragazzine vengono promesse spose a 14 anni”, spiega Pagani. “Reprimere o intervenire con la forza serve a poco, occorre un cambiamento di carattere culturale, che presuppone l’apertura di un dialogo”. Da questo punto di vista, gli stessi servizi sociali dovrebbero basare i propri interventi innanzitutto su un riconoscimento di tipo culturale e su una lettura che tenga conto della diversità e della complessità delle situazioni. 

Tante storie alternative

Stefano Pasta, responsabile del Servizio rom della comunità Sant’Egidio di Milano e docente di Pedagogia alla Cattolica, ha appena concluso una telefonata con una giovane universitaria. “L’ho conosciuta 20 anni fa nella baraccopoli di via Rubattino. Nella sua vita, per evitare di essere stigmatizzata, ha fatto ricorso al mimetismo”, spiega. “Oggi i suoi hanno una casa. La madre, che all’epoca faceva l’elemosina, lavora in un hotel a quattro stelle. Il padre è nell’edilizia. Occupandoci di emancipazione femminile e di fuoriuscita di bambini e ragazzi da condizione di fragilità, noi seguiamo molti casi come questo”.

Davanti alle semplificazioni a cui spesso ricorrono i media, Pasta vuole sottolineare quante sfaccettature e storie alternative esistano. “In una città come Milano, che rappresenta un’eccellenza sotto questo aspetto, sono ormai centinaia le donne rom che abbiamo accompagnato nell’inserimento lavorativo”, afferma. “Ricordo un caso in cui per togliere una ragazza dalla strada è bastato l’aiuto di una piccola scuola d’italiano di quartiere e un primo tirocinio di lavoro”.

“Migliorare il contesto è una leva importante per modificare i percorsi individuali”, sottolinea Pasta. La formula usata da Sant’Egidio dimostra che scolarizzazione e accesso al lavoro femminile sono sufficienti a migliorare le condizioni della minoranza di donne rom e sinti che vivono in situazioni di precarietà abitativa e disagio socio-economico.

Come si raccontano le donne rom

Oana Marcu è una ricercatrice di sociologia dell’Università Cattolica di Milano. Vent’anni fa ha iniziato a lavorare in strada con persone che come lei avevano origini rom-romene e che erano coinvolte in attività informali e illegali. “Una premessa importante è che non esiste nessuna possibile sovrapposizione tra le donne rom presenti in Italia e l’esigua minoranza di loro che compie borseggi”, spiega. All’epoca del suo studio, pubblicato nel libro Devianza e disuguaglianza di genere, a cura di Anna Civita e Pierluca Massaro (Franco Angeli, 2011), infatti, ne aveva individuate una trentina, soprattutto donne e minori, su una popolazione rom-romena di circa mille-duemila. Anche in un campione con una storia di migrazione molto recente, dunque, la percentuale di chi commetteva reati era bassa. All’epoca, inoltre, Marcu era entrata in contatto con diverse forme di sfruttamento, inclusi veri e propri fenomeni di tratta, con ragazzini avviati ai furti dopo essere stati ‘venduti’ dai genitori a familiari residenti in Italia (per poi beneficiare di una parte dei guadagni così ottenuti) o reclutati da gruppi negli orfanotrofi romeni (anche tra i non rom).

Oggi, invece, la ricercatrice è parte del progetto Romanì – Empowering Roma Women, cofinanziato dall’Unione Europea e realizzato, tra gli altri, da Fondazione Ismu e Cattolica. “Lavoriamo sulle condizioni delle donne rom dal punto di vista della violenza di genere in ogni sua forma, dalla discriminazione strutturale all’esclusione sociale, passando per la doppia pressione derivante dal fatto di essere donna e rom”, chiarisce. Oltre a seguire interventi educativi e di sostegno per persone in condizioni di grave marginalità, il progetto prevede una parte di ricerca in cui le partecipanti si confrontano su problemi comuni e possibili strategie per produrre un cambiamento.

Le problematiche messe in luce dalle donne rom che hanno partecipato a questo lavoro sono quelle comuni all’intera popolazione femminile italiana e non solo. A pesare, infatti, è soprattutto il doppio carico di lavoro, fuori e dentro casa. Ma vengono denunciati anche episodi di violenza psicologica ed economica, a cui si aggiunge il pesante controllo sulla sessualità delle più giovani. “La volontà di preservare la loro verginità prematrimoniale in alcuni casi può portare a limitarle, anche, ad esempio, nel proseguimento degli studi”, continua Marcu. “Queste logiche sono più presenti in Romania che in Italia, dove con la migrazione sono state messe in discussione”. In generale, nel nostro Paese le donne rom-romene risultano più autonome a livello lavorativo, economico e negli spostamenti. E anche l’età in cui si sposano è in costante crescita. 

Dal progetto Romanì nasce anche la mostra fotografica Essere donna rom. Io mi racconto. Io mi riconosco, dal 7 maggio alla Casa dei diritti di Milano, che include gli scatti di Ani. “Sono stata selezionata insieme ad altre ragazze per parlare della nostra cultura attraverso immagini”, dice. “Si vedranno i vestiti, le usanze, i cibi e il divertimento”. In fondo, per scoprire come vivono davvero le donne rom in Italia, basta ascoltare le loro voci.

Eleonora Dragotto

Eleonora Dragotto è una giornalista freelance. Dopo anni dedicati a occuparsi di cronaca milanese, scrive di temi sociali e persone ai margini.

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